3M, la fotografa che fotografava donne…dello spettacolo fuori dello spettacolo

Scritto da  Martedì, 08 Dicembre 2015 

Un’esposizione a colori di formato quadrato di Chiara Samugheo

In occasione della fine dell’anno la Fondazione 3M Italia, terminato il lavoro di aggiornamento dell’archivio fotografico, ha presentato nella sua sede romana ventidue stampe a colori di Chiara Samugheo, prima donna italiana a diventare fotografa professionista, nata a Bari il 25 marzo 1935 come Chiara Paparella.

L’abbiamo visitata insieme al Segretario generale della Fondazione Daniela Aleggiani e il Curatore della mostra Roberto Mutti che ci ha illustrato la particolarità di questa fotografa, donna che ha ritratto donne dello spettacolo, ma fuori dal set in posizioni ed espressioni insolite, confidenziali, domestiche, fuori dal concetto del “posato”, certamente innovativo per l’epoca. Inoltre da considerare il formato quadrato, decisamente nuovo e anche, a mio parere, la tecnica per cui lo sfondo che contestualizza l’immagine in un reale vissuto, è sfuocato come nella tecnica cinematografica più recente importata dagli Stati Uniti. Come ci ha raccontato Mutti l’amicizia e, talora, la confidenza con le protagoniste delle foto ha consentito un’ambientazione insolita, intima e anche un’espressività che non riesce ad emergere solitamente in un ritratto.

“L’apparenza e il senso”, questo il titolo dell’esposizione, rivela qualcosa di intrigante e incantevole nei ritratti che Chiara Samugheo ha scattato negli anni Sessanta e Settanta ad attrici, cantanti, soubrette – quali tra cui Liz Taylor, Shirley MacLaine, Monica Vitti, Sophia Loren, Claudia Cardinale e Gina Lollobrigida - che, nell’Italia di quell’epoca, costituivano il sistema di un divismo prevalentemente legato al mondo del cinema. «Se, nonostante la distanza temporale, queste immagini mantengono intatta la loro forza comunicativa – ha precisato Mutti - è perché sono state realizzate con uno stile molto personale che nasconde dietro la sua apparente semplicità una raffinata e attenta elaborazione espressiva. Non poteva essere altrimenti per un’autrice dotata, in anni in cui era patrimonio non comune, di un solido retroterra culturale – la fotografia antropologica di Franco Pinna e quella degli autori Magnum, la ritrattistica della grande pittura studiata nei musei e quella delicata e modesta delle carte-de-visite reperite nell’amata Parigi – acquisito per costruire una propria originale proposta.» Se guardiamo le ambientazioni, la scelta cade sull’inserimento dei ritratti in esterni evitando le costrizioni dei set, la convinta predilezione per un colore caratterizzato dai forti contrasti, l’uso constante del formato quadrato che le consente di creare composizioni di grande armonia sono gli elementi costitutivi e riconoscibili della sua poetica.
Il suo stile è in aperta contrapposizione, sia con l’immediatezza talora un po’ superficiale della ripresa da reportage, sia con la convenzionalità della ritrattistica da studio con le sue pose fin troppo attentamente studiate.
«Per comprendere davvero la fotografia di Chiara Samugheo, tuttavia, secondo Mutti - occorre dare il giusto risalto a un metodo di lavoro incentrato sulla ricerca di un dialogo con i suoi soggetti, come accennato, grazie al quale ha saputo andare oltre la personalità dell’attrice per cogliere l’autenticità della donna. Da qui nascono le pose semplici ed eleganti come i primi piani così dichiaratamente intimi di personaggi che guardano sempre in macchina rivolgendosi nella stessa misura alla fotografa e a quanti, osservandole nelle copertine delle più importanti testate internazionali, avevano la sensazione di trovarsi di fronte non a dive fastidiosamente irraggiungibili ma a donne dotate di un fascino prezioso e che si mettono in gioco davanti all’obiettivo, con ironia, scherzando, ammiccando.


Chiara, ancora molto giovane, vuole comporre musica e, contrariamente ai desideri dei genitori che l’avrebbero voluta maestra di scuola, parte per Milano nel 1953 dove inizia a frequentare l’ambiente intellettuale di Enzo Biagi, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini e Giorgio Strehler, che le propone di frequentare corsi di recitazione e mimo. In questo periodo conosce Pasquale Prunas, fondatore della rivista culturale Sud e suo compagno di vita, che le suggerisce di trasformare il suo cognome assumendo quello della località sarda di Samugheo, e la coinvolge nella redazione di una nuova rivista, Le Ore, che si occupava di fotogiornalismo internazionale, sullo stile di Paris Match.
Dapprima tenta la professione di giornalista di cronaca nera, ma, dopo l’incontro con Federico Patellani, uno dei fotografi più importanti di quegli anni, decide di iniziare a lavorare per lui. I suoi primi lavori sono di reportage e di denuncia sociale: ritrae i "tarantolati", le baraccopoli napoletane, le zingare in carcere. Successivamente realizza servizi fotografici per i maggiori periodici internazionali, le copertine per importanti riviste, pubblica diversi libri e fotografa, a partire dalla fine degli anni Cinquanta, le maggiori star internazionali. Il periodo della "dolce vita" decreta il successo di un nuovo tipo di fotogiornalismo e di riviste, dove lo star-system rappresenta il motore del progresso.
Al suo attivo, conta più di 165.000 scatti. L’imponente archivio delle foto di Chiara Samugheo è conservato presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) dell’Università di Parma.
Dopo aver vissuto a Roma per diversi anni, si trasferisce a Nizza, dove attualmente cura il suo atelier in Rue Droite, la strada degli artisti. È cittadina onoraria della Francia e il 2 giugno 2003 è stata insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana.

Articolo di Ilaria Guidantoni

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