Daniel Buren & Anish Kapoor Galleria Continua (San Gimignano, Siena)

Scritto da  Martedì, 26 Giugno 2018 

Una sorta di Salone itinerante dell’arte contemporanea tra ambito nazionale ed internazionale, quello proposto a San Gimignano dalla Galleria Continua che ha ospitato due tra gli artisti più significativi del panorama internazionali, Daniel Buren e Anish Kapoor, impegnati nella realizzazione di un’opera a quattro mani nella grande platea del luogo espositivo. Con il duo Ornaghi & Prestinari rientriamo in Italia e ci tuffiamo nella storia degli oggetti e nell’artigianalità dell’arte; per poi avvicinarsi alla video arte con una performance accompagnata dal clarinetto con la danza delle mani del direttore d’orchestra del cubano Carlos Garaicoa e il suo “Abismo”, abisso del male e della potenza creatrice e forse salvifica della musica. Il percorso che si snoda intorno alla piazza centrale della Cisterna, nel cuore del paese medioevale delle torri, comprende anche una sosta in uno spazio di vetrina con un’antologia di vari modi di fare arte dalla sedia singolare di Michelangelo Pistoletto al reportage fotografico di denuncia.

 

La Galleria Continua conferma la sua vocazione non solo di esposizione di opere d’arte ma di attività culturale. Un incontro intorno all’arte che ha disegnato all’interno del paese medioevale, noto per le sue torri, di San Gimignano un vero e proprio percorso attraverso il tempo, dalla ricerca della metà del secolo scorso ad oggi, misurandosi con materiali, tecniche e arti diverse.
Con la mostra Daniel Buren & Anish Kapoor Galleria Continua rende omaggio a due delle figure più significative del panorama artistico internazionale, artisti che con le loro opere hanno profondamente segnato l’arte tra il XX e il XXI secolo. Nello spazio singolare, un cinema teatro degli anni Cinquanta, la mostra vede per la prima volta Daniel Buren e Anish Kapoor impegnati nella realizzazione di un’opera a quattro mani, di grandi dimensioni che occupa quella che era la platea originaria dello spazio, che si apre su un giardino a terrazza sulla valle. Il percorso espositivo, costruito attraverso un dialogo tra le opere dei due autori, ci accompagna dall’ingresso fino al piano inferiore, attraversando la platea, salendo sul palcoscenico e arrivando dietro le quinte, con un dialogo tra i due personaggi che hanno costruito un’opera ad hoc per la mostra.
L’esposizione si apre con una serie di dipinti di Daniel Buren datati 1964 e 1965, quadri che mescolano forme arrotondate e rigature di grandezza e colori diversi. L’artista sviluppa sin dall’inizio degli anni ’60, una pittura radicale che gioca, di volta in volta, sull’economia dei mezzi messi in opera e sui rapporti tra lo sfondo (il supporto) e la forma (la pittura). Nella seconda metà del 1965 sceglie di sostituire le strisce dipinte con un outil visuel (strumento visivo), utilizzando un tessuto industriale a bande verticali alternate, bianche e colorate, larghe 8,7 centimetri. Successivamente Buren impoverisce ulteriormente questo registro visivo ripetendolo sistematicamente e impedendo ogni variazione formale, ad eccezione dell’uso del colore, variabile all’infinito, alternato al bianco immutabile. Inoltre questo strumento visivo viene integrato con infinite variabili, materiali, situazioni come nel caso di uno specchio intervallato da strisce bianche che scompone i pannelli che riflette in righe colorate. In questo modo ci invita a riflettere sulla pittura, sui suoi metodi di presentazione e, più in generale, sull’ambiente fisico e sociale in cui l’artista interviene. Superfici concave e convesse, disegnate e articolare in vario modo, specchianti, riflettono lo spettatore coinvolto in una partecipazione interattiva, tra l’altro con un dialogo tra i due autori: le opere specchiani concave e convesse di Kapoor e la “combinazione” tra specchi e righe di Buren.
Risalgono agli esordi dell’attività artistica di Anish Kapoor una serie di oggetti scultorei instabili cosparsi di pigmenti colorati; sono i primi esiti di una ricerca sulla materialità stessa dell’oggetto e sulla superficie che lo separa dal mondo, un campo d’interesse che diventerà fondamentale nel lavoro dell’artista. Si tratta di forme indefinite, a metà tra il mondo naturale e quello astratto, corpi in transizione che sembrano scaturire dalla materia spontaneamente. L’intensità del colore puro contribuisce all’illusione dell’oggetto, suggerendo l'idea di sconfinamento e portando queste forme nella sfera liminale del sublime, dove materialità e astrazione si congiungono, con la densità del blu e del rosso polveroso “assoluti”.

Nel 1975 Daniel Buren realizza la prima Cabane Eclatée che costituisce una vera svolta, accentuando l’interdipendenza tra l’opera e il luogo che la accoglie attraverso giochi sapienti di costruzione e decostruzione: l’opera, esposta a San Gimignano nella grotta, diventa il suo stesso sito, oltre che il luogo del movimento e della deambulazione. Nella platea della Galleria il lavoro a quattro mani, un gioco di reti che si intrecciano, velando e svelando, che intrattiene un dialogo con l’architettura esistente e idealmente con il lavoro in resina di Kapoor. Due opere dal carattere aperto che lasciano spazio a una “conversazione” di materiali e di trasparenze.
Scendendo al piano inferiore della galleria le opere dei due artisti dialogano serratamente: le strisce colorate verdi e bianche di Buren avvolgono idealmente la scultura in alabastro bianco di Kapoor.
Il percorso prosegue nel confronto fra la luce policroma e proteiforme dei tessuti a fibre ottiche di Daniel Buren e gli oggetti in acciaio specchiante di Anish Kapoor, al quale si è accennato. Lo studio del vuoto è uno degli elementi centrali della poetica di Kapoor: reso tangibile da una cavità che si riempie o da una materia che si svuota, è metafora della creazione.
Il dialogo è tutto giocato su vuoto e pieno come due aspetti reciprocamente funzionali.
L’opera che occupa la platea chiude il cerchio di un dialogo ideale che Buren e Kapoor intrattengono in questa mostra. Un’installazione di grandi dimensioni, frutto di una progettazione congiunta, che riconfigura completamente lo spazio e crea inaspettate interferenze visive. Una sfida ad esplorare l’inaccessibile.
Uscendo dalla Galleria, su piazza della Cisterna, uno spazio aperto riunisce un’antologia di forme e autori che interessano materiali e provenienze diverse spaziano da un lavoro fotografico di denuncia del razzismo negli Stati Uniti, chiedendo a persone di diverse razze di raccontare attraverso la propria espressione come gli altri ci vedono in modo reificante, alla sedia le cui gambe si innestano su tronchi d’albero di Michelangelo Pistoletto, installazione degli anni Sessanta; fino alla foto d’artista di una sua installazione, la qaba della Mecca rappresentata da un magnete che attrae una folla in nero di pezzetti di ferro, che abbiamo visto a Miart e al Museo Pecci di Prato, di Ahmed Marten.

Sulla piazza della Cisterna si affaccia l’Hotel Leon Bianco, in una torre, dove all’ultimo piano è stato allestito un appartamento per ospitare la mostra Keeping Things Whole, letteralmente tenere tutte le cose insieme, titolo preso a prestito dall’omonima poesia di Mark Strand, del duo Ornaghi&Prestinari, coppia nell’arte e nella vita, Valentina e Claudio negli ultimi anni hanno consolidato la propria posizione internazionale.
Abbiamo avvicinato Valentina e le abbiamo chiesto come sia nato il progetto di un lavoro a due e con quale spirito. “L’idea, ci ha raccontato, è nata in maniera spontanea, nel 2009 quando abbiamo cominciato a lavorare insieme. Ci siamo conosciuti all’Università dove studiavamo architettura e design e da progetti legati allo studio ci siamo orientati alle arti visive.”
Cosa guida il vostro lavoro? “Certamente il vissuto personale accanto alla riflessione sugli oggetti e il rapporto dell’uomo con le cose, sia per quanto concerne il processo di produzione artigianale-artistico sia di produzione industriale. La storia dell’arte, molto citata nelle nostre opere, si richiama così alla storia dell’uomo attraverso la casa, come questa ambientazione racconta, che è il luogo dell’intimità.”
Questa mostra in particolare cosa espone? “Lavori recenti che indicano, fin dal titolo, la complessità degli oggetti. La produzione qui presente è stata realizzata in due momenti, rispettivamente durante una residenza artistica a Faenza al Museo Carlo Zauli e, nella stessa città, al Museo internazionale della ceramica. Troviamo qui infatti molti oggetti in ceramica che raccontano l’origine della manifattura dell’uomo.”
Qual è lo spirito della mostra? “Tenere insieme significa non separare il pensiero, l’idea artistica dall’azione con la manualità che ne consegue. In effetti tutto quello che è esposto è prodotto interamente da noi. Attraverso la nostra poetica cerchiamo di conferire agli atti familiari un valore nuovo. L’aspetto quotidiano del prendersi cura della casa o degli oggetti, del ripararli o del ricostruirli, trasmuta le cose indistinte a un livello di realtà più elevato. Ci sforziamo di pensare alle cose come unite per non privarle della loro complessità: far coesistere piuttosto che separare. Proviamo a generare convivenze ed equilibri, coniugare mondi apparentemente distanti, preservare la polisemia. Con l’esercizio, la frequentazione quotidiana dei materiali, ci sfidiamo ad acquisire nuove abilità. L’idea è di lavorare su una certa cosa finché non inizia a parlare”.
Nelle loro opere Ornaghi & Prestinari elaborano e integrano influenze formali e riferimenti storico-artistici: gli “Inerti”, sculture che includono l’impronta di motivi floreali e vegetali ispirati ai disegni di William Morris iniziatore del movimento Art and Craft e pioniere del design; “Paolina” una scultura rovesciata rielaborazione della celebre scultura del Canova; “Oltremarino (S.Martino)” un’opera che parte da una riflessione sul rapporto di compresenza e distanza tra realtà e immagine, tra la fisicità minerale del blu di lapislazzuli delle tavole di Simone Martini e le sue riproduzioni sui libri, sono solo alcuni esempi. In mostra sculture realizzate con materiali naturali come la pietra (sodalite e alabastro), il legno, l'argilla diventata ceramica dialogano con strutture ed elementi in metallo che somigliano a oggetti ordinari e seriali della vita quotidiana.
Particolarmente curiosa è proprio “la Paolina”: ci racconta il senso? “L’inversione è nel rovesciarla, mettendo la natura in primo piano. La scultura viene analizzata nel suo processo di produzione quindi come calco, cavo e diventa una vasca con un ecosistema autosufficiente, di acqua e piante acquatiche. Inoltre nella sua rappresentanza della vanità mettendola a testa in giù si rilegge il senso delle cose in un modo diverso.”
Attraversando piazza della Cisterna e scendendo verso l’ingresso delle mura ci si trova sotto l’arco dei Becci, ultima tappa del percorso per gustare il video di Carlos Garicoa, Abismo. La performance dell’artista cubano offre una rilettura commovente della più insanabile ferita del Novecento, con un video presentato per la prima volta lo scorso anno all’interno dell’ampia personale dell’artista alla Fondazione Merz di Torino. Una nota piattaforma d’arte internazionale ha inserito Abismo tra i migliori lavori realizzati nel 2017. Il video accompagnato dal suono stranamente crudo e cupo del clarinetto suonato dal vivo, con un effetto di grande suggestione, disegna la danza delle mani di un direttore d’orchestra la cui opera composta nel 1941 in campo di concentramento, unisce l’abismo, l’abisso in spagnolo, l’orrore alla grande potenza se non salvifica creativa della musica. Nel 1941, Olivier Messiaen compose ed eseguì per la prima volta nel campo di concentramento di Stalag VIII-A a Görlitz il Quatuor pour la fin du temps. Il video è accompagnato dall’Abîme des oiseaux, eseguito da Mahé Marty. Un effetto forte senza essere prepotente, di grande linearità e delicatezza.
Nello stesso anno della composizione, Monaco di Baviera fu dichiarata città pulita dagli ebrei. “Questo progetto – ha spiegato - prende come punto di partenza la rappresentazione teatrale dei discorsi di Hitler e la sua ossessione per la musica classica.” Su uno sfondo lattiginoso due mani gesticolano; sono disegnate quasi come fossero studi rinascimentali a sanguigna, in bilico tra la direzione d’orchestra e l’enfasi di un comizio pubblico. La musica che fa da sottofondo è il terzo movimento del quartetto del celebre compositore francese. Carlos Garaicoa utilizza la tipica gestualità della propaganda nazista, la rimuove dal contesto originario, creando così una nuova narrazione storica. Il cortocircuito rimescola le carte della storia e rafforza il messaggio di Messiaen che l’orrore, per quanto grande, non può mettere a tacere la forza di un pensiero libero e creativo.
“A quelle mani, dichiara Carlos Garaicoa, manca la capacità creativa dell’arte e della musica (…). Come quelle di un falso direttore d’orchestra, queste mani non possono che accettare il trionfo del loro nemico. Lungi dal controllare il terrore diffuso, vengono sconfitte con l’arma più leggera, frutto della bellezza assoluta: la musica. I gesti che una volta erano associati alla morte e all’intransigenza sono ora riconvertiti, sotto l’influenza della musica, in movimenti aggraziati legati alla vita e all’esistenza, quasi eterna, dell’essenziale umano”.


I protagonisti
Daniel Buren, nato a Boulogne-Billancourt (Parigi) nel 1938, ha esposto in alcuni dei più famosi centri di arte contemporanea del mondo. Preferisce ridurre la propria biografia affermando che “vive e lavora in situ”. Il suo lavoro è stato oggetto di importanti mostre al Stedelijk Museum, Amsterdam (1976); CAPC, Bordeaux (1991), Kröller-Müller Museum, Otterlo (1976); Van Abbemuseum, Eindhoven (1976); ARC – Musée d’art moderne de la ville de Paris (1983); Musée des arts décoratifs, Parigi (1987); Centre Pompidou, Parigi (2002); Solomon R. Guggenheim Museum, New York City (2005); Musée Picasso, Parigi (2008); Centre Pompidou-Metz (2013); Baltic Centre for Contemporary Art, Gateshead (2014); the Musée d'Art moderne et contemporain, Strasburgo (2014); Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina, Napoli (2015); Festspielhaus and Kunsthalle, Recklinghausen (2015); Museo – Espacio, Aguascalientes (2016); Fondation Louis Vuitton, Parigi (2016); BOZAR Palais des Beaux-Arts, Bruxelles, Belgio (2016); Centre Pompidou Málaga (2017); MAMBO Museo de Arte Moderno de Bogotá (2017); Kunstsammlungen Chemnitz (2018). Buren ha partecipato a Documenta Kassel nel 1972 e nel 1982. Ha esposto alla Biennale di Venezia più di dieci volte e nel 1986, rappresentando la Francia al Padiglione nei Giardini della Biennale di Venezia, ha vinto il Leone d'Oro. Nello stesso anno ha prodotto la sua prima e più controversa commissione pubblica, Les Deaux Plateaux, per il cortile principale del Palais-Royal a Parigi. Nel 2007 è stato insignito del prestigioso Praemium Imperiale. Nel 2012 ha esposto al Gran Palais di Parigi in occasione della quinta edizione di Monumenta. Tra le sue più importanti opere pubbliche permanenti ricordiamo: Palais Royal, Parigi; Tokyo Odaiba, Giappone; Chapelle du Donjon, Vez, Francia; Bahnhof, Wolfsburg, Germania; Bundesministerium für Arbeit und Sozialordnung, Berlino; Parc de la Cigalière, Sérignan, Francia; sede sociale Telenor, Oslo; Piazza Arnolfo di Cambio, Colle di Val d’Elsa, Italia; Villa La Magia, Quarrata, Italia; MACRO Museo d'Arte Contemporanea, Roma, tra le più recenti infine, Otemachi Financial City Grand Cube, Tokyo; Piazza Verdi, La Spezia, Italia; Diamonds and Circles nella centralissima stazione di Tottenham Court Road di Londra e De la rotonda a la fuente. 5 colores para México inaugurata lo scorso marzo presso la piazza Artz Pedregal a Messico City.

Anish Kapoor nasce a Bombay nel 1954. Negli anni Settanta si trasferisce a Londra, città dove oggi vive e lavora. La sua opera è stata esposta nei più importanti musei ed istituzioni del mondo. Ha realizzato mostre personali alla Parque de la Memoria, Buenos Aires (2017); MACRO Museo d'Arte Contemporanea, Roma (2016); MUAC Museo Universitario Arte Contemporáneo, Città del Messico (2016); Château de Versailles, Francia (2015); The Jewish Museum and Tolerance Center, Mosca (2015); Sakıp Sabancı Museum, Istanbul (2013); Martin-Gropius-Bau, Berlino (2013); Museum of Contemporary Art, Sydney (2012). Ha preso parte a numerose mostre collettive in contesti come la Serpentine Gallery di Londra, Documenta IX di Kassel, Moderna Museet di Stoccolma, il Centre Georges Pompidou e il Louvre di Parigi. Molte le collezioni pubbliche e private che accolgono le opere dell’artista, tra queste il MoMA di New York e lo Stedelijk Museum di Amsterdam. Tra le più note commissioni pubbliche realizzate da Kapoor in questi anni: Descension (Brooklyn Bridge Park, New York); Ark Nova (il primo palco gonfiabile per concerti, in tour per il Giappone); Orbit (una torre permanente commissionata come parte dei Giochi Olimpici per il Queen Elizabeth Park del 2012, Londra); Leviathan (Grand–Palais, Parigi); Temenos (il primo del progetto Tees Valley Giants), Middlesbrough, Regno Unito; Marsyas (Tate Modern Turbine Hall, Londra), Cloud Gate (Millennium Park, Chicago), Underground con Arte Continua, torre medioevale di Sant’Agostino, San Gimignano e Earth Cinema (Arte Pollino un altro sud con Arte Continua, Basilicata). Anish Kapoor ha ricevuto il Premio Duemila alla Biennale di Venezia del 1990, il Turner Prize nel 1991. Dal 2001 è membro onorario del Royal Institute of British Architecture e nel 2013 ha ricevuto il titolo onorario di cavaliere delle arti.

Valentina Ornaghi e Claudio Prestinari, nati a Milano, rispettivamente nel 1986 e 1984, iniziano la loro formazione universitaria al Politecnico di Milano e si laureano rispettivamente in Disegno Industriale e Architettura. Proseguono entrambi gli studi presso l’Università Iuav di Venezia. Ornaghi & Prestinari hanno partecipato a vari workshop e residenze artistiche inclusi quelli alla Fondazione Spinola Banna per l’Arte (Torino, 2011) e VIR-ViaFarini in Residence (Milano, 2013). Nel 2012, hanno ricevuto il Premio Regione Veneto dalla Fondazione Bevilacqua la Masa (Venezia). Nel 2014, hanno presentato la loro mostra personale Familiare alla Galleria Continua (San Gimignano). Nel 2016 hanno partecipato ad Artista x Artista, la prima residenza artistica internazionale a L’Avana (Cuba) e si è tenuta la loro prima mostra personale a New York curata da Vittorio Calabrese, art director di Magazzino Italian Art, presso la New York University - Casa Italiana Zerilli-Marimò. Nel 2017 hanno creato dei lavori in relazione a Giorgio Morandi che sono stati esposti all’interno del MAMbo - Casa Morandi (Bologna) e hanno vinto la residenza d’artista presso il Museo Carlo Zauli di Faenza la cui mostra finale si è tenuta al MIC Museo Internazionale delle Ceramiche. Lo stesso anno presentano la scultura pubblica, Filemone e Bauci, per il nuovo parco di Citylife a Milano. Hanno partecipato a diverse mostre collettive internazionali, sia in spazi sperimentali che istituzionali, tra cui MAAT, Lisbona, 2018; Museum Voorlinden, Wassenaar, 2016; Aguila de Oro, Avana, 2016; Le Centquatre, Parigi, 2015; Palazzo Reale, Milano, 2015; Museo Pietro Canonica di Villa Borghese, Roma, 2015; Biblioteca Ariostea, Ferrara, 2013; Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia, 2012; Zsolnay Cultural Quarter, Pécs, 2012; GMB - Centre for Contemporary Art, Bratislava, 2012; Hamburg Kunsthaus, Amburgo, 2012; KCCC-Klaïpeda Culture Communication Center, Klaïpeda, 2012; La Fabrique, Mountrouge, 2011; Museum of Contemporary Art, Skopje, 2009. (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).

Carlos Garaicoa, nato a L’Avana nel 1967, vive e lavora fra L’Avana e Madrid. Tra le mostre più importanti ricordiamo: Parasol Unit, Londra (2018); CGAC, Santiago de Compostela (2018); Espaço Cultural Porto Seguro, San Paolo (2018); Fondazione Merz, Torino (2017); MAAT, Lisbona (2017); Azkuna Zentroa, Bilbao (2017); Museum Villa Stuck, Monaco (2016); Nasjonalmuseet, Oslo (2015); CA2M Centro de Arte Dos de Mayo, Móstoles, Madrid (2014); Fundación Botín, Santander (2014); NC-Arte and FLORA ars + natura, Bogotá (2014); Kunsthaus Baselland Muttenz, Basilea (2012); Kunstverein Braunschweig, Brunswick (2012); Contemporary Art Museum, Institute for Research in Art, Tampa (2007); H.F. Johnson Museum of Art, Cornell University, Ithaca, New York (2011); Stedelijk Museum Bureau Amsterdam (SMBA), Amsterdam (2010); Centre d’Art la Panera, Lérida (2011); Centro de Arte Contemporáneo de Caja de Burgos (CAB), Burgos (2011); National Museum of Contemporary Art (EMST), Atene (2011); Inhotim Instituto de Arte Contemporáneo, Brumadinho (2012); Caixa Cultural, Río de Janeiro (2008); Museo ICO (2012) e Matadero (2010), Madrid; IMMA, Dublino (2010); Palau de la Virreina, Barcelona (2006); Museum of Contemporary Art (M.O.C.A), Los Angeles (2005); Biblioteca Luis Ángel Arango, Bogotá (2000). L’artista ha preso parte a prestigiosi eventi internazionali: Biennale dell’Avana (1991, 1994, 1997, 2000, 2003, 2009, 2012, 2015), Shanghai (2010), San Paolo (1998, 2004), Venezia (2009, 2005), Johannesburg (1995), Liverpool (2006) e Mosca (2005); le Triennali di Auckland (2007), San Juan (2004), Yokohama (2001) e Echigo-Tsumari (2012); Documenta 11 (2003) e 14 (2017); PhotoEspaña 12 (2012).

Galleria Continua
via del Castello 11
Inaugurata sabato 26 maggio 2018
Fino al 2 settembre 2018, da lunedì a domenica, 10-13 / 14-19
responsabile comunicazione
Silvia Pichini

Articolo di Ilaria Guidantoni

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