Itaker – Vietato agli italiani, nelle sale cinematografiche dal 29 novembre

Scritto da  Sabato, 24 Novembre 2012 

Un lungo e caloroso applauso ha accompagnato lo scorrere dei titoli di coda del film “Itaker”, secondo lungometraggio del giovane regista Toni Trupia, presentato alla stampa nella suggestiva cornice della Casa del Cinema di Roma. Lo vedremo nelle sale dal 29 novembre.

 

 

 

 

 

 

 

 

Goldenart Production e Mandragora Movies
in collaborazione con Rai Cinema
con il contributo di Trentino Film Commission presentano
ITAKER
Vietato agli italiani
un film di Toni Trupia
con Francesco Scianna e Monica Birladeanu
con la partecipazione straordinaria di Michele Placido
e per la prima volta sullo schermo Tiziano Talarico

 

 

“Itaker” è il racconto di un viaggio. A compierlo sono due personaggi molto diversi tra loro: Benito (Francesco Scianna) un giovanotto napoletano con trascorsi loschi e in cerca di un riscatto, e Pietro (Tiziano Talarico), un bambino di 9 anni che Benito, convinto da un sacerdote e in cambio dell’ottenimento del proprio passaporto, ha accettato di portare sé per ricondurlo dal padre emigrato in Germania tanti anni prima. Giunti in terra straniera si scontreranno con una realtà ostile e diffidente, fatta di degrado sociale, di contrabbando, di delinquenza, e di non accettazione perché l’appellativo con cui vengono definiti gli italiani emigrati in questa terra ha un senso dispregiativo: Itaker, “italianacci”.
Il viaggio e la permanenza, indubbiamente complessa, in un paese così ostile diventano in realtà metafora della crescita e della trasformazione di intenti e sentimenti. Il filo conduttore del tessuto narrativo è infatti l’evoluzione del rapporto esistenziale che i due protagonisti sentiranno crescere in loro e tra loro, al di là delle difficoltà contingenti e dello scopo che inizialmente li aveva uniti, solo fisicamente, in un percorso che si rivelerà invece di grande spessore umano.
Il valore intrinseco di questo film risiede proprio nel fatto che, pur trattando temi come l’emigrazione e la ricerca della paternità, non scade nel retorico, non aggiunge mai, come invece avrebbe potuto facilmente accadere, scontati sentimentalismi o pressioni emotive di facile consumo. Al contrario, è un film realistico, il cui punto di vista, quello di un bambino, conferisce alla sceneggiatura quel carattere sospeso e autentico, mai scontato.
Il percorso narrativo è dunque incentrato sul rapporto tra i due protagonisti, apparentemente distanti, ma che si incontrano nelle loro rispettive solitudini. Ed è qui il nesso esistenziale con l’emigrazione, che altro non è se non una ricerca di identità, “un’identità che non ha a che fare con i legami di sangue bensì con le esperienze condivise” - sottolinea Trupia. 
Fortemente tangibile è infatti l’intenzione del regista, che nelle note di regia afferma: “è stato un percorso di progressivo avvicinamento ai personaggi, nel tentativo di aderire emotivamente al loro sguardo sulle cose”. Tentativo pienamente riuscito, diremmo, soprattutto se si considera la distanza anagrafica tra il regista, nato nel 1979, e i tempi di cui si narra: i primi anni ‘60.
Per poter meglio raccontare quel periodo storico – afferma Trupia - ho avuto riferimenti visivi e letterari. Tra i libri è stato fondamentale “Radio Colonia”, una raccolta di lettere degli operai emigrati in Germania, e poi il film “Pane e Cioccolata” in cui il personaggio di Manfredi ricorda, per avere la stessa ingenuità, il personaggio di Scianna”.
E’ stata la seconda ondata migratoria del secolo per l’Italia, poco celebrata dal cinema – continua il regista - forse perché è avvenuta in un momento che viene considerato felice, quello del boom economico. Non era la sopravvivenza a spingere gli italiani fuori dal paese ma più il fatto di volersi adeguare ad uno status. Molti partivano magari per comprarsi il frigorifero, e restavano lì tutta la vita”.
Ottimo il livello interpretativo di tutto il cast: in testa Michele Placido, che è anche co-autore della sceneggiatura, nei panni di un capo-magliaro. Bravissimo Francesco Scianna, una prova attoriale davvero elevata, in cui recita sapientemente in napoletano. A questo proposito, durante la conferenza stampa, interviene Placido raccontando come Scianna abbia voluto soggiornare per un lungo periodo a Napoli per imparare bene gli accenti e le sonorità della lingua partenopea. E il risultato è davvero ottimo, assolutamente credibile. Intenso nell’espressività, che risalta soprattutto nelle numerose sequenze in primo piano.
Il piccolo Tiziano Talarico centra perfettamente l’interpretazione, voluta così dal regista, di una presenza discreta e incantata, che guarda alla complessità della vita con semplicità e ingenua consapevolezza.
Appropriata ed efficace l’ambientazione nel contesto storico e sociale. Toni e colori cupi e freddi, nella riproduzione scenografica di Nino Formica e nella fotografia di Arnaldo Catinari. Suggestive le inquadrature dei paesaggi iniziali del Trentino.
Il rammarico lucido e consapevole, non polemico, espresso in conferenza stampa da Michele Placido è che a questo film sia stata rifiutata la partecipazione ai festival in quanto considerato troppo “classico”; ma aggiunge, non senza soddisfazione, che molto probabilmente il film avrà uno spazio al prossimo Festival di Berlino per la ricorrenza dei sessant’anni dell’emigrazione italiana in Germania.
Intanto, in concomitanza con la tournèe di “Re Lear” che vede impegnati Michele Placido e Federica Vincenti in Sicilia, il film sarà presentato in una serata speciale, il 3 dicembre, a Palermo.
Gli spunti storici e sociali, assieme a quelle dimensioni più intime che attengono al disegno delle personalità dei protagonisti, fanno di questo film un valido riferimento istruttivo da approfondire per conoscere e far conoscere anche ai giovani ragazzi una realtà, storicamente importante, ancora troppo poco esplorata ma con un peso sociale, ancora oggi, attualissimo.
Federica Vincenti annuncia, a tal proposito, l’intenzione - già in via di definizione -  di una capillare diffusione nei progetti delle scuole.
Itaker è un film accurato che induce a profonde riflessioni, che sfiora con delicatezza temi di grande spessore emotivo, e lo fa con lo sguardo ingenuo e attento del bambino Pietro e con quello disincantato, ma mai rassegnato, di Benito. In un finale, assolutamente non scontato e rappresentato con una scelta registica di grande effetto comunicativo, i due protagonisti si avviano verso un futuro incerto, non privo però di punti di riferimento.
Un film, una co-produzione italo/rumena, da vedere e da godere.

 

 

Articolo di: Isabella Polimanti
Grazie a: Ufficio stampa Vita Ragaglia

 

 

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