Revolutija – MAMbo (Bologna)

Scritto da  Giovedì, 14 Giugno 2018 

Al MAMbo di Bologna, polo del contemporaneo della città, “Revolutija da Chagall a Malevich da Repin a Kandinsky”, capolavori del Museo di Stato Russo a San Pietroburgo, straordinaria retrospettiva, originale nella selezione, ottimo allestimento e organizzazione delle sessioni, con un commento di grande profilo, all’interno dell’ex forno che riunisce una collezione di arte contemporanea dagli anni Cinquanta ad oggi, una panoramica italiana con uno sguardo locale originale e che accoglie temporaneamente il museo Morandi, pittore definito dal critico Longhi a suo tempo il più grande pittore vivente.

 

Gli spazi ampi del MAMbo, nel cuore della città, disegnano una panoramica dell’arte italiana dagli anni Cinquanta ad oggi con particolare riferimento all’attività della Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Il percorso ha una fruizione piacevole, con una raccolta ricca ma non affollata e ruota intorno ad un anno cruciale per la città, il 1977, segnata da un’incredibile creatività oltre che da episodi drammatici della lotta studentesca, con occupazioni, scioperi e scontri. E’ in quell’anno che Radio Alice scende nelle piazze e diventa il megafono del disagio e della rivolta. Nello stesso anno la GAM organizza la Settimana Internazionale della Performance e appare la body art con Marina Abramovic insieme a Ulay, Gina Pane, Hermann Nitsch e Luigi Ontani al quale anni fa il MAMbo dedicò una grande personale. Nel percorso sono valorizzata personaggi che hanno fatto storia nella Bologna di mezzo secolo e in particolare temporaneamente al piano superiore è ospitato il Museo Giorgio Morandi (nato nel 1890 e morto nel 1964) visceralmente legato alla città, considerato tra i maggiori incisori del secolo, nelle opere in mostra si può ammirare la grande capacità, forse non così nota, nel disegnare, non nota almeno come i suoi dipinti: paesaggi e soprattutto nature morte, oggetti semplici, in particolare le bottiglie – una in ceramica che ha ispirato diverse opere è in mostra – e i fiori. In un periodo di rivoluzioni sono immagini estremamente classiche, tipicamente figurative, eppure incantano per la loro perfezione, sospensione, delicatezza che rende queste opere intramontabili.
Dal 12 dicembre scorso al 13 maggio ultimo al piano terreno è stata di scena la mostra “Revolutija da Chagall a Malevich da Repin a Kandinsky” di alto profilo, una narrazione lunga vent’anni che dal 1900, 1905 in particolare, accendono la scintilla che si incendierà nel 1917. Accogliente l’allestimento con le pareti grigie che lasciano risaltare il colore protagonista dell’esposizione mentre la voce dell’audioguida accompagna per una passeggiata storica nella rivoluzione russa. In occasione del centenario della rivoluzione russa 70 dipinti di grande fascino, una selezione che ci consente di affacciarsi sulla vastità del mondo russo che ad esempio nella rappresentazione della donna passa dall’icona e la sacralità bizantina, anche se rivisitata, allo stile rinascimentale reinterpretato in chiave neoclassica, all’espressionismo che attraversa con il suo spirito di ribellione l’immagine tradizionale scardinandola con nudi irriverenti, fino alla conservazione della tradizione delle donne in carne, con abiti tipici dove il rosso, il colore preferito in Russia, resta dominante; ma ci sono anche ritratti di intellettuali note, che attingono alla suggestione cubista o la moglie di Chagall nella famosa passeggiata. Interessante è l’evoluzione del ritratto della società da parte di pittori che credono nella rivoluzione e di coloro che invece pensano che i contadini saranno sempre vittime; dalla prima fase di vitalità fino all’adeguamento agli stereotipi del potere.
Una mostra molto densa di stimoli e suggestione con grande varietà, dal realismo del periodo della prima rivoluzione del 1905 fino al realismo socialista celebrativo dell’avvento di Stalin, a partire dagli entusiasmi e tensioni che pittori come Repin e Serov sanno rendere in forme e colori... Il’Ja Repin con Che vastità!, olio su tela del 1903, apre il viaggio. Racconta di aver dipinto un momento, un’impressione della sua vita personale ma la valenza sociale dell’opera viene riconosciuta dai suoi contemporanei che vi vedono una metafora dell’atmosfera di fiducia, speranza, coraggio dei giovani russi in quell’inizio del XX secolo così pieno di tensioni. La gioiosità dei due giovani in mezzo alle onde impetuose ci introduce in un pezzo di storia burrascosa e piena di stravolgimenti come anche al sogno di realizzare un grande futuro che sfida perfino il mare.
La Russia si apre alla pittura europea tardi, nel corso dell’Ottocento, essendo rimasta fino a quel momento per lo più legata alla figurazione delle icone. In vent’anni accade quanto non era accaduto neppure in due secoli e la mostra evidenzia l’estrema varietà, accanto a una pittura storico-celebrativa ci sono infatti pittori legati al cubo futurismo come Natan Al’tman nel ritratto della poetessa Anna Andreevna Achmatova che il pittore aveva conosciuto a Parigi nel 1911 e che coglie in un momento difficile della sua vita. Il modo di approcciare il nudo denuncia la varietà delle correnti, dalla nudità classica a quella brutale, come accennato, dal neoprimitivismo della Natal’ja Gončharova e del compagno Michail Larionov che, insieme ad altri, si ispirarono all’arte popolare russa come l’intaglio in legno.
Al centro della rassegna la figura di Kazimir Malevic che compie il salto più forte del tempo con il passaggio dall’arte visibile all’invisibile e della sua rivoluzione simboleggiata dal quadrato nero perché si oppone al cerchio rosso, che pure è in mostra, simbolo del sole, tipica figurazione tradizionale in Russia, e poi la scomposizione delle forme come quel ritratto “cubista” nel quale appare il volto della Gioconda o ancora gli atleti raffigurati con un’essenzialità senza volto, come pure la cavalleria, forse un modo per aggirare l’appiattimento del realismo di regime senza opporsi platealmente. Pur contestato da alcuni, sarà seguito, tra gli altri, da Ol’ga Rozanova, Ljubov’ Popova, Aleksandr Rodcenko (in mostra).
Interessante il pittore filosofo Pavel Filonov, che mette insieme il figurativo con il superamento dell’oggettività che anticipa la delusione e la paura, la sofferenza della Guerra che arriva senza che la Rivoluzione si sia ancora pienamente realizzata con i suoi sogni di rinnovamento. Fanno da contraltare al pessimismo di alcuni artisti, come Boris Grigor’ev che non vede un cambiamento di condizioni per i contadini, pittori come Marc Chagall che si rifugia nella dimensione del sogno, dell’aspetto onirico. Con la morte di Lenin il governo ha bisogno di consenso e tanti pittori come lo stesso Filonov vengono emarginati perché non riescono a piegarsi con entusiasmo alla celebrazione della personalità di Stalin che nel suo ritratto trova il centro della nuova ispirazione, un’ispirazione ovviamente imposta più che suggerita. Sarà l’asfissia dell’arte. Non è un caso che nel 1932 vengano raccolte in una mostra al Museo Russo opere di Malevich, Filonov e altri pittori a celebrare la grande ricchezza artistica della Russia. Dopodiché tutte le opere, artistiche, letterarie, teatrali, musicali che non corrispondono alle nuove direttive vengono censurate e nascoste nei magazzini dei musei. L’arte russa dei primi anni ’20 del Novecento viene cancellata verso il 1932, anno che segna la fine dell’avanguardia artistica della nazione. Poi ci sarà posto solo per la propaganda.
L’ultima sala poi è legata alla stampa che suggerisce l’ambiente dell’informazione nel quale vivevano gli artisti.

MAMbo
Via Don Giovanni Minzoni, 14
(a dieci minuti a piedi dalla Stazione Centrale)
Tel. 051.6496611

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