“Ghadi” di Amin Dora. Festival del cinema francofono di Roma

Scritto da  Sabato, 28 Marzo 2015 

VI edizione Festival del cinema francofono

A Roma arriva il festival del cinema francofono, con una dimensione internazionale simbolica.

24-31 marzo 2015
A Roma al Centre Culturel Français Saint-Louis
Largo Toniolo, 22

La sesta edizione del Francofilm-festival del film francofono di Roma, ideato e organizzato dall’Institut français - Centre Saint-Louis è stata inaugurata con la proiezione del film Timbuktu di Abderrahmane Sissako (già recensito su queste pagine dato che l’avevo visto a Tunisi), pluripremiato ai César 2015 (7 César tra i quali miglior film e migliore regista), nominato agli Oscars, premiato al Fespaco (Burkina Faso) nonché Bayard d’Or du FIFF (Festival internazionale del film francofono di Namur - Belgio), che patrocina per la prima volta il Francofilm. Il Festival è in collaborazione con le Ambasciate e rappresentanze di paesi membri dell'Organizzazione Internazionale della Francofonia; ed è organizzato con il sostegno di Air France, IF Cinema, ed è per la prima volta patrocinato dal FIFF Festival International du Film Francophone de Namur che festeggerà la sua 30esima edizione dal 2 al 9 ottobre 2015. Tutti i film sono in versione originale e sottotitolati in italiano. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti.

Mercoledì 25 Marzo - ore 18.30
Auditorium, largo Toniolo 22

LIBANO

Ghadi
di Amin Dora

Un piccolo film in un’ambientazione quasi teatrale con inquadrature strette, senza panoramiche. Lo sguardo del regista ci costringe a vivere la storia con il protagonista: una storia di amore familiare e soprattutto un inno al valore della paternità culturale e morale che alla fine vince sui pregiudizi di una società ottusa e pettegola. La prospettiva è singolarmente circoscritta al mondo cristiano con l’esclusione di qualsiasi contaminazione, sorprendente per chi frequenta il mondo arabo che, pur nello scontro, è certamente più contaminato dalla diversità rispetto all’Europa. Eppure, al di là di alcuni segni di riferimento iconografici che ci dicono che si è nella città cristiana, tutto è decisamente arabo. C’è una smania di autodefinizione, di recupero dell’identità e insieme di fusione. Iper-realismo non accostabile al neorealismo italiano, con qualche nota naïf e talora un indugiare su alcuni particolari di colore che lo rendono credibile come il profilo degli attori. Su tutto regna sovrana la musica che diventa una metafora: il linguaggio delle emozioni e delle passioni trionfa per efficacia.

Film del 2013, 95 minuti di durata, definitivo, drammatico, con Georges Khabbaz, Lara Matar, Christine Choueiri, in versione originale in arabo con sottotitoli in italiano. Un paesino tradizionale al nord del Libano e la storia di un bambino che balbetta e viene preso in giro perfino dall’insegnante a scuola; ma il padre lo incoraggia a continuare perché sa scrivere bene e nella scrittura è il migliore di tutti. Infatti verrà il giorno del riscatto vissuto con molta dolcezza senza revanche per il piccolo protagonista: è l’incontro con il pianoforte, con la musica e soprattutto con un insegnante che diventa una guida, un padre intellettuale e anche un maestro di vita. Termina così la balbuzie, come se la musica lo avesse liberato. E’ l’inizio di una nuova vita ed è anche il viatico per trovare l’amore.

Una giovane coppia – che parla poco e si ascolta molto - si sposa e ha dei figli. Due bambine nascono, e poi un figlio tanto atteso, Ghadi. Il matrimonio rivela la ristrettezza della mentalità paesana di una società che comincia un’azione di tormento sui due giovani sposi augurando loro un figlio ma soprattutto mettendoli in discussione come coppia senza figli. Poi l’arrivo di una femmina evidenzia, a dispetto della fede, il maschilismo evidente e quindi il bisogno di un maschio che si fa ancora attendere. Finalmente sembra arrivare il bambino e quasi il film sorprende perché ci si chiede come possano sapere che è maschio. Solo in questo momento si capisce che siamo ai nostri giorni. L’ecografia è però l’unico elemento di contemporaneità. Non si vedono telefonini e il film vive di una quasi sospensione temporale. Appare anche decontestualizzato ad esempio dalla politica sfuggendo alla tentazione del film documentario ormai estremamente diffuso. In tal senso c’è tutta la poesia di questo film che fa sognare perché in fondo, anche con qualche elemento di ingenuità e per certi aspetti al limite del parossismo – come certa filmografia sud americana e del sud italiano – è una novella. L’attesa del bambino porta gioia, ma rapidamente, le analisi mediche indicano delle anomalie nel ragazzo. Come reagirà la famiglia e il paesino nei confronti di Ghadi? E’ l’unico momento in cui la mamma sembra non avere dubbi mentre il protagonista del film sente la necessità di un confronto e conforto e va dal suo maestro che gli rivela come Mozart è nato con un rene solo e un cuore debole e pur vivendo solo 34 anni, ha lasciato un’eredità geniale. Un’ecografia, se fosse esistita, avrebbe potuto privare l’umanità di tanto valore. Il maestro dice una cosa singolare, dare un nome alla creatura che verrà perché in tal modo acquisterà una sua fisionomia. Non voglio anticipare il seguito che svela nel suo effetto surreale, l’incanto dell’infanzia in un’analisi spietata sui vizi della società e le grandi possibilità dell’uomo, ad un tempo.

Premi:
-Best Lebanese Cinema Movie / 2014 / Murex D'or Winner Gabriel Chamoun
-Best Lebanese Actor / 2014 / Murex D'or / Winner Georges Khabbaz
-Best Lebanese Cinema Movie / 2014 / Murex D'or / Winner Amin Dora
-Audience Award / 2014/ Busan International Film Festival
-Audience Award / 2014/63° Mannheim-Heidelbergh International Film Festival
-Audience Award / 2014/ FimfestDc - Arabian Sights - Washington DC

Articolo di Ilaria Guidatoni

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP