“Gabrielle” film di Louise Archambault

Scritto da  Sabato, 28 Marzo 2015 

A metà tra il docufilm e il film intimistico mette a nudo la difficoltà e la voglia, ad un tempo, di amore tra due ragazzi con un handicap, la loro contagiosa voglia di vivere, di ridere di nulla e allo stesso tempo la richiesta di normalità e di essere rispettati nel diritto a scegliere. Il film – che a tratti sembra non aver fatto una scelta precisa nello stile – mette a nudo anche i cosiddetti “normali”, la difficoltà di essere genitore in particolare. Duro e tenero ad un tempo, è un inno ai sentimenti, al desiderio di sognare. Ancora un film sul potere della musica di superare le barriere. Molto credibili le interpretazioni.

Il film canadese, molto applaudito dal pubblico, emoziona e i suoi oltre cento minuti di lentezza, al ritmo di un gruppo di ragazzi con vari problemi di salute psico-fisica, non annoia. Non è un film lento, ma dai tempi dilatatati che nei momenti di maggior emozione, intensità, nell’intimità cercata e rubata tra i due protagonisti crea una sospensione, mentre la musica si dissolve fino ad una sensazione ovattata di fondo. E’ un film che va dritto ad un tema sociale delicato e in fondo senza soluzione. Qualsiasi sia la nostra opinione, non appena pronunciata, non può che sembrarci inadeguata perché emerge la lacerazione tra la responsabilità di protezione di persone deboli e il loro bisogno di libertà.

Gabrielle ha vent’anni ed è affetta dalla sindrome di Williams; proveniente da una famiglia di musicisti è lei ad avere la vera dote musicale. Il padre è inesistente, la mamma una donna assorbita dal lavoro che ha consegnato Gabrielle ad un centro sperando che sia felice e non intralci la sua vita ché lei non sarebbe in grado di occuparsene; mentre è la sorella Sophie ad occuparsene e, forse comprensibilmente, a non volere figli. Il “male” di Gabrielle sembra limitare la vita della sorella, costringendola, grazie anche allo stimolo che le offre il fidanzato, a riflettere sulla paura nascosta dietro la responsabilità. Come uno strumento inconsapevole della maieutica Gabrielle consente alla sorella di fare la propria scelta e di partire, per l’India e mettendo la madre di fronte al proprio dovere. Gabrielle, animata da una voglia di vivere contagiosa, si innamora di un ragazzo come lei, Martin, che la ricambia teneramente e la desidera ma, più fragile, viene schiacciato da una madre iperprotettiva che gli impedisce di vivere il proprio sentimento, spaventata dal fatto che anche le persone “malate” possano vivere liberamente la propria sensualità.

E’ interessante il dolore, la diversità del profilo psicologico tra i due ragazzi che d’improvviso ci appaiono come due adolescenti qualunque, assolutamente normali, grazie alla riscossa delle emozioni che sembrano guadagnare terreno rispetto all’intelligenza quale parametro accettato dai più. E’ la musica infatti che renderà giustizia al talento dei ragazzi. Il film è anche un viaggio nei diversi modelli educativi, più o meno libertari e sembra dirci, senza nessun moralismo né tesi preconfezionata, che ognuno trova da solo la propria strada e che non ha tanto bisogno di essere guidato quando accettato, rispettato e supportato dagli affetti. Se il lungometraggio ha momenti di sconforto lascia molta tenerezza sebbene non consoli né ci regali un facile epilogo a lieto fine; anzi non ci dà un finale ma lascia aperta la strada.

Gabrielle di Louise Archambault
Canada-Québec, 2013
Con Gabrielle Marion-Tivard, Mélissa Désormeaux-Poulin, Alexandre Landry

Articolo di Ilaria Guidantoni

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