“A Santiago con Celeste” di Giuseppina Torregrossa

Scritto da  Martedì, 14 Aprile 2015 

Un diario di viaggio, nel quale si avverte la distanza di chi è già tornato a casa, semplice, spontaneo dal quale si distillano riflessioni esistenziali, forse e quasi inconsapevoli. E’ il tono spontaneo, di una confessione a se stessa dell’autrice che nel cammino si confronta con luoghi nuovi, varia umanità e soprattutto Celeste - la compagna di viaggio – e più di ogni altra dimensione con se stessa.

Un viaggio pellegrinaggio che se si ripercorre la storia, vado a memoria, caratterizza soprattutto il mondo mediterraneo, di tutte e le tre le religioni del libro e quell’area che dall’Europa meridionale porta fino al Medioriente. Non è una questione geografica, ma di mappe dello spirito. Tutto il libro, scritto in un linguaggio piano e diretto, come a se stessa ricostruisce un viaggio dai preparativi al ritorno, quel bisogno di appagare la propria smania la cui soluzione appare in un incontro occasionale: una proposta che noi non sappiamo fare a noi stessi. E’ così che in un’impazienza malinconica Giuseppina, autrice e protagonista, trova in Celeste una comunanza di interessi, una meta – scopriremo – comune senza un percorso che le tenga unite. In effetti troppo spesso subiamo l’incantamento di una sorprendente comunanza di intenzioni, come quando le due protagoniste pronunciano insieme Santiago, Santiago de Compostela, pensando ad una destinazione da raggiungere. Il più delle volte è il come del percorso non il dove che cambia l’orientamento. Questo fa dire alla protagonista che il compagno di viaggio non è quello che si sceglie né quello che capita, ma quello che ha il nostro stesso passo e quindi non lo sceglie, ma lo si vive. Per sapere se l’altro può essere un nostro compagno, come ci racconta la parola, occorre dividere almeno un tratto del percorso. E’ così che le due compagne di stanza e di strada sembrano non sopportarsi in alcuni momenti e poi ritrovarsi in altri perché il vero viaggio è un’iniziazione che non fa sconti.

All’inizio la protagonista che è ancora l’autrice più che il suo personaggio è impaziente e prende in giro la pazienza come virtù e mi ha colpita perché la penso esattamente allo stesso modo eppure nel distillare i chilometri, nell’abbandonare ogni indumento e oggetto superfluo dallo zaino – ma come si fa a sottrarre qualcosa da zero? – emerge la metafora che è nell’attesa che si apre una porta insospettabile. Altra cosa è invece la fatica e la sofferenza in un mondo manicheo dove il pensiero si autodivide e si autocensura in “politicamente corretto” e “politicamente scorretto” per cui solo la fatica e il sacrificio sembrano portare ad un risultato se non addirittura alla felicità. Ecco perché Giuseppina sembra dover sottolineare che il suo cammino è stato “imperfetto” per il ricorso agli sherpa per i bagagli, a treni e taxi con varie incursioni tra spa e massaggi. E’ il vissuto, l’adattabilità del percorso al nostro io, la sofferenza interiore, scoprirà, che definiscono il valore di un pellegrinaggio dove in qualche modo la liturgia sacra resta sullo sfondo. E’ il cammino interiore l’elemento che caratterizza di più il percorso verso Santiago scandito nei chilometri come un contatore nei sottotitoli dei capitoli. Perfino la Spagna si intravede appena: dei suoi luoghi ci arrivano soprattutto gli odori, la luce e il calore, attraverso quello che la protagonista sente e vive sulla propria pelle. Il viaggio più interessante della vita sembra essere quello nell’altro che ci fa da specchio e da cassa di risonanza, come un liquido di contrasto e il suo valore non si misura in risultati, ma in quello che si lascia, si scopre, si cimenta come domanda.

L’invito che arriva a chi scrive è di non avere fretta, di “godersela”, anche la fatica, il sudore, la pena del singolo giorno. Non è né un’accettazione stoica, né questione di pazienza, ma di riprendersi il gusto della vita. Sarà così che finalmente la protagonista si ritroverà in armonia, dove per armonia si dà l’unità in sé della mente e del corpo, mentre le paure arretreranno: quella di invecchiare, come dell’obbligo della bellezza. La copertina con le sue lumache che sopravvivono, quelle che sono brutte, così brutte che nessuno osa nemmeno schiacciare, ci apre un cammino diverso, laterale, di unità, dove non sono i chilometri a fare la differenza nel viaggio.

A Santiago con Celeste
di Giuseppina Torregrossa
Nottetempo
12,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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