A. Chimento e P. Parachini (a cura di) - Il Divo di Paolo Sorrentino (Edizioni Falsopiano, 2013)

Scritto da  Francesco Mattana Martedì, 12 Marzo 2013 

Negli anni da Sottosegretatrio di De Gasperi, Giulio Andreotti era un giovanotto pressoché imberbe, ma le idee sul cinema erano già chiare. “I panni sporchi si lavano in famiglia” sentenziò , snobbando la moda del Neorealismo di fornire un'immagine troppo cupa dell'Italia. Il Presidente ha sempre amato il cinema. Prima o poi, il cinema doveva ricambiare questa grande passione. Ecco Il Divo, dunque. Non esattamente un omaggio affettuoso, ma nemmeno un pamphlet denigratorio.

 

 


Il Divo di Paolo Sorrentino
La grandezza dell’enigma
A cura di Andrea Chimento e Paolo Parachini
Edizioni Falsopiano

 

Negli anni da Sottosegretatrio di De Gasperi Giulio Andreotti era un giovanotto pressoché imberbe, ma le idee sul cinema erano già chiare. “I panni sporchi si lavano in famiglia” sentenziò , snobbando la moda del Neorealismo di fornire un'immagine troppo cupa dell'Italia. Il Presidente ha sempre amato il cinema. Prima o poi, il cinema doveva ricambiare questa grande passione. Ecco Il Divo, dunque. Non esattamente un omaggio affettuoso, ma nemmeno un pamphlet denigratorio.


Di sicuro Sorrentino la pensa diversamente dal Senatore riguardo alla funzione del cinema: i panni -siano sporchi, puliti o incolori- vanno sciacquati in famiglia. La famiglia del pubblico, che osserva il risultato del tuo lavoro nel buio della sala, traendone poi un personale giudizio.


Tra gli spettatori del Divo, quasi tutti ne hanno afferrato la modernità, la sapienza tecnica e l'originalità complessiva. Ma trattandosi di un film che è già un classico moderno, era necessario riassumerne le varie suggestioni in un libro.
Il Divo, la grandezza dell'enigma è una raccolta di saggi necessaria. Non solo per fare il punto sulle varie tappe che hanno scandito la carriera del giovane Sorrentino (giovane? Ah già è vero, in Italia sei giovane fino a settant'anni, pur avendo un solido curriculum alle spalle come il regista napoletano), ma soprattutto per come viene spiegata -attraverso la chiarezza e l'analiticità degli autori- l'irrompere della Storia nel cinema contemporaneo. Un'irruzione che non è un'ampia nota a margine, attraverso le immagini, dei grandi Misteri d'Italia; bensì, una narrazione filmica che si prende tutte le libertà necessarie per coinvolgere il pubblico.


La Storia italiana è un susseguirsi di domande che ancora non hanno trovato risposta: perciò Sorrentino, con tutta la buona volontà, non poteva fare del cinema-verità. In compenso, grazie alla potenza visionaria del suo sguardo, ha potuto trasformare il cinquantennio democristiano in un avvincente racconto, sbizzarrendosi coi virtuosismi tecnici più geniali e spiazzanti. Spettacolari, per usare l'aggettivo utilizzato come sottotitolo del film.
Dunque il libro riflette sulla presenza della Storia nel Divo, confrontandolo con altri registi che la Storia l'hanno riletta col filtro della propria sensibilità (Tarantino, Bellocchio, Moretti e via proiettando).


Altro tema fondamentale presente in queste pagine è la Maschera nei film di Sorrentino. Tutti i protagonisti dei suoi film (e dei suoi romanzi: il Tony Pagoda di Hanno tutti ragione ha i lineamenti di Toni Servillo) sono delle maschere disincantate, che hanno accettato la follia della vita con volti pietrificati o sorrisi beffardi. L'unico a indossare una maschera consapevolmente è la rockstar di This must be the place: circola con fogge stravaganti per nascondersi dalle insidie della vita.


Il Divo, insomma, come tutti i capolavori, è un metatesto. Ci trovi dentro gli archetipi del cinema come Citizen Kane, ma anche le riflessioni postmoderne di Derrida e Vattimo. Un film che angoscia, angustia, ma allo stesso tempo libera. Un film che ripropone il coraggio civile di Elio Petri (soprattutto il kafkiano Todo Modo), ma non segue la scia del cinema impegnato di quegli anni (Servillo è bravo come Volontè, ma non è Volontè).
Sorrentino sostiene di non avere alcuna competenza in fatto di western, ma è una di quelle balle per cui era conosciuto il suo ispiratore Fellini (nel suo essere fruitore onnivoro, il regista del Vomero conosce benissimo tutto il cinema popolare).


Un libro che, esattamente come il film, non può svelare l'Enigma Andreotti (e non desidera nemmeno svelarlo). Quel 'mistero racchiuso in un enigma' (come Churchill definiva Stalin. Beninteso però che, per quante Giulio ne abbia combinate di ogni, non è certo paragonabile alla crudeltà efferata del georgiano) continua a rimanere un arcano.


La maschera fissa di Andreotti come l'Oracolo di Delfi, depositario di tante verità. In attesa di trovare un Edipo in grado di sciogliere questo intricato rebus che è la Prima Repubblica, ringraziamo con affetto gli autori di questo saggio.


E date un'occhiata, alla fine del libro, all'età di questi ragazzi: tutti dai trent'anni in giù, con un'acutezza di sguardo impareggiabile. Ma non bisogna stupirsi: in un Paese normale si sa che i giovani in gamba sono tanti. Ma L'Italia, come spiega il film e il libro, non è un Paese normale. Difficile riassumere questo Stivale con una sola espressione, ma di sicuro non è un Paese normale.


Articolo di: Francesco Mattana

 

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