Stanze d’artista. Capolavori del ‘900 italiano – Galleria d’arte moderna (Roma)

Scritto da  Domenica, 07 Maggio 2017 

Con Stanze d’artista. Capolavori del ‘900 italiano, la Galleria d’arte moderna di Roma, conferma la sua scelta di privilegiare opere poco esposte, alternando pezzi della collezione permanente con prestiti come in questo caso: Sironi, Martini, Ferrazzi, de Chirico, Savinio, Carrà, Soffici, Rosai, Campigli, Marini, Pirandello e Scipione, artisti che hanno operato tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento, relativamente di recente valorizzati in Italia e ancora poco conosciuti all’estero. Il fil rouge dell’iniziativa è sull’intimità come suggerisce il titolo tra parole e immagini di artisti a tutto tondo.

 

La mostra – curata da Maria Catalano, Federica Pirani - circa sessanta opere di scultura, pittura, grafica che raccontano l’arte della prima metà del Novecento attraverso dodici dei suoi maggiori esponenti – Mario Sironi, Arturo Martini, Ferruccio Ferrazzi, Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Ottone Rosai, Massimo Campigli, Marino Marini, Fausto Pirandello e Scipione – per una lunga permanenza (dal 13 aprile al 1° ottobre 2017) con l’idea di ricreare un sentimento di intimità, non di intimismo, quale c’era tra gli artisti. Il primo aspetto da considerare è infatti la corrispondenza tra molti di loro e il secondo è la scrittura. Tanti di questi pittori e scultori erano artisti a tutto tondo, alla maniera rinascimentale, ancora da riscoprire, come Alberto Savinio, poeta, letterato, musicista oltre e forse prima che pittore. In tal senso anche la scelta espositiva, su tre piani, è coerente con la presentazione non di pannelli didascalici ma evocativi, quali pergamene dove sono stati riportati riportati frasi e pensieri dei vari personaggi in mostra e lo stesso criterio è adottato nel catalogo, che sarà un florilegio. La selezione è stata operata tenendo conto delle opere già esposte nella sede della Galleria e che maggiormente il pubblico può aver incontrato in varie mostre, alternando opere scelte tra la collezione permanente che raccoglie tremila opere (esposte a rotazione) e alcune provenienti da varie collezioni private.
Di Mario Sironi in mostra “Pandora”, opera presentata per la prima volta e capostipite delle figure femminili monumentali del quale l’artista è stato iniziatore. Con questo quadro si evidenzia il ricorso all’antico, inteso come arcaico e non al rifacimento neo-classico, che si rifà ad artisti come Masaccio e Michelangelo, come si evince dal forte chiaroscuro del panneggio della veste della donna ad esempio, prima che i restauri ci facessero conoscere questi artisti rinascimentali con un tono diverso. Di Sironi anche quadri che lo mostrano come l’iniziatore della pittura del paesaggio urbano – celebri le sue periferie – della quale in qualche modo il Futurismo era stato antesignano, ad esempio con Sant’Elia che però realizzava rappresentazioni fantastiche.
Per la prima si può vedere la scultura in terracotta di Arturo Martini “Il pastore”, recentemente restaurata dalla fondazione Droghetti, con echi donatelliani nella quale si indovina il recupero della figura mitica.
Importante anche la presenza di Ferruccio Ferrazzi, il più nordico dei pittori che operava a Roma in quel periodo, un autore del quale c’è ancora molto da studiare e che ha reinventato l’encausto come si vede in uno dei ritratti con l’uso del rosso pompeiano. Tra l’altro la sua poetica si può recuperare proprio grazie a degli scritti: ad oggi solo una parte dei suoi taccuini è stata pubblicata. Tra le sue opere visibili si ricorda la seconda e la terza versione (della prima non si hanno notizie) di un quadro presentato con due titoli, “La nuda” e “Frammenti di esposizione” (da sottolineare che l’unico volto messo a fuoco delle donne è quello riflesso nello specchio).
Interessanti le opere di Scipione – pseudonimo di Gino Bonichi – del quale per la prima volta è esposto il “Cardinal Decano”, con accanto il suo bozzetto e il ritratto della sola testa e la “Cortigiana” in realtà una prostituta. Sullo sfondo una Roma prossima al disfacimento, di ispirazione apocalittica, dove il barocco diventa quasi allegoria di peccato, tra opulenza e decadenza, frutto dell’accentuazione della sua religiosità con il progredire della malattia, che diventa sofferta e sofferente.
Per la prima volta esposte opere di collezioni private quali “Le spose dei marinai” del 1934 di Massimo Campigli, splendido per la sua grande modernità; “Campi e colline” del 1925 e “mare burrascoso” dell’anno seguente di Ardengo Soffici; e ancora di Ottone Rosai “Paese” datato 1923.
Le curatrici hanno insistito sull’opportunità di approfondire questo periodo artistico nel quale l’Italia ha eccelso e che forse in parte per un pregiudizio ideologico legato al Fascismo, in parte perché la critica e il gusto artistico hanno privilegiato l’astrazione o altre correnti e tendenze artistiche, è stato un po’ trascurato. L’attenzione, nello specifico, dovrebbe essere focalizzata non solo su dipinti, sculture e grafica quant’anche sulla parte letteraria e saggistica che spiega e completa l’opera.
L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali mentre i servizi museali sono realizzati da Zètema Progetto Cultura.
Nella politica della Galleria anche il prestito di opere della propria collezione com’è accaduto con le circa 150 opere recentemente in mostra al Museo di Tirana, restaurato per l’occasione dove in 2 mesi vi sono stati 55mila visitatori.


Galleria d'Arte Moderna | Via Francesco Crispi, 24 - Roma
Apertura al pubblico: 14 aprile – 1° ottobre 2017
Inaugurazione: giovedì 13 aprile ore 18.00

Articolo di Ilaria Guidantoni

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP