A volte l’epigrafe scelta per un libro può rivelare molto sul senso profondo della narrazione, altre volte no, ma non è questo il caso. La più amata di Teresa Ciabatti si apre con una citazione di Philip Roth, da Pastorale Americana: Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Questo romanzo dai tratti marcatamente autobiografici si apre con le molte certezze identitarie della protagonista/autrice bambina - Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia, la gioia, l'orgoglio, l'amore del Professore – incrollabili come solo le convinzioni infantili sanno essere. Presto però i piani narrativi si confondono e le certezze vengono meno: Teresa, quarantaquattro anni, una vita apparentemente normale e vissuta invece, per sua stessa ammissione, in una insofferente solitudine, si mette alla ricerca della vera “storia” della sua famiglia. Chi era suo padre? Quella figura così centrale nel suo percorso di formazione, così centrale da minare, con la sua scomparsa tutte le certezze che l’hanno resa ciò che è: una donna indipendente, fiera, scostante.

Un canto popolare rivive attraverso le avventure e le disavventure del protagonista fino all’epilogo tragico di una storia d’amore che racconta allo stesso tempo una città: Tunisi, affascinante e lacerante, quella dei vicoli oscuri, come dice il titolo, del dolore e della disperata voglia di sognare. Attraverso l’infanzia povera e i deragliamenti del narratore, la ricostruzione del mondo dello spettacolo, dagli epigoni del caffè chantant al recupero delle tradizioni che raccontano un mondo di intrecci sociali, crocevia di popoli, fino ai nostri giorni, alle contestazioni che hanno portato alla rivolta del 2011. Al centro il canto del mezoued che diventa l’interprete di un mondo lacerato e desideroso di evasione.

"Le Otto montagne" di Paolo Cognetti

Scritto da Domenica, 30 Luglio 2017

Un percorso di formazione, un lungo viaggio spirituale e allo stesso tempo estremamente “terreno”, quasi fosse fatto di terra e roccia, anima il cuore de Le Otto montagne, romanzo di Paolo Cognetti finalista al premio Strega e vincitore dello Strega Giovani 2017.

Usciti nelle librerie il 18 Maggio u.s., i primi due volumi della monumentale quadrilogia di Joyce Carol Oates - Epopea americana, (“Il giardino delle delizie”, pubblicato, nell’originaria edizione americana, nel 1967, e “I ricchi”, pubblicato, sempre negli Usa, nel 1968) le edizioni Il Saggiatore si apprestano a pubblicare, nel mese di Ottobre prossimo, gli ultimi due volumi della serie (“Loro”, pubblicato nel 1969, e “Il paese delle meraviglie”, pubblicato nel 1971). Il primo dei volumi usciti di recente, peraltro, sembra apparentarsi alla lontana con lo Steinbeck migliore, quello, tanto per intenderci, di “Furore” e “La valle dell’Eden”. Con i citati romanzi, “Il giardino delle delizie” sembra avere in comune quanto meno, rispettivamente, l’argomento delle tragiche e frequentissime vicissitudini di molte delle famiglie di lavoranti agricoli che vagano per l’America rurale profonda alla ricerca di mezzi di sostentamento e quello dei conflitti intergenerazionali. In verità le influenze della Oates, se consideriamo nel loro insieme i quattro titoli citati, appaiono ben più articolate. È, d’altro canto, la stessa Oates a sostenere che i romanzi “Il giardino delle delizie”, “I ricchi” e “Loro”, pur nel complesso concepiti dall’autrice come critiche all’America, alla cultura americana, ai valori americani, all’ American dream, tra loro differiscono notevolmente per linguaggio, tono e situazioni descritte. I tre romanzi facevano inizialmente parte di una informale trilogia oatesiana scritta negli anni Sessanta. “Il giardino delle delizie”, peraltro, è opera che, lo si scopre leggendo la postfazione dell’autrice, contiene anche qualche risvolto narrativo autobiografico.

Tradotta in 26 lingue, Faïza Guene si è imposta come una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea. Il romanzo conferma la vena di narratrice delle piccole cose, quel dialogo-scontro fra mondo tradizionale ancorato al passato e a quello che si è lasciato e l’anelito a perdersi nel nuovo, a sperimentare. Una fotografia esemplare di lacerazione per chi non riesce a stare in Francia né dalla parte dei genitori che “ingozzano” i figli, né dalla parte di quei giovani che sentono di “essere nutriti” solo dai valori della Repubblica. Da leggere assolutamente in francese per il suo linguaggio innovativo sospeso tra la sonorità algerina e il linguaggio francese dei giovani, un caso ben riuscito di fusion.

Prima prova narrativa, in versione lungometraggio, del giornalista Umberto Cutolo, Omicidi all’acqua pazza, è un gustoso giallo “tradizionale” che racconta un territorio evidentemente amato dall’autore che sembra uno specialista mai affettato, senza toni da erudizione. Divertito scrittore che prende in giro la cucina degli chef per rivendicare il valore dei cuochi, dipinge un affresco sociale dei vacanzieri in Costiera: pungente (au)ritratto, non solo italiano del turista, ironico e sinceramente spassoso, con una leggerezza che non è mai superficiale, riesce a pungere il lettore, a scendere nella storia e nelle storie senza mai farsene accorgere. E’ la rivendicazione del giallo classico in un mondo inondato di giallisti, oltre che di chef televisivi e turisti globalizzati.

TOP