Gianni Berengo Gardin. "Vera fotografia". Reportage, immagini, incontri – Palazzo Esposizioni (Roma)

Scritto da  Venerdì, 01 Luglio 2016 

19 maggio - 28 agosto 2016

a cura di Alessandra Mammì e Alessandra Mauro

Avrebbe voluto di ventare artista per ritrarre la realtà ma poi capì che la voleva raccontare ed essere giornalista. Fu così che la macchina fotografica da pennello divenne penna. Colpisce l’anima del cronista non senza una vena lirica, in grado di cogliere l’attimo e l’universale ad un tempo nelle situazioni più disparate. Un esercizio alla vita svolto con una grande raffinatezza mai estetizzante. I suoi scatti non sono né rapiti, in fuga, né immobilizzati: sono il fermo immagine di un film che è la vita.

 

Vera fotografia, a cura di Alessandra Mammì e Alessandra Mauro, organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Contrasto e Fondazione Forma per la Fotografia, ripercorre la lunga carriera di Gianni Berengo Gardin (nato a Santa Margherita Ligure, 1930), uno dei fotografi che maggiormente ha raccontato il nostro tempo e il nostro Paese in questi ultimi cinquant’anni, soprattutto cogliendo realtà e atmosfere che non ci sono più, che si sono trasformate: come gli scatti che ritraggono i bambini in un asilo per i figli dei dipendenti di una fabbrica – immagine di struggente tenerezza con piccoli in fila che si tengono uno al grembiule dell’altro – o feste patinate in palazzi d’epoca, baci e abbracci rubati teneri e goffi in una festa anni Settante o ancora i manicomi nel momento dell’avvento della Legge Basaglia con il quale tra l’altro lavorò per realizzare un libro. La sua vita e il suo lavoro costituiscono una scelta di campo, chiara e definita: fotografo di documentazione sempre, a tutto tondo e completamente, in grado di restituirci carnalità, inquietudine, disagio e poesia allo stesso tempo, senza leziosità né il gusto morboso e scabroso di tanta fotografia contemporanea, per altro di grande spessore. La sua scelta è piuttosto cinematografica, distante solo un passo dalla realtà che si può leggere in uno specchio, distillata rispetto all’impeto dell’istante.
Hanno un’aurea metafisica e una perfezione classica, un’armonia anche nel dolore, del tutto singolare, come le celebri grandi nave che si affacciano nelle calli veneziane e diventano palazzi accanto ad altri palazzi, o lo scempio di cantieri edili enormi all’orizzonte di fronte ai quali gli operai – colti di spalle – si disperdono come in una metafora: la dissoluzione della classe operaia passa attraverso la frantumazione dell’obiettivo, antitetica all’immagine della fiumana del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, come c’è scritto in una didascalia. A Berengo Gardin interessa lo stato vissuto, la condizione mentale non l’oggettivazione del vissuto, così come quando entra nel manicomio o in un campo zingari, ai quali l’autore ha dedicato molto tempo, molto amore e molti libri.

In mostra sono esposti i suoi principali reportage. Accanto alle celebri immagini, altre poco viste o inedite propongono nuove chiavi di lettura per comprendere il suo lavoro e il ruolo di visione consapevole della realtà che una “vera fotografia” può offrire.
Essere fotografi per Berengo Gardin significa assumere il ruolo di osservatore e scegliere un atteggiamento di ascolto partecipe di fronte alla realtà, come hanno fatto i grandi autori di documentazione del Novecento. In questi anni, del resto, l’autore è stato sempre in prima linea nel raccontare quel che doveva essere cambiato, quel che doveva essere celebrato. Con la sua macchina fotografica si è concentrato a lungo soprattutto sull’Italia, sul mondo del lavoro, la sua fisionomia, i suoi cambiamenti, registrati come farebbe un sismografo. Oppure sulla condizione della donna, osservata da nord a sud, cogliendo le sue rinunce, le aspettative e la sua emancipazione; ma anche l’interesse per gli ultimi e per le città che si trasformano.
“Quando fotografo ¬– ha detto Berengo Gardin – amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, ma insomma cerco anch’io di non essere molto visibile. Quando devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall’esterno: mostrare dov’è e com’è fatto un paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è quello; si tratta di un percorso logico, normale, buono per scoprire un villaggio ma anche, una città, una nazione. Buono per conoscere l’uomo”.

Il percorso è un viaggio in 250 sfumature di grigio tra fotografie, stampe vintage in formato 30x40, suddivise per sezioni: Venezia, Milano, Il mondo del lavoro, Manicomi, Zingari, La protesta, Il racconto dell’Italia, Ritratti, Figure in primo piano, La casa e il mondo, Dai paesaggi alle Grandi Navi. Nelle sale ci sono anche 24 stampe di grandi dimensioni: foto scelte e commentate da amici, intellettuali e colleghi. Veri e propri commenti d’autore. L’allestimento sposa la sobrietà dello stile del fotografo le cui immagini fanno pensare alle atmosfere dolenti di Bergman o agli interni sofisticati di Luchino Visconti.

Gianni Berengo Gardin. "Vera fotografia". Reportage, immagini, incontri
Palazzo Esposizioni
Via Nazionale, 194 - Roma
19 maggio - 28 agosto 2016
Intero € 12,50 - ridotto € 10,00
ridotto 7/18 anni € 6,00 – gratuito fino a 6 anni
scuole € 4,00 per studente
con prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole
Dal martedì al venerdì gruppi €10,00 e scuole € 4,00 per studente/persona
sabato, domenica e festivi gruppi € 12,50 per persona
prenotazione obbligatoria a pagamento
gruppi €30,00 e scuole € 20,00 (min. 10 - max. 25 persone/studenti)
Ingresso gratuito per gli under 30 il primo mercoledì del mese dalle 14.00 alle 19.00

Grazie a Piergiorgio Paris, Palaexpo

Articolo di Ilaria Guidantoni

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