“2084 La fin du monde” di Boualem Sansal

Scritto da  Lunedì, 18 Gennaio 2016 

Attesa la traduzione italiana del Gran Prix du Roman 2015!

Romanzo, vincitore del Grand Prix du Roman de l’Académie Française, presto tradotto anche in italiano, che mette insieme la capacità di sfiorare la fantascienza e la visionarietà con la critica sociale e politica, confermando sia la vocazione letteraria di grande eleganza stilistica dello scrittore francofono algerino sia il suo impegno critico, da laico, nell’analisi della società contemporanea e il suo rischio di deriva dittatoriale. Fin troppo evidenti i riferimenti alla società islamica e ai suoi possibili estremismi; una grande prova anche di analisi psicoanalitica della società.

Era atteso da tempo l’ultimo romanzo dello scrittore algerino Boualem Sansal, uno dei maggiori letterati dell’Algeria di oggi, molto letto in Francia dove ha ricevuto il prestigioso Gran Prix du Roman de l’Académie Française 2015 per questo romanzo il cui titolo ricorda certamente 1984 Nineteen Eighty-Four, uno dei più celebri romanzi di George Orwell, pubblicato nel 1949 ma iniziato a scrivere nel 1948 dal cui anagramma deriva il titolo. Come nel libro di Orwell la vicenda, apparentemente fantastica, ambientata in un paese immaginario, è di fatto il ritratto di quello che potrebbe accadere se le vicende attuali prendessero una brutta piega, quella dell’estremismo. In tal senso ricorda anche Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Il lato più affascinante dell’opera di Sansal è legata al fatto che, al di là del titolo, il sapore, più che futuribile, sembra una saga lontana nel tempo, arcaica in qualche modo. Condito da una grande eleganza stilistica, ricca e potente dal punto di vista linguistico, mai ridondante, a tratti poetica in altri graffiante, perfino ironica, è una feroce denuncia di ogni dittatura, nella fattispecie quella religiosa che accieca ed un’analisi sociologica dal punto di vista psicoanalitico implacabile. È anche l’esaltazione dell’amicizia nel suo valore di complicità intellettuale e di impegno comune, che fa venire in mente la definizione che ne diede Seneca, amicitia…cum par volutas honesta parent. La sua preziosità, la capacità che ha di resistere a ogni tentativo del potere predominante e il coraggio che mette in campo di rischiare. E, ancora, è la descrizione della risorsa incredibile dell’uomo quando si ricorda di essere umano, in quell’insopprimibile desiderio di conoscenza, intesa come percorso e dovere esistenziale, preambolo di consapevolezza, irreversibile.

Un romanzo con tutti gli ingredienti della narrativa di fantasia, compresa la nota noir, eppure diviene anche una tessitura filosofica, quasi involontaria, che presenta una lucida concezione dell’esistenza, oltre che un manifesto politico. Al libro e al suo autore, nato nel 1949, residente a Boumerdès, vicino Algeri - il quotidiano la Repubblica nel mese di dicembre ha dedicato una pagina intera annunciando la prossima traduzione in italiano. 2084La fine del mondo (tradotto letteralmente, non si sa quale sarà il titolo italiano) è un testo che per certi aspetti ricorda le ambientazioni e il clima de Il nome della rosa di Umberto Eco, ma anche di Cecità di José Saramago, le cui pagine si divorano, non senza una partecipazione emotiva, alla quale il lettore non riesce a sottrarsi, respirando tutta l’angoscia del protagonista della vicenda e le atmosfere lugubri e soffocanti nelle quali vive. La tessitura sottile racconta la vita nell’Abistan, un impero immenso, il cui nome deriva da quello del profeta Abi, messaggero di Yölah sulla terra, dove per messaggero si intende delegato e autorizzato ad esercitarne l’autorità oltre che l’autorevolezza. Per chi ha dimestichezza e una certa conoscenza con la lingua e la cultura arabo-musulmana, l’allusione è abbastanza evidente anche se ovviamente vengono presi a prestito gli elementi più radicali interpretati in modo deforme, secondo un estremismo terroristico. È evidente infatti la denuncia dei detentori del potere, ritenuti eletti, ma a dire il vero auto-nominatesi tali, e il loro abuso di esercizio con tratti che assomigliano ad ogni dittatura. Il sistema di governo è fondato infatti sull’amnesia (l’unica data che si ricorda è proprio il 1984), della storia, dato che la memoria è quello che ci rende autonomi, carichi di un passato che custodisce la nostra intimità e quindi unici. Ma l’unicità e la creatività sono bandite perché sono incontrollabili, come l’amore. In tutto il libro non si ha il sentore della sessualità, non appaiono figure femminili, se non una madre che sembra occupata esclusivamente dal nutrire il proprio figlio. Altro elemento essenziale è la sottomissione al Dio unico attraverso un sistema di controllo delle stesse idee delle persone. Apparentemente tutti vivono nella felicità e beatitudine che solo la fede sembra assicurare, senza porsi alcuna domanda. Il personaggio centrale, però, Ati, mette in dubbio ad un certo punto tutte le certezze e comincia un percorso senza ritorno, fuori dal coro. Comincerà infatti un’inchiesta sull’esistenza di un popolo di rinnegati che vive in alcuni ghetti senza alcun riferimento alla religione. Anche in tal caso il tema del muro, dei confini, dell’associazione tra fuori e dentro come categorie dello spirito, racconta ampiamente le derive dell’umanità nel corso della storia. Che il riferimento sia al rischio islamizzazione attuale è una trama che si legge in chiaro a partire dal nome della capitale di questo immaginifico paese, Qodsabad, el-Qods, in arabo è Gerusalemme.

Non manca la “guerra santa” e ancora l’obbligo delle preghiere giornaliere che in questo caso sono sette, e ancora l’obbligo di un abito che omologa tutti e distingue allo stesso tempo secondo categorie precise, guarda caso, proprio le donne. Il colore di questa veste ampia, sobria, con cappuccio, il burni – come non riecheggiare il burnous del nord Africa? – individua infatti, rispettivamente, le ragazze vergine, le donne sposate e le vedove. Altra categoria ovviamente non è ammessa. Tra l’altro la versione femminile è il burniqab. Altro riferimento è alla lingua, quella ufficiale, il misterioso abilang, e imposta mentre tutte le altre sono bandite anche se Ati scoprirà che alcuni quando sono in famiglia e pensano di non essere ascoltati, parlano altri idiomi. La lingua è in effetti una visione del pensiero e ogni colonizzatore o potere che si sia imposto nella modernità con l’idea del partito unico ha optato per una lingua unica, mettendo al bando le altre. Non è un caso che l’Islām più tradizionale promuove l’uso della lingua araba e possibilmente dell’arabo classico, dato che il Corano non è tradotto nelle lingue nazionali. Al di là dei riferimenti specifici, il romanzo resta comunque, un grande racconto su ogni assolutismo che sotto varie forme condanna l’umanità alla bestialità: il pensiero unico e la rivelazione unica e universale che pretende sottomissione e fede cieca; rendendo immobile la vita e orientandola solo alla conservazione del sistema per cui, nel caso del libro, l’unica possibilità per circolare liberamente è compiere un pellegrinaggio. Per favorire il mantenimento dello status quo il potere cerca di isolare gli uomini – grazie alla diffusione di una cultura del sospetto - e di diffondere il terrore, il cui effetto più violento e duraturo è l’autocensura dalla quale difficilmente ci si libera. La mancanza di libertà è soprattutto quella del pensiero perché tutto è governato a livello pubblico e disciplinato senza pensare all’unicità della coscienza tanto che in un passaggio si dice “l’abito fa il monaco e la fede il credente”, ma l’abito e la fede sono imposte anche nel modo, rispettivamente, di indossarlo e praticarla.

2084 La fin du monde
di Boualem Sansal
Romanzo
Editions Gallimard, 2015
Grand Prix du Roman de l’Académie Française 2015
Euro 19,50

Articolo di Ilaria Guidantoni

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