Firenze, una primavera di rinascita artistica

Scritto da  Domenica, 29 Aprile 2018 

La primavera è la stagione per eccellenza della “città dei fiori” che sta vivendo una stagione di vera rinascita, con restauri e aperture di collezioni, una spinta decisa verso il Contemporaneo che sta rinnovando il panorama artistico locale, senza dimenticare la propria identità di studi e la vocazione al restauro che da sempre contraddistingue la città medicea. La nostra passeggiata comincia da Palazzo Strozzi dov’è di scena la mostra “Nascita di una nazione tra Guttuso, Fontana e Schifano” - fino al 22 luglio - per poi spostarsi a pochi passi nell’elegante via Tornabuoni dove è stata aperta la collezione di arte moderna e contemporanea, selezione eccellente, di Roberto Casamonti a Palazzo Bartolini Salimbeni (visitabile su prenotazione) per finire Oltrarno alla Chiesa di Santa Felicita dove in occasione della Pasqua è stato presentato il restauro della “Deposizione” del Pontormo, opera regale, quanto raffinata e moderna; passando per il restauro della Basilica della Natività a Betlemme, presentato a Villa Finaly, sede dell’Università La Sorbone a Firenze, che ha contribuito alla traduzione del filmato documentario dei lavori.

 

Nascita di una Nazione Tra Guttuso, Fontana e Schifano - Palazzo Strozzi (Firenze)

Il fiorentino Palazzo Strozzi ospita la mostra Nascita di una Nazione Tra Guttuso, Fontana e Schifano dedicata al Boom economico e al Sessantotto, quello spartiacque tutto italiano che ha caratterizzato gli anni Sessanta del Novecento. Un periodo nel quale la cultura è stata al centro, evidenziando – questa la chiave di lettura indovinata dell’esposizione – le contraddizioni di un’epoca. L’iniziativa ha il pregio di mettere in luce la personalità del panorama nazionale, la capacità di ritagliarsi uno spazio rispetto alla Pop Art statunitense e di imporsi sulla scena internazionale con l’Arte Povera e con la dimensione politica. Opere selezionate con originalità e di alto livello e un allestimento che rende godibile e di impatto il viaggio in questo decennio.

Dal 16 marzo al 22 luglio 2018 Palazzo Strozzi ospita la mostra “Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano”: un viaggio tra arte, politica e società nell’Italia tra gli anni Cinquanta e il periodo della contestazione del Sessantotto attraverso ottanta opere di artisti come Renato Guttuso, Lucio Fontana, Alberto Burri, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Mario Schifano, Mario Merz e Michelangelo Pistoletto. L’esposizione, a cura di Luca Massimo Barbero, vede per la prima volta riunite assieme opere emblematiche del fermento culturale italiano del secondo dopoguerra, gli anni del cosiddetto “miracolo economico”, dal 1958 al 1963 momento di trasformazione profonda della società italiana fino alla fatidica data del Sessantotto che diventa un simbolo di rottura e modernità. L’esposizione non ha la pretesa di essere esaustiva ma di fornire una chiave di lettura e credo che la sottolineatura delle contraddizioni e del punto di vista italiano rispetto alla scena internazionale siano la prospettiva che ci offre.
L’avvio è a metà degli anni Cinquanta quando si avvicina l’esplosione della rinascita seguita al secondo dopoguerra.
L’ingresso ci accoglie con un video che sottolinea lo spirito della rivoluzione della nazione Italia, dal Risorgimento al Sessantotto, che ne rinnova in qualche modo lo spirito con i momenti diversi che scandiscono la storia dall’Unità alla vigilia degli anni Settanta. Al centro l’opera di Renato Guttuso “La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio”, del 1955 che mette in luce questi due momenti della storia italiana, il Risorgimento e il dopoguerra con una sorta di rievocazione storica nel segno della memoria analogica: la nascita e la rinascita del Paese. Il quadro di Guttuso, con un linguaggio immediato e comprensibile a tutti, rievoca la battaglia che si combatté presso Palermo e che diventa il simbolo della liberazione della Sicilia dai Borbone nel maggio del 1860, che per il pittore è in qualche modo anche un ricordo personale perché vi prese parte il nonno.
Oltrepassando questo spazio scuro, in grigio, allestimento pulito che consente la fruizione ideale del colore, si apre il capitolo del Dopoguerra che evidenzia le contraddizioni del Paese presenti anche all’interno dello stesso PCI, partito che ha dato grande risalto alla dimensione culturale, tra la figurazione retorica sostenuta da Palmiro Togliatti e le avanguardie rappresentate da Giulio Turcato, con “Comizio”, opera del 1950, locandina della mostra, uno sventolare di bandiere rosse, simbolo ricorrente nella pittura del decennio, in chiave astratta; Enrico Bay con il suo antimilitarismo raccontato attraverso composizioni di passamaneria e stoffe; e Mimmo Rotella, noto per i suoi collage che, in “L’ultimo dei re” del 1961, mette al centro il volto di Mussolini strappato. Sono gli anni del cambiamento con l’inizio della trasmissioni televisive nel 1954, la nascita della Cinquecento nel 1955 e della Seicento nel 1957; mentre con il film “Vacanze romane” la Vespa diventa famosa.
Nella seconda sala al centro della rappresentazione è lo “Scontro di situazioni”, titolo di un’opera di Emilio Vedova del 1959. In questa sala ci sono opere di Alberto Burri nel periodo delle combustioni che, apprezzato oltre Oceano, fece scandalo in Italia tanto che “Il grande sacco” richiesto da Palma Bucarelli per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Modena provocò nel 1959 un’interrogazione parlamentare del Partito Comunista. Lo spazio di questa sessione è condivisa da Lucio Fontana che nel 1947 dette vita allo Spazialismo con i suoi “buchi”, sostituiti o meglio affiancati a fine anni Cinquanta dai tagli. Nel 1961, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, volendo rappresentare i grattacieli, utilizzò delle lamiere ondulate che riflettevano la luce con tagli irregolari verticali, un lavoro davvero sorprendente e di grande impatto.
La terza sala è dedicata al Monocromo con libertà, spazio con un allestimento folgorante, in bianco assoluto, con pavimento in legno imbiancato e una velatura di stoffa a soffitto retroilluminata dove sono presenti gli artisti Piero Manzoni – con la sua nota e provocatoria “Merda d’artista”; Agostino Bonalumi; Enrico Castellani e i suoi quadri bianchi; il giovane fiorentino Paolo Scheggi; e Salvatore Scarpitta nato nel 1919 a New York e morto nel 2007, di ordini italiane; oltre Alberto Viani con una scultura in bianco al centro della sala e Piero Consagra.
Nella quarta sala protagonista è il Metafisico quotidiano con i suoi nuovi simboli e l’allestimento sposa le opere in bianco e nero. Idealmente siamo a Roma che in questi anni diventa protagonista della Dolcevita, delle Olimpiadi, del cinema con Cinecittà, la Hollywood sul Tevere e della Galleria L’attico di Fabio Sargentini in piazza di Spagna e racconta Pino Pascali, un artista pugliese morto giovanissimo in un incidente in moto (abbiamo parlato della Fondazione a lui dedicata a Polignano a mare su queste pagine); Jannis Kounellis e Michelangelo Pistoletto.
Un piccolo spazio – sessione quinta – è dedicato a Domenico Gnoli che nei suoi dipinti ingigantisce piccoli particolari conferendo “visioni lenticolari” e in modo personale reinterpreta lo straniamento contemporaneo. Ritraendo la realtà quotidiani in modo iper-realistico produce uno strano effetto allucinato. Sono d’altronde gli anni del film “Blow up” di Michelangelo Antonioni (1966).
Figure e gesti è il titolo della sesta sala che racconta come l’Italia interpreta la Pop Art americana. In questa sessione ci sono le opere in legno di Mario Ceroli, i gesti politici di Sergio Lombardo, gli smalti di Tano Festa e Giosetta Fioroni o le silhouette moltiplicate di Renato Mambor. La Pop Art viene consacrata nel 1964 quando alla Biennale di Venezia viene premiato Rauschenberg ma l’Italia la declina fuori dalle tecniche industriali e dalla sola lotta al consumismo per sposare l’artigianalità.
Cronaca e politica è il titolo della settima sezione con Franco Angeli e Mario Schifano in mostra con un’opera emblematica “Bisogna farsi un’ottica” e Giulio Paolini e illustra il clima italiano di quegli anni dove tutto è politico.
Le Geografie possibili nell’ottava sala raccontano la visione dell’Italia nel mondo dell’arte con Alighiero Boetti, Salvo e Luciano Fabro che ci propone una riflessione su un’Italia capovolta dove nel 1964 viene inaugurata l’Autostrada del Sole che cambierà per alcuni aspetti la società. Da questa sessione si accede ad un video che racconta gli anni Sessanta a partire dall’Esposizione dedicata al lavoro a Torino nel 1961 per celebrare i 100 anni dell’Unità d’Italia. Dalla stessa sala si apre uno spazio in nero dedicato a Progettare e partecipare con l’opera “Eco” di Alberto Biasi che con questo lavoro celebra nel 1974 la conclusione di un’esperienza decennale, quella del Gruppo N, uno dei primi gruppi di ricerca ottico-cinetica che presenta un’installazione interattiva in verde con pannelli fotosensibili che catturano l’ombra di chi vi si accosta, oggi non sorprendente ma singolare nella prospettiva della lettura storica.
La decima e ultima sala è uno slogan, Immaginazione al potere, simbolo del 1968 che si specchia nell’Arte Povera con epicentro a Torino che porta sulla scena internazionale l’arte italiana con personaggi come lo stesso Alighiero Boetti e Michelangelo Pistoletto ma anche Gino De Dominicis, Pier Paolo Calzolari, Fabio Mauri, Giuseppe Penone che mettono in luce i contrasti che poi scoppieranno negli “Anni di Piombo”.

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano
Palazzo Strozzi, Piazza degli Strozzi - Firenze
Orario mostra: Tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00; Giovedì: 10.00-23.00
Info Tel +39 055 2645155 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Prenotazioni Sigma CSC
Dal lunedì al venerdì: 9.00-13.00 / 14.00-18.00
Telefono: +39 055 2469600; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Collezione Roberto Casamonti - Palazzo Bartolini Salimbeni (Firenze)

Guttuso Collezione Roberto CasamontiDagli inizi del XX secolo ai nostri giorni, con un primo nucleo fino agli Anni Sessanta del Novecento, la Collezione Roberto Casamonti apre i battenti nel piano nobile del Palazzo Bartolini Salimbeni appena restaurato, nel cuore del centro di Firenze. Dal desiderio di offrire alla città medicea un nuovo occhio sulla modernità, un’antologia che cerca di cogliere tutti gli aspetti di sessant’anni e oltre del Novecento, scegliendo sempre la qualità anche se non necessariamente opere importanti in assoluto. Casamonti ci offre una prospettiva storica nella sua passeggiata con una grande attenzione per l’allestimento.

Dal 24 marzo 2018 Firenze avrà un nuovo luogo dedicato all’arte moderna e contemporanea in uno spazio collocato al Piano Nobile di Palazzo Bartolini Salimbeni, capolavoro architettonico rinascimentale opera di Baccio d’Agnolo, che si affaccia sull’asse visuale che congiunge piazza Santa Trinita con la prestigiosa via Tornabuoni, primo palazzo notificato in Italia nel 1865. Di proprietà dei principi Colonna che ancora vivono al secondo piano, ospita la collezione di Roberto Casamonti, gallerista ed antiquario che, accogliendoci personalmente, ci ha raccontato la scelta di dar vita ad una collezione e non un museo, secondo l’ottima americana, di un percorso in itinere, soggetto a modifiche e nuovi arrivi; anche se ha detto che nulla è in vendita. 
La scelta è di offrire una panoramica esaustiva della prima metà e oltre del secolo scorso fin quasi ai nostri giorni, nella seconda parte della mostra, non concentrandosi solo sui soliti noti, sebbene scegliendo sempre autori di rilievo come René Paresce del gruppo degli Italiens de Paris per altro. Tra i criteri di scelta anche la delimitazione del campo – così ha escluso ad esempio Alighiero Boetti o Anselm Kiefer che pure possiede e ama - e l’accortezza nell’acquisto dei dipinti rispetto ad alcuni periodi dell’attività di un singolo artista. Un intento didattico con la voglia di introdurre all’arte del Novecento anche i non esperti offrendo a Firenze la possibilità di essere visitata non solo per l’arte antica e rinascimentale, sposando un cambiamento per altro in atto ad esempio con la nascita del museo del Novecento (già recensito in queste pagine). Il curatore della mostra è Bruno Corà, autore anche del libro dedicato all’esposizione.
La prima opera che incontriamo è di un autore ancora ottocentesco, Giovanni Fattori con opera del 1899, quasi una data simbolo del passaggio, con un quadri appartenuto a Casa Savoia che è stato esposto alla Biennale di Venezia. 
Cercando di dare un’armonia sala per sala, nello spazio all’ingresso, tra gli altri, un quadro di Giacomo Balla, Lorenzo Viani, Giovanni Boldini e un Massimo Campigli, per arrivare a Gino Severini e Mario Sironi con una suggestiva periferia con autobus. Negli anni Quaranta troviamo un “fiasco, candela e bollitore” di Renato Guttuso di splendida fattura che insieme ad un’altra opera per altro coeva – periodo d’oro dell’artista siciliano – il collezionista ha comprato dal figlio dell’industriale lombardo Francesco Pellin, che avrebbe voluto dedicare un museo a Guttuso ma non ha realizzato il suo sogno. Di Alberto Magnelli sono in mostra due opere molto diverse, una figurativa di grande raffinatezza del 1920 e un quadro astratto del 1959, che mostrano l’evoluzione dell’artista. 
Nella stessa sala da notare Renato Birolli, precursore nell’opera “Uccelli” del 1947 dell’uso delle pietre incollate sul quadro che Lucio Fontana utilizza a partire dal 1952. A tal proposito Roberto Casamonti, accompagnandoci lungo il percorso, ha sottolineato l’importanza di leggere opere ed artisti in prospettiva storica. 
Tra i vari artisti in mostra Vassili Kandinskji in un quadro di grande qualità anche se un‘opera di piccole dimensioni e due quadri, uno di fianco all’altro, rispettivamente di Fernand Léger e di Le Corbusier, pressoché unico in Italia dov’è conosciuto quasi esclusivamente come architetto, perché i due erano molto amici e si nota anche una probabile influenza pittorica. 
Lo spartiacque con l’arte astratta nella mostra secondo Casamonti è segnato da un quadro di Hartung perché è dal 1947 che si comincia a parlare in questi termini. Tra gli altri un bel lavoro in bianco e nero di Carla Accardi del 1955 e nello stesso spazio alcune opere di Pietro Dorazio. Siamo ormai a metà del secolo scorso con due opere di Capogrossi e la presenza di Diego Novelli e Afro, oltre una scultura al centro della stanza di Giò Pomodoro.
Si accede così ad un’area più vicina alle corde del collezionista con Lucio Fontana, suo amore, per rappresentare il quale ha scelto quadri insolitamente grandi per questo artista con un angolo formato da quattro opere, di cui una scultura, una con i più noti tagli, un cratere e Concetto spaziale del 1956, dedicato a “l’Inferno”. Di questa serie ne esistono solo quattro e Roberto Casamonti ha cercato anche in questo caso la particolarità, non dimenticandosi il racconto: ha voluto evidenziare che troppo spesso Fontana, conosciuto per i tagli, è invece un artista eclettico. E ancora del 1961 la scultura in oro di Louise Nevelson, allora molto all’avanguardia e praticamente assente in Italia. 
Per Andy Warhol ha scelto “Jackie” del 1954, una pietra miliare ed un’icona, una figurazione meno vista di quelle alle quali siamo fin troppo abituati pensando a questo artista.
Negli stessi spazi Enrico Castellani, Piero Manzoni con “Achrome”, due straordinarie “Combustioni” di Alberto Burri e uno Jannis Kounellis del 1961 che ci ha raccontato con grande ironia e passione Casamonti, ha impiegato tre anni per comprarlo.
Da segnalare l’attenzione nel restauro degli spazi, conservativo per la parte della memoria storica, essenziale e pulito dove è stato necessario un intervento, per favorire al massimo la fruibilità dell’opera, con uno spazio per incontri e video didascalici e un elegante bookshop.

Collezione Roberto Casamonti
Palazzo Bartolini Salimbeni, Piazza Santa Trinita
Informazioni e prenotazioni: tel. 055602030; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari: mer.-dom. 11.30-19.00; Chiusura biglietteria ore 18.30
Ingresso gratuito su prenotazione
Ufficio stampa: Davis & Co. | Lea Codognato e Caterina Briganti 
Tel +39 055 2347273 – www.davisandco.it
Studio ESSECI Sergio Campagnolo tel. 049.663499
www.studioesseci.net

 

Restaurare il cielo - Villa Finaly (Firenze)

Villa Finaly Restaurare il cieloVilla Finaly-Université de Paris Sorbonne si associa all’iniziativa italiana per la presentazione del film evento "Restaurare il Cielo" che illustra e analizza il fantastico lavoro di restauro della Basilica della Natività di Betlemme effettuato da équipe di restauro italiane, un simbolo di pace in un luogo difficile, una sorta di bottega in senso medioevale.

La Basilica della Natività di Betlemme - inserita nel 2012 dall’Unesco nella lista dei monumenti patrimonio dell’umanità - è forse il luogo di pellegrinaggio più frequentato al mondo, simbolo del dialogo fra tre comunità, quella greco-ortodossa, quella armeno-gregoriana e cattolico-romana con i Francescani, tornata a nuova vita grazie ad un restauro impegnativo condotto dall’azienda pratese Piacenti S.p.A., promosso nel 2013 dall’Autorità palestinese, uno Stato che dai più non è neppure riconosciuto. Il ripristino ha coinvolto finanziatori internazionali e oltre 60 ditte specializzate a cominciare dall’italiana Piacenti, che si è aggiudicata il bando per l’esecuzione dei lavori sotto la supervisione universitaria: metà del lavoro ha spiegato infatti Giammarco Piacenti, CEO dell’azienda e project manager del restauro, è stato rappresentato dal lavoro di studio e diagnostica. La presentazione a Villa Finaly Université de Paris Sorbonne che ha realizzato la traduzione del film documentario, ha ricostruito attraverso le immagini la storia di questo luogo unico, che oggi è nella forma della Basilica realizzata da Giustiniano nel VI secolo, su edificazione precedente di Costantino del IV secolo, già luogo di culto legato semplicemente alla grotta culla di Gesù per la Cristianità, inglobata nell’edificio. Come raccontato dalle immagini, che hanno seguito il lavoro passo passo, questo lavoro è stato emozionante per la simbolicità del luogo di pace e di scontri che nei secoli ha resistito a tutte le intemperie tranne che all’incuria. Il massimo splendore dell’ex Basilica bizantina è stato nell’anno 1169 quando sono state terminate le decorazioni a mosaico che ricoprivano tutte le pareti nella parte alta, dalla controfacciata, al transetto fino all’abside. Da rilevare tra l’altro che lo stile ha unito il linguaggio di tradizione araba-mediorientale con quella cristiana. E’ dal 1600 che iniziano i problemi di conservazione e già ne parlano i pellegrini che notano come la chiesa sia soggetta ad atti vandalici. Il settimo angelo miracolosamente scoperto dietro una copertura in gesso, che era mancante della parte superiore della testa, aveva ricevuto ad esempio un colpo di fucile sotto gli Ottomani. Il regista e sceneggiatore toscano Tommaso Santi - vincitore al “Premio Solinas” del concorso “Storie per il cinema”, autore di numerosi lavori documentari tra cui “I bambini della miniera” - affascinato dall’opera, per molto tempo custodisce il proprio desiderio di raccontare questo prodigio finché propone all’azienda di filmare i lavori e così nasce il documentario
“Restaurare il cielo” che è stato presentato sia al Consolato italiano di Gerusalemme (alla presenza del consigliere per gli affari religiosi del governo palestinese, Ziad Albandak e di tutte le diverse comunità cristiane, a cominciare dall’Amministratore Apostolico Pizzaballa) che alla Cineteca di Tel Aviv, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura alla presenza del Ambasciatore Italiano in Israele. Nel novembre 2016 il film è stato poi selezionato al prestigioso “Idfa – Doc for Sale” di Amsterdam. Gran Premio della Stampa Estera, Globo d'Oro 2017. 
“Restaurare Il Cielo” è anche il titolo di una mostra itinerante sul Restauro della Basilica Della Natività promossa dal Meeting di Rimini e da Compagnia Delle Opere a cura di Mariella Carlotti e Giammarco Piacenti ed è stato tradotto in arabo, ebraico, russo, spagnolo, inglese e francese.
Il lavoro, oltre le complessità del luogo, si è dovuto confrontare anche con più comunità che in qualche modo aspiravano ad un protagonismo nella vita della chiesa e un contesto non certo facile e proprio nel lavoro di squadra c’è il plus di questo restauro che ha dato vita ad una sorta di cantiere medioevale per la costruzione di cattedrali, diventando a sua volta simbolo di pace.

Villa Finaly
Via Bolognese 134R, 50139 Firenze; tel. 0039 055 46 31 01; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Informazioni e illustrazioni sul sito www.press.piacenti.org

 

Restauro del Pontormo - Cappella Capponi in Santa Felicita (Firenze)

Pontormo Cappella Capponi FirenzeLa Deposizione del Pontormo restaurata dalla fondazione americana Friends of Florence torna nella Cappella Capponi in Santa Felicita a Firenze. Il capolavoro del Manierismo ha svelato grazie al restauro molte novità che interessano tutta la Cappella la cui cupola servì da modello per quella di Santa Maria del Fiore. Un trionfo di colori e un inno alla vita oltre la croce che emoziona universalmente, con un risultato oltre le aspettative della stessa squadra che ha lavorato all’intervento.

Presentata alla stampa la CAPPELLA CAPPONI, già cappella Barbadori nella chiesa di Santa Felicita a Firenze, immediatamente alla destra di chi entra dall'ingresso principale, nella quale Friends of Florence, fondazione americana no profit nata nel 1998, ha sostenuto il restauro della Deposizione del Pontormo esposta alla mostra di Palazzo Strozzi in occasione della mostra “Il Cinquecento a Firenze”. La cappella, oltre ad essere un'importante opera del percorso artistico di Filippo Brunelleschi, è famosa per conservare l'Annunciazione e soprattutto appunto la Deposizione, una grande tavola considerata uno dei capolavori di Pontormo e del Manierismo in generale. I coniugi Kathe e John Dyson hanno sostenuto l’intervento di tutta la cappella che ha comportato un intervento complesso e un vero e proprio gioco di squadra. La Cappella è un gioiello i cui lavori sono stati seguiti da Daniele Rapino, funzionario della Soprintendenza alle Belle arti e al Paesaggio per la città di Firenze, Prato e Pistoia ed eseguiti dal Laboratorio di Daniele Rossi che ha seguito anche altri restauri del Pontormo della Galleria dell’Accademia e della Santissima Annunziata. Il restauro ha interessato il complesso della cappella, fatto non scontato, visto l’onere finanziario, il rifacimento della cupola, i manufatti lignei, le opere in pietra, le lapidi e le altre opere pittoriche; la nuova illuminazione ha completato il quadro. L’opera restaurata, in particolare La Deposizione di Jacopo Carucci, questo il vero nome dell’artista (nato a Pontorme, Empoli nel 1494 e morto a Firenze nel 1557) è la tappa finale per Palazzo Strozzi di un percorso iniziato con la mostra sul “Il Bronzino e Firenze”, proseguito con “Pontormo e Rosso” quindi, alla fine del 2017, con “Il Cinquecento a Firenze. Michele, Pontormo, Giambologna” (recensita su Saltinaria), di grande successo e richiamo, che ha creato un’eco importante su questi autori e su questo periodo storico, importante per attrarre investimenti considerevoli. Il 22 febbraio del 2017 è iniziato il restauro della tela, ultimato l’8 settembre quando è stato esposto a Palazzo Strozzi appunto. Il progetto ha richiesto un lavoro corale con un risultato che, ha sottolineato Rapino in conferenza stampa, è andato oltre le aspettative. Al di là dell’aspetto conservativo, interessanti sono le novità emerse durante il recupero del luogo, in particolare la riscoperta della cupola che è stata decorata nel 1770 da Domenico Stagi, artista che ha lavorato in altri monumenti a Firenze nell’ambito della decorazione e della pittura come ad esempio nella Chiesa del Carmine. Purtroppo della cupola si era persa l’identità e non era conservata neppure un immagine da quando, probabilmente negli anni Trenta del Novecento, era stata ricoperta con un pesante strato di calce. Per fortuna la decorazione nascosta era praticamente intatta e ha rilevato tracce di dorature e di blu oltre il bianco e grigio che si riteneva lo stile tipico del Brunelleschi che la realizzò nel 1420 circa su incarico di Bartolomeo Barbadori. Cento anni dopo fu acquistata dai Capponi e nel 1525 circa Pontormo la decora. I rimaneggiamenti successivi si devono soprattutto a Ferdinando Ruggieri al quale si deve il nuovo allestimento di Santa Felicita che è poi quello attuale. Da rilevare, ha fatto notare Rapino, che la cupola non è mai stata distrutta ma la cappella ha subito vari danni anche per restauri successivi a volte non svolti a regola d’arte. Interessante sapere che il Brunelleschi nella chiesa di Santa Felicita ha provato la cupola senza armatura con mezzane messe di taglio, secondo il metodo a spina di pesce, che poi avrebbe impiegato in Santa Maria del Fiore. 
La Deposizione del Pontormo è stata interamente recuperata a cominciare dalla cornice un capolavoro di intaglio in oro del Cinquecento probabilmente di Baccio d’Agnolo, con un oro spesso e una cesellatura davvero preziosa che è intatta. L’opera ha subito nel tempo diversi danni soprattutto da quando intorno al 1620 fu inserito nella cappella un tabernacolo dedicato a San Carlo Borromeo. Anche i successivi restauri, specie nell’Ottocento, hanno creato alcuni problemi. Oggi il dipinto è tornato al suo splendore ed emerge un’emozione struggente, rarefatta, di grande eleganza e compostezza sebbene di intensità. Il quadro è concepito in una forte verticalità nella prospettiva dello spettatore ed emana una grande luce. E’ una deposizione oltre la croce, già sollevata da terra, dove il dolore si congiunge alla speranza con lo sguardo rivolto al cielo. La scena è dominata da un’impalpabile leggerezza, panneggi e di stoffe e trionfo di colori. Al di là dell’impressione emotiva, il dipinto è però studiato fin nei minimi particolari e occorre tempo per vederlo davvero, apprezzando ad esempio i singoli gesti delle mani.

Articolo di Ilaria Guidantoni

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