Oltre il velo – Fortezza Nuova (Livorno)

Scritto da  Mercoledì, 13 Luglio 2016 

24 Giugno - 14 Agosto 2016

La mostra, allestita a Portofranco, Sala degli Archi presso la Fortezza Nuova a Livorno, promossa e realizzata dal Comune di Livorno nell’ambito del Tavolo della Fotografia, è curata da Marianne Catzaras Organizzazione TST Art Gallery; mentre l’allestimento è di Patrizia Tonello e Pier Luigi Levy. Al centro dell’esposizione di opere fotografiche di artiste tunisine, la cultura del corpo nel mondo mediterraneo con le contraddizioni tra visione tradizionale e nuove spinte.

Mostra di grande energia, che interpreta la forza dirompente del post rivoluzione che in Tunisia ha segnato un risveglio se non una rinascita delle arti figurative, con un apporto da parte delle donne centrale. E’ questo che si chiede Marianne Catzaras in alcuni suoi versi quando scrive “c’è un prima e un dopo la rivoluzione in Tunisia?/ c’è un prima e un dopo la primavera araba?/ Certo gli artisti si sono messi all’opera nell’urgenza l’imminenza/ ma sono sempre stati in ascolto dei disordini e delle alienazioni/ del mondo e delle nostre socie/ testimoni degli spazi collettivi e degli spazi intimi/ come instancabili uccelli migratori/ che cercano di costruire di posare dei nidi d’ospitalità/ perché che cos’è un artista se non colui che ascolta/ la differenza e la trasforma…” e se gli artisti in Tunisia hanno fuggito gli estremismi, si dibattono tra le contraddizioni resistendo. E’ così si trasfigurano gesti e icone tradizionale come le abluzioni delle donne che sono però realizzate con il sangue. 

Sette artiste in mostra raccontano il loro universo di volti e incontri.

Hela Ammar, nata nel 1969, è un’artista visuale e dottore in legge. Le sue fotografie e installazioni indagano la nozione di memoria e identità al di là dei riferimenti sociali politici e religiosi. Autrice dell’opera Corridoi (2015), libro fotografico sulle prigioni tunisine e co-autrice di Syndrome de Siliana, inchiesta sulla pena di morte (2013), ha recentemente sviluppato un insieme di installazioni fotografiche e sonore sull’ambiente carcerario. Le sue opere sono state esposte in diverse biennali e fiere internazionali e si collocano nell’ambito della riflessione sui contenuti della memoria; l’identità ne è spesso al centro: quella dell’individuo, di una collettività o di una popolazione intera. “Hidden portraits” si inserisce nella dialettica tra passato e presente. Delle diverse facce dell’identità al centro della sua ricerca scrive: “mi riapproprio dei codici orientalisti, offrendone una nuova lettura. La nostra immagine è stata modellata dall’esterno, attraverso i fantasmi e le proiezioni dell’occidente e dall’interno, dai nostri usi e costumi. Così l’immagine si svela attraverso vari strati, a volte ci sono stati imposti altre si sono integrati e continuano ancora oggi a lasciare traccia sui nostri corpi.” Ed è proprio in questa lacerazione di varie stratificazioni la vera ricchezza anche se generano scontri e versano sangue. Nella serie “Purification” l’artista rivisita il rituale di espiazione portando la simbologia del sangue all’estremo. Una maniera di denunciare le pulizie etniche e religiose.

Meriem Bouderbala formatasi presso la Scuola di Belle Arti di Aix-en-Provence e la Scuola d’Arte Chelsea a Londra, vive e lavora tra Parigi e Tunisi e ha esposto in mostre personali e collettive in Tunisia, Marocco, Francia, Belgio, Emirati, Arabia Saudita, Italia, Germania e Stai Uniti. È dalla sua duplice origine francese tunisina e dalla sua doppia cultura che trae la sua ispirazione creativa, esplorando temi di identità e alterità – il qui e l’altrove - come altrettanti fattori di inventiva. Il suo approccio artistico cerca di sfuggire un pensiero prigioniero di stereotipi fissi, ossia ostili, che oppongono l’Oriente e l’Occidente. Riunisce così una delle caratteristiche della scena araba contemporanea, dall’ingresso nel XXI secolo, l’emergere di una minoranza attiva di artisti che vivono e creano in gran parte nelle città europee (Parigi, Londra, Berlino) dove contribuiscono a sviluppare la cultura del domani operando come una sorta di interfaccia con l’altro lato del Mediterraneo poiché partecipano con la loro presenza sulla linee di confine, all’evoluzione del pensiero e alla trasformazione delle mentalità.

Marianne Catzaras è nata in Tunisia da genitori greci e vive e lavora a Tunisi, anche se come artista ha esposto in Germania, Grecia, Italia, Marocco, Belgio, Stati Uniti e Francia. Dopo gli studi di letteratura alla Sorbona di Parigi si è dedicata alla fotografia e alla poesia; c uratrice di varie esposizioni, ha partecipato a diverse residenze d’artista. Gran parte del suo lavoro si fonda sulla valorizzazione delle minoranze, ma da qualche anno le sue opere tendono a mettere in scena un mondo onirico dove uomini e animali si mescolano in un’orchestrazione dell’impossibile. Oggi lascia vedere un mondo più spoglio, dove i colori hanno disertato, un universo dove l’inquietudine e l’inconsueto si affiancano. E’ Cavaliere delle Arti e delle Lettere della Repubblica francese.

Houda Ghorbel, nata a Sfax nel 1968, vive a Tunisi dove si è diplomata in Scienza e Tecnica delle Arti all’Istituto Superiore di Belle Arti. E’ un’artista multidisciplinare, il suo lavoro comprende pittura, ceramica, scultura, fotografia, installazioni e video; è costantemente alla ricerca di un nuovo medium, di una nuova maniera di esprimere le proprie idee.
Il suo impegno artistico testimonia non solamente la sua passione per l’arte, ma anche la sua partecipazione critica, filosofica, perfino politica.
Ha partecipato a innumerevoli esposizioni in molti paesi tra i quali Francia, Belgio, Egitto, Germania Siria e Polonia.
Houda Ghorbel e l’artista Wadi Mhiri lavorano insieme ed intervengono in campi visuali plu-ridisciplinari rivendicando la loro indipendenza artistica con progetti che interrogano l’identità tunisina partendo dai simboli dell’appartenenza culturale e religiosa. I rituali e i gesti secolari, gli album di famiglia, sono tracce del passato che accompagnano le loro opere con poesia, senza per questo cedere alla nostalgia.

Mouna Jemal Siala, nata nel 1973 a Parigi, cittadina tunisina, vive e lavora a Tunisi. Artista visiva, ha ottenuto il dottorato in Arti e Scienze dell’Arte dell’Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne. Dal 1998 è docente di arti visive presso l’Istituto Superiore di Belle Arti di Tunisi.
Ha partecipato dal 1993 a numerose mostre collettive in Francia, Germania, Spagna, Belgio, Algeri, Bamako (Incontri fotografici 2009), Dakar (ministro della Cultura Award al Dak’art 2010), Ginevra a Casablanca a Kolkata, a Los Angeles. Nella primavera del 2011 espone alla “9° Primavera delle Arti di Marsa” dove l’ho incontrata. Nel 2012 ha partecipato al Festival di Arte Contemporanea “Dream City” a Tunisi, Sfax e Marsiglia. Mouna espone il suo video “Il destino” all’IFA di Berlino, a New York nonché a Parigi e presso MaisonPhoto a Lille in una mostra personale. Ha partecipato alla mostra Cross-Border allo ZKM di Karlsruhe e al “Centenario di Paul Klee” nella mostra d’arte contemporanea 6x7/ 11 = 100 a Tunisi. Ha partecipato alla ventottesima edizione di‘Instants video’ a Marsiglia e rappresentato la Tunisia nella mostra “Luci d’Africa” che si è tenuta a Parigi, a margine della COP21. Il suo video “Il figlio” è stato selezionato al Somthing Else fuori Biennale del Cairo nel novembre 2015 e alla Biennale di Marrakech nel mese di febbraio 2016. Mouna fa parte degli artisti selezionati dal curatore Simon Njami per la Biennale di Dakar nel 2016.
Il suo progetto di duecentodiciassette fotografie cittadine dal titolo “No alla divisione”, lo ha voluto partecipativo e interattivo sul social network facebook e lo ha presentato nel dicembre 2014, sotto forma di un libro e una mostra fotografica presso l’Espace Art Sadika a Tunisi. Facelook/Facelike sono una serie di travestimenti per mettere in questione l’identità, l’appartenenza e la libertà di scelta. Un invito a partecipare a una campagna elettorale fittizia e ludica, proponendo agli spettatori di vivere il rito del voto indirettamente. “Una delle questioni che mi intrigano – scrive - è quella dell’identità e dello spazio identitario legato per lo più alla donna... faccio una ricerca su me stessa, sul mio autoritratto al fine di mostrare il plurale partendo dal singolare.” E ancora “mi interrogo sul nostro destino, di noi donne tunisine che avevamo dei diritti notevoli, dati per scontati, acquisiti dal momento dell’indipendenza del paese, poiché dall’ultimo decennio del XX secolo, è chiaramente osservabile che alcune donne hanno perso la loro identità, cercando di identificarsi con non si sa bene cosa. Dopo la rivoluzione, direi paradossalmente che si ha l’impressione che molte donne si sentano liberate mettendo, o ri-mettendo, il velo islamico che il vecchio regime vietava tout court.

Alcune donne, soprattutto dopo le elezioni del 2011 che hanno portato al governo il partito religioso, hanno reclamato la libertà di indossare il velo integrale, il niqab. Convinta che l’aspetto fisico rappresenti una testimonianza, ha realizzato il proprio autoritratto offrendo attraverso la sua immagine allo spettatore degli “apparire” plastici che fanno riferimento ad un certo “look” intrigante. In una società che sta sempre più diventando fucina di morte, l’artista pensa a chi dà la vita e, con la complicità del figlio, partendo dalle foto del suo busto, ha realizzato nel 2015 il video “Il figlio”, nel quale racconta il disagio di una madre davanti all’attualità politica. Delle linee vengono tracciate sul suo tronco del figlio e sul suo viso in senso verticale poi in senso orizzontale come per racchiuderlo in una rete o in una gabbia. Ogni linea può essere solo l’immagine di una ferita sul corpo come un segno indelebile. Una trama fine e regolare a immagine delle trame chiare di coloro che fanno il lavaggio del cervello ai giovani che partono per la Siria. Dopo la griglia si incrocia e si collega in punti strazianti perché sono come delle tracce di una fucilata sparsi in tutti i sensi. La moltiplicazione dei punti fino alla sparizione dell’immagine nell’oscurità è la finalità oscura delle crudeltà in generale e il rischio della morte in particolare.

Sana Tamzini, dopo aver studiato a Parigi e Montreal, è tornata in Tunisia nel 2003 determinata ad essere coinvolta nel panorama culturale del suo paese. Il suo lavoro artistico è visceralmente connesso con la sua militanza e con l’impegno attivo nel mondo dell’arte tunisina. Le sue opere poetiche, discrete, effimere, consistono soprattutto in istallazioni luminose per le quali utilizza la fibra ottica come materiale principale, ma si esprime anche attraverso la fotografia, i video e le performance.
Lavora sugli spazi mettendo in luce le loro specificità con un’attenta ricerca sul luogo e il suo passato, studiandone la geografia, la storia, l’architettura e le tradizioni popolari.
Nata a Kairouan, ha studiato habitat trogloditico e lavorato per registrare e tramandare quei costumi tradizionali o abilità sul punto di scomparire, inserendoli nei suoi progetti artistici. Sulla base dei numerosi progetti curatoriali e del suo lavoro di insegnamento nella Scuola Superiore Delle Scienze e Tecnologie del Design di Tunisi, è stata chiamata a dirigere il Centre Nazional d’Art Vivant ottenendo così l’opportunità di lavorare nel settore delle arti dando spazio alla sperimentazione creativa tesa a mescolare forme d’arte popolare e contemporanea. Come presidente di FACT (Forum des Associations Culturelles en Tunisine) 2014/2017, nel 2014-2015 Tamzini rappresenta la cultura tu¬nisina all’UNESCO. Nel 2015 è stata nominata Direttrice delle Arti Plastiche del Ministero della Cultura.

Rania Werda è nata nell’ottobre 1984 a Bizerte, sulla costa nord della Tunisia a un centinaio di chilometri da Tunisi, figlia ribelle di un professore di storia e di un’insegnante ed è stata rapidamente introdotta alle basi della teoria e della pratica artistica, svolgendo gli studi accademici presso l’Istituto di Belle Arti di Tunisi, dove sta conseguendo la sua tesi di ricerca dal titolo “I nuovi stati delle immagini”.
E’ fortemente influenzata dalla teoria di David Hockney, che dimostra attraverso i testi e le im-magini, l’uso di dispositivi ottici di molti pittori fin dal XV secolo. Il lavoro di Rania Werda si caratterizza per l’uso di nuovi strumenti tecnologici, come la stampa digitale e la proiezione video. Il quotidiano è la fonte accattivante di questa artista visiva, tutto ciò che vi si muove può divenire il soggetto della sua opera: il corpo, gli oggetti, i paesaggi vengono così accostati con l’insolito, il kitch, la provocazione, la ribellione per presentarsi allo spettatore come un grido identitario che risuona come un’eco dell’immaginario sociale. Personaggi anonimi che si coprono il volto. Alle loro spalle dei decori tradizionali della sponda sud del Mediterraneo con un gusto carico e quasi retorico. Immagini cariche di dettagli, di ornamenti al limite dell’astrazione, dove la figura umana è ridotta a semplice rivestimento. Un modo nuovo, quasi pop, di reinterpretare il sacro delle icone.

Oltre il velo
PORTOFRANCO Sala degli Archi, Fortezza Nuova, Livorno
24 Giugno - 14 Agosto

Articolo di Ilaria Guidantoni

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