Le anime delle metropoli di Carmine Ciccarini. Roma, Biblioteca Angelica

Scritto da  Domenica, 24 Maggio 2015 

Dall’iperealismo fotografico ad uno sguardo emozionale sulle grandi metropoli che si animano dalla parte del vissuto umano, anche quando finiscono per inghiottirlo. C’è una nuova tecnica e uno stile differente che segna il biennio 2013-2014 nella pittura di Carmine Cerrarini. La mostra segna una volta anche nel titolo: le città viste nel segno dell’anima che è vita.

Carmine Ciccarini torna a Roma, nello stesso luogo – la Biblioteca Angelica della centrale Piazza Sant’Agostino – ad un anno di distanza e segna una svolta senza buttarsi alle spalle al passato. Per scelta, ci ha raccontato dall’inaugurazione della sua personale “Le anime delle metropoli”, ha deciso di mostrare i lavori di un decennio più o meno, dal 2005 al 2015, per dare continuità ad un lavoro che non è rinnegato né superato ma si è ampliato e ha trovato una nuova angolatura. Dopo anni di dedizione all’architettura, che resta la passione di questo medico abruzzese di Chieti, sempre più dedito all’arte, che ha fotografato città senza persone, la presenza umana diventa un elemento essenziale anche se non centrale tecnicamente parlando.

La fotografia resta il punto di partenza dell’ispirazione di Carmine dal quale però oggi prende la giusta distanza per distaccarsi dalla riproduzione creando una sorta di “capriccio” barocco, unendo elementi provenienti da tableaux vivants diversi. Una sorta di contaminazione che diventa emozionale, sfumata Cambia lo stile e cambia, si affina la tecnica, con una maggiore sperimentazione, talora spericolata: il disegno con la penna acrilica, i cartoni ruvidi per sottolineare il tema di un’opera o ancora l’incausto sull’olio che mangia il colore. Il soggetto centrale della sua arte resta la metropoli, New York in prima linea che conobbe negli anni Ottanta restandone profondamente impressionato - ma anche Chicago, Londra, Sidney, Parigi. Se si possono rintracciare ascendenze futuristiche o legate a Sironi per la fascinazione della città contemporanea, l’attenzione per l’architettura, la monumentalità della modernità o ancora a Hopper per il senso di desolazione e solitudine, c’è una nota mediterranea che stempera la modernità tecnica e fotografica nell’emozione, nella vibrazione della partecipazione. Lo sguardo prima sempre dall’alto di città solitarie dove la presenza umana era intuita attraverso elementi funzionali alla vita come un lampione e un taxi che ne denunciavano comunque l’esistenza, diventa ora una presa diretta dal basso, lo sguardo appoggiato su un particolare e l’attenzione all’umano anche quando emarginato dall’invasività dell’urbanizzazione.

E’ costante più o meno la presenza della strada e degli elementi della terra, dell’acqua e dell’aria nelle tele di Ciccarini ma sempre più al centro dell’attenzione c’è una geografia antropizzata, come in “Writers”, o “The Sky Boarders”. E ancora è il caso del Covent garden, una Londra colta di passaggio con il focus sui volti inespressivi e indifferenti nell’incrocio degli sguardi tra i passanti. C’è l’esigenza di raccontare la città vissuta e non di immortalarne lo scheletro. In ogni caso tra il 2013 e il 2014 Carmine Ciccarini c’è stata una svolta ed è anche un momento di successo con una presenza in contemporanea, insieme a Talani e Nunziante alla Casa del Mantegna; la presenza alla Biennale di Venezia al Padiglione Grenada di “Presente Nearness” e dell’”Amore che si perde” all’Expo di Milano al Palazzo dei Giuriconsulti. Quest’ultima opera ha attratto il mio sguardo e Carmine mi ha raccontato la genesi: nata dalla foto scattata ad un’amica che piangeva bevendo una cioccolata calda nella sua casa a Parigi a Montparnasse, si è sviluppata con un “montaggio” che ha visto uno sfondo diverso diventare la casa e una finestra sulla Tour Eiffel.

Resta forte la presenza imponente della città come costruzione e il senso di solitudine, straniamento come in “Orange”, una Los Angeles al tramonto o in una panoramica di Chicago nata da una foto degli anni Trenta, decisamente suggestiva; ma l’interesse per l’umano che da sagoma diventa carnalità avanza come nel “Caffè Regio”, luogo di ritrovo di fine Ottocento di New York. C’è, infine lo spazio per il sogno, per la città “ideale” o semplicemente immaginata, per un’architettura che nasce dall’uomo, pensata per l’uomo e non che lo ingabbia, una sorta di Venezia con le case sull’acqua, una parte di mattoni azzurri e una parte di mattoni bianchi. E’ la foto immaginaria proposta dall’autore che segna un orizzonte nuovo verso il quale guardare.

Roma, Biblioteca Angelica
Piazza Sant’Agostino
23 maggio – 12 giugno 2015

Articolo di Ilaria Guidantoni

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