“Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana” di Eugenio Marino

Scritto da  Giovedì, 19 Marzo 2015 

Un libro decisamente originale, una miniera di informazioni, un testo che è ad un tempo storico e letterario senza dimenticare l’aspetto emozionale e di intrattenimento. Ai molti testi delle canzoni che raccontano, come recita il sottotitolo, l’emigrazione nella canzone italiana, principalmente la nostra altrove, ma anche l’arrivo degli immigrati a partire dagli anni Ottanta del Novecento, la possibilità di ‘scattare’ un’immagine con il telefono sulla grafica del simbolo di ogni canzone in modo da poterla ascoltare. E’ anche un modo per mettere insieme modernità e tradizione con uno stile giovane che ha visto anche in questo tipo di musica prevalere il rap nelle giovani generazioni.

Il libro è l’occasione non solo per scoprire molti testi che non avremmo altrimenti avuto l’opportunità di conoscere e di raccogliere le informazioni lungo un filo che si srotola seguendo l’emigrazione, già dal 1700, poi massicciamente dall’Ottocento per tutto il Novecento, quanto di rileggere molti testi, a cominciare da quelli di Lucio Dalla, in una chiave diversa, facendo attenzione, come accade nelle canzoni di Edoardo Bennato, a una dimensione che genericamente troppo spesso abbiamo solo considerato di protesta sociale. Eugenio Marino, a sua volta “emigrato” dalla Calabria a Roma, è responsabile nazionale del Partito Democratico per gli italiani nel mondo e si occupa di emigrazione con una formazione letteraria che fin dai tempi dell’università lo ha portato ad interessarsi della canzone d’autore. Il tema della musica per Marino unisce infatti, soprattutto nella declinazione di parola cantata, l’aspetto della cultura storico-letteraria come anche gli elementi più sociali ed emozionali. Il titolo a tal proposito è rivelatore del cantare come compagnia, manifestazione del proprio stato d’animo, desiderio prima del viaggio, durante il viaggio e nella nuova terra di una sorta di diario sentimentale collettivo. Importante a tale riguardo l’osservazione secondo la quale non solo l’emigrazione rappresenta un’opportunità, spesso una delusione, un nuovo dolore, per chi parte, ma arricchisce l’altrove di radici lontane. Gli emigranti italiani infatti hanno seminato in molti luoghi le nuove radici, basti pensare a quanta italianità c’è nella Tunisia dopo il lascito dei pescatori e artigiani siciliani dell’Ottocento.

Certamente il fenomeno dell’emigrazione consente di leggere anche l’Italia che cambia e rappresenta parte integrante delle radici del Belpaese dall’Unità ad oggi, fin quando si salda con l’immigrazione: l’Italia acquisisce un doppio ruolo, purtroppo dimenticandosi del passato e della condizione dolorosa dell’essere emigrante, con fenomeni razzisti e di indifferenza. Mi preme anche ricordare come l’autore metta in luce una dimensione molto importante legata all’emigrazione, il tema del viaggio come condizione esistenziale: il viaggio rappresenta la ricerca di qualcosa, principalmente di un lavoro, in una prima fase della storia dell’emigrazione; poi la ricerca di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, in una fase più avanzata, fino all’attuale fuga dei cervelli. In altre situazioni diventa, nel tempo, il desiderio di evasione, di conoscenza, di apertura della mente soprattutto quando si vive in luoghi che sono ai margini dello scenario nazionale e talaltra la necessità e la voglia insieme di fuggire e sfuggire ad una tirannia locale, alla corruzione e alla mancanza di prospettive. Lo racconta bene, Marino, soprattutto nell’ultimo capitolo dedicato alla Calabria.

Il testo può essere letto a vari livelli, seguendo il fenomeno storicamente, fino alla storia sociale familiare, d’un fiato o saltando qua e là, ascoltando, soffermandosi sui testi e tornando a rileggere alcune parti. E’ certamente un libro di lettura, di consultazione e di studio. Non voglio qui rischiarne un riassunto, ma ripercorrendone le pagine approfitto per soffermarmi su alcune di esse che mi hanno particolarmente colpita a cominciare dalla geografia dell’emigrazione che ci ha portati prima in Argentina e negli Stati Uniti; poi in Europa, in particolare in Francia, in Belgio, in Germania e in Svizzera; senza considerare un fenomeno tutto italiano, quello dell’emigrazione interna che racconta l’Italia a due velocità, nella direzione univoca dal sud al nord e, ancora, dalle campagne alla città, dai piccoli centri alle metropoli. Si racconta così la storia dell’industrializzazione, dell’abbandono dei piccoli paesi, attraverso canzoni e film documentari che hanno segnato il declino di alcune zone del meridione. D’altronde la nostra storia interna ha condizionato l’emigrazione che si è arrestata in parte durante il ventennio per riprendere dopo la Seconda Guerra Mondiale, storia di uomini “venduti” all’estero dalla nostra politica e, ahimè, perfino da una parte della Chiesa.

Dopo l’Unità d’Italia fino alla Repubblica, l’emigrazione è soprattutto verso il nuovo mondo e la canzone è ingenua, sentimentale, condita da un certo cattolicesimo socialista, alla De Amicis e alla Pascoli. Le immagini sono quelle dell’identificazione della mamma con la patria, della nostalgia, della voglia e del sogno del ritorno, almeno a morire, a casa propria. La visione più frequente è quella del bastimento che si allontana dal molo e che diventa un totem come nel Novecento lo diventa il treno, quei treni lunghissimi che dal sud arrivano in Germania. Parallelamente si fa strada la scuola napoletana che Marino giudica ingenua per i contenuti, ma musicalmente interessante e da lì forse viene la maggiore innovazione. Infatti uno dei limiti è che la musica del sud sia, o meglio sia considerata, soprattutto sud prima che genere musicale e sia relegata al folklore. Nel tempo il tema dell’emigrante diventa anche sociale e si colora di toni politici, diventando il riscatto e la lotta di classe – la partenza dalla Sicilia diventa addirittura un atto rivoluzionario - con una punta che si fonde nella canzone d’autore degli anni Settanta con De Gregori, Guccini, Dalla e molti altri. Parallelamente la canzone è anche espressione della tradizione orale e di un sapere che altrimenti non ci sarebbe stato tramandato. Purtroppo proprio a causa di questa dimensione, però, e del fatto che molta della canzone che narra l’emigrazione fosse improvvisata, una parte di questo patrimonio canoro è andato perduto.

Oltre che nel tempo l’autore si muove attraverso le regioni, come nella Torino di “mamma Fiat”, nelle risaie del nord dove nasce originariamente la canzone “Bella ciao”, canto delle mondine prima che dei partigiani; e poi nel Molise così piccolo che da sempre è luogo di partenze, fino nel Veneto. La canzone diventa così anche un modo per raccontare le lingue locali e le contaminazioni tra emigranti e nuove lingue apprese o imparate per strada e quindi storpiate, in una lingua bastarda e quanto mai intrigante. Un altro filone è la canzone che diventa cronaca, che racconta soprattutto le tragedie come il naufragio della nave Sirio. Difficile ripercorrere tutti i rivoli e le piccole rivoluzioni musicali, con variazioni infinite su questo tema da Renato Carosone a Domenico Modugno; così come i due filoni che dagli anni Sessanta percorrono la scena musicale italiana, talora intrecciandosi, quello sentimentale di intrattenimento – che ha il suo culmine in Sanremo – e quello d’autore, impegnato civilmente; fino ad arrivare agli anni Duemila, dopo il rovesciamento e la denuncia degli anni Novanta, tangentopoli, la crisi e il tentativo, frustrato, di rinascita. Tra le segnalazioni più interessanti, a mio parere, di questi ultimi anni la via scelta da Davide Van De Sfroos e il suo recupero originale del dialetto ai tempi di Internet.

Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana
di Eugenio Marino
Cosmo Iannone Editore
euro 23,00

Articolo di Ilaria Guidantoni

Commenti   

 
#1 “Andarsene cantando. L’emigrazione nella canzone italiana” di Eugenio MarinoGuest 2015-07-09 19:14
. In un certo numero di argomenti sarei d'accordo con te,
credo, dopo la lettura. Spero che non smetti improvvisamente di scrivere come la maggior parte fa.
Voglio di più
 
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