“A cavallo del vento”, fiabe armene raccontate da Sonya Orfalian

Scritto da  Domenica, 11 Gennaio 2015 

Un mondo onirico e per la dimensione europea molto lontano dalle fiabe conosciute anche se gli archetipi restano gli stessi, trasfigurati, strampalati per il nostro modo di sentire e a volte difficilmente traducibili. Talora si resta disorientati perché difficile comprendere il percorso, la simbologia e la battuta, e nello stesso tempo affascinati da uno stile e da luoghi immaginifici. Una grande operazione di memoria nel segno del dover di ricordare un popolo che ha rischiato di essere annientato.

Questa scrittrice, artista e traduttrice, nata in Libia da genitori armeni dove ha vissuto la sua infanzia come rifugiata, all’età di undici anni, dopo il colpo di stato di Gheddafi, ha trovato asilo a Roma dove vive e lavora; si è battuta per la memoria di un popolo dalla cultura ricca e sconosciuta, già autrice di un libro sulla cucina armena. Con A cavallo del vento ci propone in una versione, probabilmente originale, il mondo delle fiabe armene, cuore in qualche modo di questa tradizione. La cucina, come la poesia epica come il mondo del racconto che originariamente nasceva dalla tradizione orale - tramandata di generazione in generazione dagli ashugh, rapsodi itineranti - dai simboli più profondi di un popolo, come anche dal suo sentire e dal vissuto quotidiano sono la culla di una civiltà che ne disegnano i connotati fondamentali. E’ per questo che è interessante questo libro, forse lettura più per adulti che per bambini, a mio parre ancora più delle fiabe europee, si inserisce in una tradizione di racconti e di leggende. Un approccio singolare e suggestivo verso una cultura pressoché sconosciuta eppure molto ricca. Come racconta in un’intervista Sonya, che si è dedicata per la più parte della sua vita alla memoria, “nella diaspora la tradizione delle pietanze più diffuse nelle case armene si è paradossalmente conservata con maggior forza: era necessario, per poter sopravvivere malgrado tutto, conservare e tramandare il ricordo, rievocare i sapori e gli odori della casa d’infanzia, ripetere i gesti antichi delle nonne per mantenerli in vita. Anche la cucina della nostra casa - come per molte famiglie in esilio - era il luogo dove tutte le guerre e i risentimenti razziali avevano fine; il luogo in cui le pietanze di popoli in eterna lotta tra loro convivevano pacificamente”.

Se le pagine del libro sono scorrevoli, ricche e variegate, risultano molto diverse dalla nostra fiaba forse perché l’immaginario inconscio e tradizionale fa riferimento a parametri molto diversi. Immancabile l’incipit “c’era e non c’era…” seguito quasi sempre da “un re” così come la conclusione che suona più o meno così: i protagonisti del racconto hanno realizzato i loro desideri e l’augurio è che anche al lettore succeda la stessa cosa, ma qui il principe e la principessa che immancabilmente si sposano non “vissero felici e contenti”. E ancora spesso una postilla dice “caddero tre mele dal cielo, una per chi ha narrato, una per chi ha ascoltato e una per il mondo intero”. Sembra quindi rafforzata l’idea di un dialogo, di un elemento didattico del narrare. Soprattutto l’incipit ci dice che il mondo della narrazione armena è in qualche modo sfumato nel sogno là dove, a mio parere, il “nostro” mondo fatato distingue realtà e sogno, improntato ad un realismo pur magico che ha sempre confini netti come tra il bene il male. Mi pare che questa dimensione non sia così delineata nel mondo armeno e quindi ne aumenta il fascino ma turba chi è abituato ad un pensiero cartesiano. Spesso infatti si dice “tanto o poco” a sottolineare la fluidità dei confini di questo mondo che non risponde alla logica del pensiero razionale.

Interessante sarebbe un dizionario per apprezzare la simbologia della fiaba armena per cui i festeggiamenti delle nozze durano sempre sette giorni e sette notte; quando qualcuno chiede all’altro di colpirlo un’altra volta c’è sempre un rifiuto con la frase “Sono nato solo una volta da mia madre” e ancora si parla molto di pioppi, che sono alberi diffusi e di chissà quanti elementi che il lettore non esperto di questo mondo non riesce a cogliere.

Ad una prima lettura ho notato alcuni aspetti singolari che sono una maggior fluidità tra i mondi sociali della corte e del popolo rispetto alle nostre fiabe dove si passa da una distanza abissale ad un rovesciamento delle parti; la presenza marcata di percorsi iniziatici sempre molto complessi che spesso paiono assurdi, strampalati, con alcuni aspetti di violenza e deformità che probabilmente sconcertano perché non sono riconoscibili e fissati una volta per tutte. Mi sembra che il bene e il male siano meno divisi e incardinati in allegorie definite una volta per tutte e questo rende la fiaba armena astrusa e al tempo stesso più realista, in quel effetto sorpresa e originalità che è sempre la vita.


A cavallo del vento
fiabe armene raccontate
da Sonia Orfalian
edizioni Argo, Il pianeta scritto
aprile 2014
euro 16,00

Articolo di Ilaria Guidantoni

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