“L’Albatro” di Simona Lo Iacono

Scritto da  Domenica, 14 Luglio 2019 

Un romanzo che assomiglia a una docufiction su uno scrittore tardivo, Giuseppe Tomasi Lampedusa, i suoi ultimi anni, divisi tra la malattia a Roma dal 1955 al 1957, e la sua formazione, il suo pensiero politico, nostalgico ma estremamente lucido. Sullo sfondo la vicenda assurda e incredibile del Gattopardo, romanzo postumo di fama internazionale reso immortale dal film di Visconti e rifiutato da Mondadori. Un libro che è soprattutto un inno all’amicizia, come rivela il titolo, citando l’uccello fedele per eccellenza.

 

Un piglio originale quello di Simona Lo Iacono, nata a Siracusa nel 1970, magistrato che presta servizio presso il tribunale di Catania, che si era già distinta nel 2016 con le streghe di Lenzavacche e che racconta che cercando un libro si imbatte in una vecchia edizione familiare del Gattopardo. Libro che aveva già letto già tante volte e che scopre con la prefazione di Giorgio Bassani, l’autore dei Finzi Contini. Raccontava di quando, nel 1954, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il cugino Lucio Piccolo, il poeta amato da Montale, si erano recati a San Pellegrino Terme, per un convegno letterario, bagagli inusuali, perfino lenzuola per l’albergo, eleganti quanto fuori moda, colti nel narrare.
Simona Lo Iacono ricostruisce in modo romanzesco una singolare biografia sentimentale, quasi un diario interiore, dello scrittore siciliano e della sua villa a strapiombo sul Mediterraneo, a Capo D’Orlando, nel messinese. Il libro scritto a sua volta con un linguaggio da romanzo classico alterna il racconto della vita di Tomasi Lampedusa e in particolare della sua infanzia e dell’amicizia speciale con un bambino tanto diverso e il diario dei giorni della malattia a Roma.
In effetti la scrittrice parte dalla conoscenza con una sorta di servitore, animato da una devozione, non servile, suggeritole dal testo di Bassano, per iniziare a scrivere quasi di getto, immaginando che il suo ruolo nella vita di Giuseppe Tomasi fosse molto più rilevante di quello di un qualsiasi domestico, e che il suo sguardo umilissimo meritasse di essere raccontato. Nasce così L’albatro, il più fedele tra gli uccelli, un volatile che segue con sguardo innamorato la scia delle navi mercantili e non abbandona mai il capitano, nemmeno quando infuria la tempesta.
L’albatro resta accanto alla nave e a quel compagno fedele della navigazione che è la vita l’autrice dà nome di Antonno, l’albatro del capitano Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Scopriamo a poco a poco un personaggio quasi surreale, umile e fiero ad un tempo, che fa tutto al contrario, dal vestirsi, al parlare, al leggere un libro cominciando dall’ultima pagina, con una sua personalissima logica. Forse ridicolo agli occhi altrui, per sé inconsapevole o così libero da non sottostare all’occhio di mondo.
Ha una sua saggezza e una visione ingenuamente poetica della vita.
Insegnerà infatti a Giuseppe Tomasi a percorrere una via inusuale per l’accesso alla verità, ribaltata, in certo senso rivoluzionaria, un punto di vista alternativo che consente di mettersi in discussione.
Antonno è la persona che sarà accanto a Giuseppe Tomasi fino alla fine quando, ormai morente, ripercorrerà tutta la sua vita con la memoria e rivivrà i due conflitti mondiali (una partecipazione che segnerà molto l’autore), l’amore per la moglie Licy, la caduta della sua classe sociale, la stesura del suo grande romanzo Il gattopardo, un grande successo postumo, come i racconti, rifiutato in vita da Mondadori, che lo stesso Bassani considerò una sorta di Vitaliano Brancati minore.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa è anche lui a suo modo un albatro, nella dedizione e nella sofferenza dimostrata per la scrittura, tardiva. Nato a Palermo nel 1896, da una nobile famiglia siciliana, è un bambino solitario, uno di quelli che preferiscono «le cose alle persone» e che rifuggono la compagnia; d’altronde questo bambino che ha «per compagnia solo il silenzio», è figlio unico di una nobile famiglia siciliana, vive nello sfarzoso palazzo di via Lampedusa, circondato unicamente da adulti, dei cui discorsi, tuttavia, capisce ben poco; finché non a caso sarà proprio un bambino bizzarro come Antonno ad avvicinarlo. Se questa strana creatura come arriva all’improvviso così d’un tratto sparisce, vero è che resterà incisa nella memoria emozionale dello scrittore. Divenuto adulto, Giuseppe partecipa alla guerra del 1915-18 come ufficiale, rimanendo nell’esercito fino al 1925; dopodiché si ritira a vita privata, viaggiando e dimorando per lunghi periodi all’estero, dove si dedica alla stesura di saggi e racconti che non darà alle stampe. Sarà solo quando metterà mano a una storia che cova dentro di sé da tempo, Il Gattopardo, che Antonno tornerà da lui, e con il suo essere al contrario, stuzzicherà il pensiero dello scrittore che poi è diventato emblematico, quasi uno slogan: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». In alcuni passaggi del libro della Lo Iacono emerge un pensiero politico sottile, anche se un po’ retrogrado, in certi momenti ammantato di romanticismo, eppure estremamente lucido. Come in un passaggio tratto dal romanzo di una vita, in cui si dice che tutti, indistintamente, di grande, media o piccola statura, ci consideriamo il sale della terra eppure siamo ben poca cosa ma quello che è triste è che i gattopardi e i leoni, ovvero i Tomasi di Lampedusa e i Florio, lasceranno posto a persone decisamente più indegne.
Il romanzo racconta un uomo nelle sue fragilità e malinconie, uno scrittore nella sua formazione letteraria europea e disegna anche un affresco dell’ultima nobiltà siciliana che resta una pagina di storia indispensabile per capire la Sicilia di oggi e la sua mentalità, oltre che la sua letteratura.

L’Albatro
Simona Lo Iacono
Neri Pozza
In libreria dal 30 maggio 2019
pp. 224
16,50 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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