Giorgio De Chirico. Ritorno al Castello – Castello di Conversano (Bari)

Scritto da  Martedì, 27 Settembre 2016 

luglio-novembre 2016

Una piccola mostra ben allestita diventa l’occasione per visitare il Castello di Conversano, paese gioiello dell’entroterra barese, con una buona selezione di opere di piccole e medie dimensioni. Nata dallo spunto dell’opera barocca dell’artista greco di nascita, “Ritorno al castello” che dà il titolo all’esposizione, illustrata in modo puntuale, permette di ricostruire il percorso di uno degli artisti più noti del Novecento.

 

La mostra – curata da Mariastella Margozzi, Fondazione Giorgio e Isa De Chirico - raccoglie 27 dipinti. 10 litografie, 8 disegni e 5 sculture. "Ritorno al castello" è uno dei titoli più suggestivi che De Chirico dà ai suoi quadri "neobarocchi " degli anni Quaranta e Cinquanta, ma anche ad alcune tele della stagione "neo-metafisica" degli anni Sessanta e Settanta.
Si tratta di un tema, quello dei dipinti, legato alla rilettura dei poemi cavallereschi, soprattutto di Ariosto, nei quali l'avventura si unisce alla malinconia del passato, della tradizione, di quel castello "virtuale" che è punto di partenza e di ritorno di tutta l'umana esistenza. Un tema che De Chirico rinnova anche nel periodo successivo di rimeditazione della metafisica da lui inventata nel secondo decennio del XX secolo.
Il soggetto scelto si ritiene particolarmente in sintonia con la storia culturale di Conversano, del suo castello e delle tele seicentesche del pittore Paolo Finoglio qui esposte, anch'esse dedicate al poema cavalleresco. La continuità tra Finoglio e De Chirico è, in primo luogo, nel tema trattato e in secondo luogo nella ricerca della bella pittura, capace di rendere lo spessore culturale della tradizione pittorica italiana.
I disegni dimostrano la raffinatezza del segno grafico del maestro; mentre le litografie e le sculture raccontano, accanto ai dipinti, la capacità dell'artista di cimentarsi nelle tecniche di "divulgazione" della sua opera, mantenendone sempre un'alta qualità di realizzazione.

Con l’invenzione nel 1910 dell’arte Metafisica, Giorgio de Chirico ha reso la relatività dello spazio e del tempo in immagine. Questa nuova forma di pittura, pur non discostandosi apparentemente dalla rappresentazione classica, è stata tra le più innovative e rivoluzionarie del Ventesimo secolo, ha influenzato e continua ad influenzare, generazioni intere di artisti. Nel breve passo tratto dal romanzo Hebdomeros si coglie la sensazione dell’inaspettato e della sorpresa insita in tutta l’opera dell’artista, il quale, con maestria e profonda poesia, riesce a spostare la nostra attenzione da una visione consueta della realtà per farci vedere il mondo con uno sguardo completamente nuovo. In questa cifra e anche nella scelta di alcuni soggetti come il tema archeologico, si rivela l’origine greca dell’artista nato a Volos insieme al fratello che poi assumerà lo pseudonimo di Alberto Savinio, anch’egli pittore che però prediligerà l’aspetto fantastico e mitologico della Grecia. Figlio di una madre genovese che morirà giovane e di un nobile siciliano, si trasferirà con il fratello presto in Italia dove forte sarà in particolare il legame con Venezia.
De Chirico ha sempre cercato l’originarietà, piuttosto che l’originalità, ambita dalla maggioranza degli artisti della sua epoca. Nella sua arte, il ritorno è da intendere quindi come un richiamo verso ciò che è originario, verso quello da cui scaturiscono le manifestazioni del mondo. La pittura come fenomeno rivelatore dell’enigma dell’esistenza è sempre stato il mezzo principale della ricerca del Maestro, sia nell’opera metafisica sia nella ricerca tecnica della “bella materia pittorica” attraverso soggetti più classicheggianti.
In rifermento al quadro omonimo della mostra, del periodo neometafisico (1968-1976), la curatrice Mariastella Margozzi scrive: “Il dipinto Ritorno al castello (1969), tema più volte trattato nell’epoca ‘barocca’, porta in sé l’eterno anelito dell'artista: quello del trovare l’identità della pittura, di entrare nell’inaccessibile castello della vera arte, fatta di idee e di mestiere, che De Chirico sente sempre più lontana dal mondo contemporaneo.” Un mondo, quello della modernità, poi della contemporaneità, che aveva spostato tale castello – la pittura – sempre più lontano dalla sua posizione storica e centrale nella cultura dell’uomo. Come un cavaliere solitario va alla ricerca di questo prezioso bene dell’umanità, dedicandosi al recupero dell’antico splendore della pittura, quella tramandataci dai grandi maestri del passato, e alla riscoperta dei segreti del mestiere del pittore, il quale, secondo lui, ha sempre “qualcosa del mago e dell’alchimista.” L’avvertimento del Maestro sulla decadenza dell’arte moderna e della mancata qualità materiale della pittura contemporanea, e il suo grande impegno per salvaguardarla, rappresentano, una delle eredità fondamentali della sua arte.
Sul tema del ritorno, vari soggetti da La primavera del 1940 fino a Il contemplatore del 1976, opera neometafisica dipinta all’età di ottant’otto anni.
La mostra permette di percorrere vari momenti, dalla pittura barocca degli anni Quaranta con alcuni esempi di soggetti classici come il ritratto e la Vita silente, termine poetico con cui de Chirico ribattezzò la natura morta – come del resto accade nel linguaggio inglese still life e nel tedesco still leben - per proseguire attraverso un nucleo importante di opere sul tema cavalleresco, portandoci fino alla sorprendente pittura neometafisica degli anni 1968-1976 con i Manichini, gli Archeologi, le Muse e gli Interni metafisici che rappresentano il ritorno dell’artista a soggetti diventati oramai classici della sua pittura degli anni Dieci, Venti e Trenta, invenzioni originarie che rielabora sotto una nuova luce e un’incredibile fioritura d’idee e di creatività. Un insieme di acquerelli, disegni e litografie completa, con alcune esemplari dell’opera scultorea del Maestro, la variegata offerta della mostra.

È attraverso le “avventure reali e metafisiche” della vita e della pittura del Pictor Optimus – come nota la curatrice Katherine Robinson – che si dispiegano gli andirivieni di un viaggio di avventura e di ricerca, ma anche di ritorno, che segna comunque sempre un nuovo inizio.
Da notare l’apprezzamento di Giorgio de Chirico per i grandi Maestri che riveste un’importanza fondamentale nella propria riflessione sia tecnica sia teorica.
Come ricorda nelle Memorie, era l’estate del 1919, a Roma, quando una mattina visitando il museo di Villa Borghese ebbe la rivelazione della grande pittura davanti ad un quadro di Tiziano. L’evento segna una svolta importante nella propria ricerca che, dalla scoperta della Metafisica nel 1910, era stata dedicata ai suoi temi più iconici, la Piazza d’Italia, gli Interni metafisici e i Manichini. L’Arte Metafisica era nata a Firenze da una rivelazione che Giorgio De Chirico ebbe in Piazza Santa Croce, come ricorderà pochi anni dopo: “In un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su un banco nel mezzo di Piazza Santa Croce a Firenze. Certo non era la prima volta che vedevo questa piazza. […] Allora ebbi la strana impressione di vedere tutto per la prima volta. E mi venne in mente la composizione del mio quadro; e ogni volta che lo guardo rivedo questo momento; tuttavia, il momento per me è un enigma, perché è inspiegabile. E anche l’opera che ne risulta mi piace definirla un enigma”.
L’énigme d’un après-midi d’automne è la prima impostazione del tema della Piazza d’Italia che svilupperà a Parigi tra il 1911-1915. In questo periodo, rielabora un ricordo nostalgico e malinconico dell’Italia in immagini che fanno perdere l’obiettività dello spazio prospettico rinascimentale. La piazza dechirichiana, vuota ed eterna, non ospita persone ma solo apparenze umane, come statue oppure figure in lontananza distinguibili da lunghe ombre. In parallelo, nasce il Manichino, un essere dotato di testa ovoidale e perfettamente liscia, la cui somiglianza all’uomo è ridotta al minimo, ma che brilla tuttavia di espressione luminosa.
A partire dalla rivelazione del 1919 inizia a fare la copia di opere dei grandi Maestri nei musei di Roma e di Firenze. Esegue tra l’altro il d’après del Tondo Doni di Michelangelo, un’impresa che lo impegna per sei mesi e sulla quale scriverà in seguito di aver tentato: “di rendere l’aspetto dell’opera michelangiolesca nel suo colore, nel suo impasto chiaro e asciutto, nello spirito complicato delle sue linee e delle sue orme”.
A Ferrara durante la guerra darà forma al tema degli Interni metafisici, composizioni in cui una prospettiva accelerata coinvolge gli elementi architettonici di una stanza, al centro della quale sorgono un insieme di strumenti da disegno, squadre e righe, e vassoi blu con i “biscotti ferraresi”.

L’attenzione di De Chirico per la pittura classica è focalizzata in particolare sulla ritrattistica. Nella pittura antica riconosce la solidità plastica e la bellezza nitida dell’impasto, quello che chiama “la bella materia pittorica” e si impegna a scoprirne il segreto. Prende gli insegnamenti dei Maestri antichi, tra cui Dürer, Raffaello, Tintoretto, Il Veronese, Rubens, Poussin e Velázquez, e dei pittori del Sette-Ottocento quali, Fragonard, Ingres, Delacroix e Courbet, affermando nell’ambito culturale del momento l’importanza del recupero della grande tradizione dell’arte.
Il suo ritorno al mestiere sarà affiancato dallo studio di trattati antichi e dalla redazione di numerosi saggi teorici e critici pubblicati su riviste italiane tra il 1919-1923 come Valori Plastici e Il Convegno, e culminerà nel 1928 con il Piccolo trattato di tecnica pittorica su committenza dell’editore milanese Giovanni Scheiwiller. Negli stessi anni perfeziona la tecnica della tempera, eseguendo dei ritratti.
Gli anni Quaranta lo vedono dedicato a ricreare la qualità della pittura barocca. Tra i pittori del Seicento, Rubens è l’autore prediletto, un vero Maestro per De Chirico, di cui studia la tecnica in modo approfondito e scientifico componendo un ricettario dettagliato ed eseguendo numerosi d’après. L’esecuzione della copia non è mai pedissequa ma mira a creare un’opera d’arte che di per sé significa qualcosa di unico.
La prima Metafisica e la sua ripresa
Negli anni, De Chirico ha fatto dei rifacimenti diretti di alcune sue opere giovanili come Le Muse inquietanti, soggetto che risale al 1918, di cui una copia del 1974 è esposta oggi in mostra. In altri dipinti ha ricreato le originali impostazioni spaziali del piano prospettico rialzato e del portico con soggetti celebri come il Trovatore e le statue, e le tipiche atmosfere cupe del cielo verde con bagliore di luce all’orizzonte e il caratteristico treno in lontananza. Sono i temi più celebri che de Chirico, in tarda età, riprende facendone delle “copie”, affermando con vigore il copyright sulle proprie creazioni iconografiche e concettuali. Andy Warhol troverà quest’attività geniale, dicendo che l’unica differenza tra lui e De Chirico è che quello che De Chirico rifà durante una vita, lui lo fa in un giorno.

GIORGIO DE CHIRICO. RITORNO AL CASTELLO – Castello di Conversano (Bari)
luglio-novembre 2016
orari: 9.30-13.00; 16.00-19.00

Articolo di Ilaria Guidantoni

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