Gli Androidèi: i robot immortali nella street art di Pixel Pancho

Scritto da  Martedì, 15 Marzo 2016 

Galleria Varsi

19 febbraio – 3 aprile

ingresso libero

Via di San Salvatore in Campo 51, Roma

Il titolo evidenzia l’idea dell’artista di voler rappresentare l’uomo indifeso e prigioniero nelle sue fragilità, che vuole diventare un’entità soprannaturale come gli dei dell’antichità miticizzati nella loro immortalità. Un concetto iconizzato nei secoli per ritagliare una frazione di mondo dove tentare di avvicinarsi all’essenza delle cose, come superamento delle insicurezze e dei limiti umani. L’artista realizza simbioticamente questa identificazione con i robot, con degli esseri visibili e immedesimati nei loro meccanismi, circuiti ingranaggi senza far emergere la carne, le ossa e la totale corporeità umana.

Le idee messe in moto da Pixel Pancho rappresentano un’esperienza contemporanea di virtualità, una presenza tanto più immortale quanto più invisibile. La sua ricerca pittorica, lontana dai tratti della sua formazione di street-art, si è incentrata sul concetto di trasformazione, della manipolazione di alcuni elementi come il ferro per marcare il concetto del decadentismo, dell’a-spazialità, dell’assenza di un concetto antropologico. Tutti i personaggi raffigurati nei suoi quadri e nelle incisioni sono ricontestualizzati in un’atmosfera surreale dove la materia è rappresentata da miti, da simboli bellici (elmi dei Curiazi-Orazi – La caduta dell’Eroe-Mitra) e crea stimolanti percorsi di dialogo tra la storia e la contemporaneità.

Lo testimonia la statua di Afrodite, posta al centro dell’allestimento, che viene elaborata in gesso con un rivestimento particolare che invade completamente di muschio il busto della dea, se bagnata, mentre, la sua anima è imprigionata nei molteplici circuiti di ferro.

Un elemento che visivamente vuole rappresentare un materiale deperibile per segnare la momentaneità che ha la forza di interagire con l’ambiente, di modificarsi con l’azione degli agenti atmosferici e cogliere suggestivamente la temporaneità del vissuto, nonostante le aspirazioni umane ad una dimensione di assolutezza e di eternità. Questa esplorazione viene svolta attraverso 19 opere allestite lungo un percorso che ripropone un’antica casa romana con l'atrium le cui pareti sono dominate da una serie dei dipinti (rappresentativi dei Curazi, Orazi) con colori in acrilico racchiusi in cornici di legno 100 x 100 cm dagli angoli tondeggianti. Si prosegue nei cubicula, tra piante ed edere secche, dove le pareti si arricchiscono di pregiate e minuziose incisioni, “Giunone”, ”Gesta”, con la vittoria simboleggiata da due leoni con il volto riproduttivo dell’animale dal corpo meccanico.

Chi immaginava la Galleria Varsi trasformarsi in uno spazio invaso dai graffiti tipici della street art, in cui Pixel Pancho ha compiuto i suoi primi passi, può stupirsi ma certamente non rimanere deluso per l’allestimento organizzato e la tematica affrontata. Le superfici dei tessuti urbani sono grigie e precarie come la dimensione dell’uomo proiettata verso un’irraggiungibile perfezione fino alla sopraffazione di se stesso, alla sua caduta come la caduta degli dei ed eroi.

Pixel, come nelle sue opere di strada, colloca la ricerca dei lavori artistici sull’esplosione dei sentimenti primari dell’essere umano come la paura, la solitudine, la violenza e sulla figura dell’uomo indifeso che diventa prigioniero della sua impurezza che non può prescindere dalla sua natura e provvisorietà.

Articolo di Oriana Russo

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