Heinz Hajel-Halke - Galleria Carla Sozzani (Milano)

Scritto da  Domenica, 14 Febbraio 2016 

Il fotografo berlinese per la prima volta in Italia

Arriva per la prima volta a Milano il filosofo berlinese considerato uno dei più innovativi nella storia della fotografia del XX secolo anche se quasi sconosciuto fuori del suo paese e uno dei massimi rappresentanti del nudo del suo paese. Una vita da romanzo per questo artista e fotografo che non si sentì mai realmente né l’uno nell’altro. Inseriva l’arte nelle immagini fotografica e pensava in chiave fotografica l’arte. Di lui si potrebbe dire che risponde all’idea che la fotografia è una scrittura con la luce, certamente la protagonista delle sue opere. Lo spazio milanese conferma la sua vocazione di ricerca raffinata in questo ambito.

In Italia arriva grazie alla Galleria Carla Sozzani in collaborazione con l’Archiv der Akademie der Künste/Michael Ruetz di Berlino con Eric Frank Fine Art di Londra che presenta una selezione di cinquanta opere tra le sue più straordinarie fotografie vintage, manipolazioni di forma, luce e movimento stampate tra gli anni Trenta e Settanta del Novecento.

Halke (1898-1983) ha trascorso l’infanzia in Argentina da dove nel 1910 è ritornato al suo paese, iniziando a studiare arte. Costretto a lasciare gli studi per arruolarsi nel 1916, ha preso parte a due conflitti mondiali ed è fuggito in Svizzera per non dover lavorare per la propaganda nazista; fu prigioniero nel 1945. Durante la Seconda Guerra mondiale si ritira sul Lago di Costanza in Svizzere dove inizia ad occuparsi di fotografia scientifica nel campo della biologia degli insetti e attraverso un grande banco ottico esplora diverse tecniche di manipolazione chimica, di distorsione della luce e e di ingrandimento su piccoli oggetti. Ha girato il Brasile in lungo e in largo per realizzare reportage commissionati da riviste scientifiche e, tra le altre attività, per arrivare a fine mese, ha anche aperto un allevamento di serpenti per vendere il veleno alle case farmaceutiche. E’ stato uno dei fotografi più sperimentali e radicali del XX secolo anche se praticamente sconosciuto fuori del suo paese fin quando, nel 202, una retrospettiva al Centre Pompidou di Parigi, lo presenta all’attenzione internazionale. Nel 1949diventa membro di “Fotoform”, gruppo di avanguardia dei fotografi della Germania occidentale fondato da Otto Steinert.

Negli anni Cinquanta, senza l’utilizzo della macchina fotografica, inizia a produrre direttamente negativi, sovrapponendo su vetro materiali come colla, vernici, fuliggine, fili, lische di pesce, frammenti di vetro. . Una serie di “incidenti guidati dalla conoscenza di tecniche chimiche e mecca nichelo conducono alla stampa dei negativi di vetro in camera oscura. Questi lavori vengono definiti “Lichtgrafik” – veri e propri disegni di luce - dallo storico dell’arte tedesco Franz Roh in occasione della mostra “Subiektive Fotografie” di Saarbrucken nel 1951. A volte come nel caso di “Gallina alata” o “Gatto nero” sono forme che evocano “oggetti” della realtà, in altri casi mere astrazioni. Con una ricerca meticolosa costruisce strutture flessibili, le “Drahmontage” che montate su giradischi, illumina. Il loro movimento rotazionale, studiato insieme al gioco di luci, restituisce conformazioni complesse nel tempo di uno scatto.

“Due aspetti difficili hanno sempre dominato il mio carattere: provocazione e curiosità. In termini più raffinati: sete di conoscenza. E così sono diventato un fotografo a dispetto della pittura accademica, ma sono rimasto un pittore a dispetto della fotografia”. Così diceva di se stesso questo artista pioniere della sperimentazione, ma poco noto, defilato che la msotra del 2002 e quella del 2012 all’Akadeie der Kunste di Berlino hanno il merito di aver fatto conoscere.

Tra le opere, le “macchie” di luce, suggestioni astratte; nudo in bianco e nero; fotomontaggio con segnaletica ferroviaria e roulette, che appare come un orologio; musica nell’etere, note e chiavi di violino; e ancora fil di fero come sculture, installazioni e creazioni che sono oggetto nelle foto; autoritratti combinati con dissolvenze e immagini filtrate da vetri.

La foto di Halke non sono spettacolari ma hanno la raffinatezza quale risultato di una lunga ricerca che si indovina, costruzioni di costruzioni, dove artigianato, tecnica e creatività si intrecciano.

Certamente si rintraccia l’assonanza con Man Ray e Laszlo Moholy Nagy e il sentore della cultura dadaista e surrealista; così come gli studi delle belle arti legate alla Secessione viennese, e un padre disegnatore e vignettista, suo primo maestro nel disegno.

Heinz Hajel-Halke
Fino al 3 aprile 2016
Galleria Carla Sozzani
Corso Como, 10 – Milano
Orari: tutti i giorni ore 10.30-19.30; mercoledì e giovedì fino alle 21, ingresso libero
Info: 0229004080; www.galleriacarlasozzani.org

Articolo di Ilaria Guidantoni

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