TREND nuove frontiere della scena britannica - la XV edizione al Teatro Belli dal 20 ottobre

Scritto da  Mercoledì, 12 Ottobre 2016 

Appuntamento ormai irrinunciabile quello con "TREND nuove frontiere della scena britannica", la rassegna curata da Rodolfo di Giammarco che ormai da quindici anni accompagna l'autunno romano con il meglio della drammaturgia contemporanea d'oltremanica. Quindici titoli, due mesi consecutivi di programmazione per sperimentare fino in fondo le parole, i silenzi, i contatti umani, per raggiungere un senso o un inquietante vuoto di senso.


TREND
nuove frontiere della scena britannica – XV edizione
rassegna a cura di Rodolfo di Giammarco
20 ottobre – 18 dicembre 2016
Teatro Belli


L’attestarsi su due mesi consecutivi di calendario, il fare affidamento su una piattaforma di quindici titoli inglesi quasi tutti inediti da noi e su una mappatura di quindici autori d’Oltremanica tutti diversi, il monitorare un’ampia rosa di nomi della nuova o recente drammaturgia britannica facendo però anche omaggio a due testi sconosciuti di due scrittori di teatro conosciutissimi come Edward Bond e come Martin Crimp, il creare le condizioni per recepire sulla scena un vasto repertorio di problemi sollevati dalla cultura inglese più recente dello spettacolo, l’attuare nella maggior parte dei casi un’opera di veloce traduzione di copioni ancora freschi di allestimento e di stampa, il creare le premesse per un’adeguata adesione di attori e registi italiani a plays concepiti in un altro mondo intellettuale e sociale, e il sensibilizzare Roma Capitale e il Ministero dei Beni Culturali a fornire appoggio a un’impresa così capillare, contemporanea e concentrata, fa dell’attuale XV edizione della rassegna-festival “Trend, nuove frontiere della scena britannica” un’occasione di incontro, conoscenza, lavoro, scambio, cantiere linguistico e confronto identitario e sociale come è raro che se ne registrino in Italia. Qui, mentre in genere gli spazi e le iniziative sceniche vivono una congiuntura di sopravvivenza, qui si sperimentano a volte fino in fondo le parole, i silenzi, i contatti umani. Qui il teatro può raggiungere, in quindici modi differenti, un senso o un inquietante vuoto di senso.
Entrerete in sintonia con Marina Carr (The Cordelia Dream), Tim Crouch (I, Caliban), Amy Conroy (I, Heart, Alice, Heart, I), Rob Hayes (Awkward Conversations with Animals I’ve Fucked), Clare Bayley (The Container), Robert Farquhar (Dust to Dust), Stef Smith (Swallow), Evan Placey (Girls like That), Edward Bond (A Crime of the Twenty-first Century), Duncan MacMillan (Every Brilliant Thing), Abi Morgan (Lovesong), Eimear McBride (A Girl is a half-formed Thing), Chris Thorpe (There has Possibly Been an Incident), Gary Owen (Ifigenia in Cardiff), Martin Crimp (In the Republic of Happiness). E potrete assistere ai film Behind the Beautiful Forever di David Hare, John di Lloyd Newson, Hangmen di Martin McDonagh.
E a dare un’impostazione, un’attuazione, una versione ai testi teatrali troverete, nell’ordine, Valerio Binasco, Fabrizio Arcuri, Elena Sbardella, Alessandro Haber, Carlo Emilio Lerici, Guglielmo Guidi, Roberto Di Maio, Emiliano Russo, Pierpaolo Sepe, Michele Panella, Elena Arvigo, Jacopo Gassmann, Valter Malosti, Giacomo Bisordi. Ma faranno non poco la loro parte anche i nostri spettatori.

Rodolfo di Giammarco

 

20 ottobre
Valerio Binasco e Teresa Saponangelo
leggono
THE CORDELIA DREAM
di Marina Carr
traduzione di Valentina Rapetti
coordinamento scenico Valerio Binasco
Trilly Produzioni

Marina Carr ha colto al volo l’occasione di una committenza della Royal Shakespeare Company per travestire una tematica potente e violenta di rapporti sanguinosi tra padre e figlia, tirando in ballo la relazione tra Lear e Cordelia. In realtà nel testo odierno le due figure sono molto meno imponenti dell’archetipo del Bardo, e manifestano debolezze umane, tenerezze e derive psichiche angoscianti e poetiche, affette come sono da un realismo particolare, declinabile come in certe opere di Bergman. C’è un clima di sogno che in qualche modo pervade un po’ tutta la dimensione del dialogo, e questi personaggi così stravolti da desiderio di reciproca distruzione mi appaiono come vittime più che come carnefici.
A un certo punto mi piace il coraggio della Carr di mettere in scena una conversazione tra fantasmi (anche se il morto è uno solo), e io rispetto molto questo coraggio drammaturgico, un aspetto acuto di questa scrittura, dove acquistano spessore gli schemi popolari. Se potessi alludere alla fenomenologia che muove una struttura alla Cappuccetto Rosso, qui mi domanderei altrettanto: chi glielo fa fare a questa ragazza a bussare alla porta del lupo, per farsi divorare da un tale padre? E la mente va pure a certe ragazzine del mondo di Prévert che si fanno sbranare, nell’ambito però di una concezione nordica.
Un’annotazione mi sembra importante: io non abbocco alla provocazione consistente nel dover vedere in loro due la reincarnazione di Lear e Cordelia. Diciamo, piuttosto, e questa non è una critica ma un fattore più intrigante, che sono due mediocri desiderosi di darsi un tono nella vita: affetto, il padre, da un fallimento creativo, e preda, la figlia, di un fallimento artistico. Malgrado le apparenze, i nomi e il titolo, il valore del testo sta quindi nel fatto che non è, al dunque, una riscrittura del Re Lear. C’è, semmai, un tema che io colgo in ragione di un profondo significato, il “tema del niente” che condanna tutti e due: lui ha convinto la figlia di essere un niente, ma lui stesso è niente. Sì, eccola la parola chiave: niente.

22 / 23 ottobre
I, CALIBAN
di Tim Crouch
traduzione di Pieraldo Girotto
con Fabrizio Croci
regia di Fabrizio Arcuri
produzione Accademia degli Artefatti e
L’Uovo Teatro Stabile d’Innovazione onlus – L’Aquila / 2014

L’isola di Prospero è ora questo palcoscenico in cui Calibano, schiavo selvaggio ‘non onorato con forma umana’, è lasciato solo a sopravvivere alla Tempesta. L’isola torna così, con Crouch, di proprietà leggittima del suo unico abitante mortale: il mostro Calibano, figlio della strega Sicorace, illuminato dall’idea di dare vita ad una nuova razza che sarebbe nata dal suo incontro carnale con Miranda. Calibano è il Nuovo Mondo, l’ultimo. É il selvaggio alla conquista dell’ altro mondo. Calibano ricostruisce sull’isola-palcoscenico la sua personalissima tragedia: in suo aiuto ci sono occasionali marianotte con cui Calibano, marionetta mostruosa anch’egli, può riaffogare nelle sue memorie, riemergere dai postumi dei suoi giochi magici e di una bottiglia di vino di troppo. La violenza dei giusti contro la giustizia (ingiusta) della storia e della sua letteratura. Uno squarcio intimissimo sul colonialismo culturale e massmediatico. Una ribellione dolcissima e già sconfitta. Una struggente ballata sulla nostalgia e sull’abbandono. Un reality al cui unico protagonista non sembra concessa la possibilità di ritornare alla realtà.

‘L’avversione del diciannovesimo secolo per il realismo è la rabbia di Calibano che vede il suo volto in uno specchio. L’avversione del diciannovesimo secolo per il romanticismo è la rabbia di Calibano che non vede il suo volto in uno specchio’ (Oscar Wilde)

26 / 27 ottobre
I ♥ ALICE ♥ I
di Amy Conroy
traduzione Natalia di Giammarco
con Ludovica Modugno e Paila Pavese
assistente alla messa in scena Chiara Lipparelli
mise en espace a cura di Elena Sbardella
produzione L'Albero Teatro Canzone

Due donne. Alice e... Alice. Alice Slattery e Alice Kinsella. Sono cresciute insieme. Si sono perse e dopo vent'anni riabbracciate. La loro è una vera storia d'amore. Scopriremo queste due vitali e stralunate settantenni alle prese con un temerario coming out.

Le attrici Ludovica Modugno e Paila Pavese, per la prima volta insieme sul palcoscenico, saranno le protagoniste di questa mise en espace diretta da Elena Sbardella. Il testo della Conroy è una breve e coinvolgente tragicommedia: un atto unico in cui sono sapientemente alternati momenti di deliziosa comicità e delicatissime sospensioni drammatiche.

Si ringraziano per la loro collaborazione al progetto Alida Cappellini e Angelo Loy.

28 ottobre
AWKWARD CONVERSATIONS WITH ANIMALS
I'VE FUCKED
di Rob Hayes
traduzione Valentina De Simone
con Alessandro Haber
regia Alessandro Haber
Trilly Produzioni

Un cane, un gatto, una capra, una scimmia e, per finire, un orso: Bobby è un vero amatore, non uno di quelli da sigaretta e addio, ma premuroso, ironico, pure gentile nelle sue avventure da una notte sola.
Il suo cavallo di battaglia, le chiacchierate post-coitum che di solito mettono in fuga le malcapitate di turno.
O le azzittiscono pericolosamente.
Bobby è un animalista convinto, anche se a volte esagera, non parla molto con la gente eppure va a briglia sciolta quando si tratta delle sue conquiste a quattro zampe. I nervi e l’insicurezza lo rendono buffo, divaga e dice cose strane il più delle volte, sa essere inappropriato e sa come cambiare direzione quando, con l’acqua alla gola, capisce di aver messo piede in un campo minato. Scioglie l’imbarazzo in un sorriso beffardo, Bobby, e si preoccupa di non urtare la sensibilità degli animali con cui è appena stato a letto. Sembra tutto un gran casino la sua vita, o un grande gioco, con le tirate infinite sui suoi datori di lavoro idioti, con le paranoie dei vicini ficcanaso e degli agguati della polizia. Ma quando parla del padre, spargendo qua e là piccoli spunti fra le tiritere inutili, Bobby diventa insperabilmente serio, scoprendo ferite aperte che forse neanche lui sa di avere.
Conversazioni imbarazzanti con animali che mi sono fatto di Rob Hayes, dall’originale Awkward Conversations With Animals I’ve Fucked, è un monologo senza esclusione di colpi sulla solitudine abissale di un uomo che non sa prendere le misure col mondo, un frustrato, disadattato, in guerra con gli altri e con se stesso. Politicamente scorretto e mai banale, il testo di Hayes, con un linguaggio serrato capace di grandi affondi, forza gli schemi del ben pensare, duellando col pregiudizio e con la visione ipocrita che associamo ad esso. Proponendo la bestialità, quantunque conclusivamente carnefice e pasoliniana, come rimedio finale al becero opportunismo.

dal 30 ottobre al 5 novembre
ogni giorno doppia recita alle ore 18 e 21
THE CONTAINER
di Clare Bayley
traduzione Carlo Emilio Lerici
con Hafedh Khalifa, Eslam Saeed, Nadia O. Hajjaj,
Saeid Haselpour, Antoinette Kapinga, Jasmine Viola
regia Carlo Emilio Lerici
produzione Teatro Belli / Ist. Studi dello Spettacolo Teatro Studio
con il patrocinio di Amnesty International Italia

Lo spettacolo si svolge interamente dentro a un vero container dove insieme agli attori verrà fatto accomodare il pubblico. Le dimensioni del container consentono l'accesso di non più di 25 spettatori per recita.
Spettatori che si troveranno così in mezzo agli attori a condividere la loro esperienza.
Tutto rigorosamente nella semioscurità. Gli attori infatti avranno delle torce con cui illuminare i volti.
Questo testo ha vinto l'Amnesty Freedom of Expression Award Winner nel 2007 e nella sua prima edizione ha avuto il sostegno di Amnesty International.
Nel cast attori provenienti da diversi paesi dell'Africa e del Medio Oriente.

Chiusi in un container che attraversa l'Europa, cinque profughi sono in viaggio con un obiettivo comune. Arrivare in Gran Bretagna.
All'improvviso si accende una torcia e i cinque profughi cominciano a parlare. Ognuno ha una storia diversa, da Mariam, che è fuggita dall'Afghanistan dopo aver visto il marito decapitato dai talebani per aver continuato ad insegnare alle ragazze nonostante il divieto, a Asha e Fatima, che hanno lasciato un terribile campo profughi in Africa. A Jemal, curdo, che cerca di raggiungere la famiglia. Gli immigrati non possono vedere dove stanno andando, e non sanno nemmeno se il camion in cui sono rinchiusi è in movimento o fermo. Uniche certezze la fame e la sete, e poco a poco anche qualche contrasto fra di loro. I contrasti si acuiscono quando il trafficante entra per dirgli che sono all'ultima tappa del loro viaggio, ma se vogliono arrivare nel Regno Unito, devono tirare fuori altri soldi. Tranne il ricco uomo d'affari afghano Ahmad, gli altri non hanno più soldi, ma solo qualche piccola cosa portata per sostenersi e farsi coraggio: un sacchetto di riso, un orologio, l'anello di un nonno, una pistola rotta. Basteranno per arrivare a destinazione?

Amnesty International Italia ha deciso di conferire il patrocinio all'opera The
Container, con la seguente motivazione: "Per aver trattato il tema della migrazione in modo originale ma fedele alla realtà mettendo in risalto le diverse facce del fenomeno e delle violazioni dei diritti ad esso, purtroppo, legate."

7 / 8 / 9 novembre
DUST TO DUST
di Robert Farquhar
traduzione di Massimiliano Farau
con Maria Grazia Pompei, Andrea Bonella e Dimitri D'Urbano
regia Guglielmo Guidi
produzione GITIESSE Artisti Riuniti

"Polvere alla polvere" una pièce di drammaturgia contemporanea comica e toccante, in cui si aprono, improvvise zone di malinconia e di tenerezza raccontate senza sentimentalismi. Una costruzione drammatica blindata, una sorta di poema per tre voci, dialoghi e monologhi incrociati, frasi lasciate in sospeso, in cui i tre eseguono una partitura verbale ed emotiva dal ritmo strepitoso. Ognuno emerge con il suo assolo per rientrare nell'ensemble in cui riescono a "dialogare" con effetti anche comici. Gli accadimenti di ogni singolo personaggio della pièce, si sviluppano in varie forme che si connettono tra loro simultaneamente, elaborando una molteplicità di significati e che permettono di rendere comprensibile, comunicabile e ricordabile il vissuto. La moderna drammaturgia, soprattutto il filone anglo-irlandese, con questo nuovo “straniamento” dona alle emozioni un mezzo potente, suggestivo e più efficace d'espressione. Si “mette ordine”, si dà un senso attivo agli avvenimenti. Il “vissuto umano” dei personaggi diviene esprimibile, semplice e può essere, appunto ricordato. Quello che sorprende di questi nuovi “storytellers”, di cui Robert Farquhar fa parte a buon diritto, è la continuità e poliedricità della loro scrittura drammaturgica: brevità fulminea delle battute, orecchio sensibilissimo per il ritmo della “lingua parlata” e sintonia immediata che riescono a stabilire con un pubblico giovanile. Raccontano storie che ti stupiscono, ti incantano, ti fanno ridere. Poi chiudono la porta e se ne vanno. La storia che presentiamo è costruita, dall'autore, come una straordinaria e vertiginosa “jam session” verbale orchestrata su dialoghi-monologhi, comici e poetici che s'intrecciano tra loro.

11 / 12 / 13 novembre
SWALLOW
di Stef Smith
traduzione Natalia di Giammarco
con Margherita Laterza, Roberta Mattei e un'attrice da definire
regia Roberto Di Maio
produzione De-Mix

“Chi ha detto che non si dovrebbero distruggere le cose? In realtà è piuttosto liberatorio. La gente dovrebbe distruggere più cose. Il sudore mi scorre giù per la schiena mentre sto in piedi in mezzo al soggiorno stringendo un martello. L’avrei dovuto fare prima, dopotutto – sono sole cose.”
Siamo la generazione costretta a “generare senso” perché generata in un mondo che ha rinunciato da un pezzo ad offrirne uno precostituito. Creare senso è una sfida enorme, quasi sovrumana….Distruggere: questa sì che è un’impresa alla nostra portata. Nella distruzione si può rintracciare finalmente un ordine, come fa Anna; si può finalmente “sentire” la propria esistenza, come fa Rebecca; nella distruzione si sperimenta l’arbitrio, la libertà, come impara, a suo vantaggio e a sue spese, Sam-Samantha. I tre personaggi sono in bilico tra l’auto-generazione e l’autodistruzione. I due percorsi s’intrecciano, uno precipita nell’altro, attraverso atti fisici e mentali che hanno importanza identica nella vita di questi individui soli, i cui drammi non trovano argine umano al divenire follia.A meno che non ci siano delle intermittenze, degli incidenti, degli incontri, l’amore. Amore, ultimo baluardo di senso condiviso. Tanto impalpabile quanto innegabile; anche quando si manifesta attraverso le pareti di un muro, come tra Rebecca e Anna o quando accade tra un essere in transizione e una donna, come tra Sam e Rebecca. E’ senza senso e crea senso, finalmente condiviso e non più ricercato nell’autodistruzione solipsistica.
“Swallow” significa “ingoiare”, come ingoiare merda, sopportare per sopravvivere, fagocitare dolorosamente in un atto masochista che ti fa sentire vivo; ma significa anche “rondine”, perché forse nessuno come questi individui spersi e spezzati è in grado di sognare e sperare.

NOTE DI REGIA
“Non ci sono indicazioni sulla regia, è da immaginare a proprio piacere.”
...così si pone l'autrice nei confronti della propria opera.
E come darle torto!
Swallow ha in se tutto; rapporti, solitudini, vittime e vittimismi, pressione e depressione, azione e reazione.
Swallow dialoga monologando.
Swallow sciocca e ferisce, accarezza, stupra, batte e controbatte.
Tutto questo offre enormi spunti di messa in scena.
E questo è un raro e stimolante “invito”!
Un invito ad una festa in cui ballare senza fermarsi, preferibilmente in apnea.
Ma per una festa bisogna avere l'abito giusto.
Un abito fatto di minimalismo scenico e magnificenza attoriale; di luci fredde; di uno spazio vuoto da riempire con il magnetismo dei rapporti.

dal 16 al 20 novembre
GIRLS LIKE THAT
di Evan Placey
traduzione a cura di Flaminia Cuzzoli, Ottavia CH Orticello e Emiliano Russo
con Giulia Gallone, Flavia Mancinelli,
Diletta Masetti e Ottavia Ch Orticello
coreografie Monica Scalese
foto promozionali Erika Ricci
grafica Virginia Morelli
regia Emiliano Russo
produzione UPNÒS ASS. PROMOZIONE SOCIALE
in collaborazione con Emanuele Merlino

E' durante l'ora di Storia, mentre la Prof. sta parlando delle suffragette, che una foto di Scarlett, completamente nuda, arriva sui cellulari di tutta la scuola. La proteggeranno le altre ragazze, compagne di classe che Scarlett conosce dai tempi dell'asilo? Poco probabile. Sono troppo occupate a parlare male del suo corpo, a paragonare la loro taglia di reggiseno alla sua, e a chiamarla troietta. E quando poi comincia a circolare anche la foto nuda di un ragazzo popolare della scuola, le reazioni - di ragazzi e ragazze - si rivelano molto diverse. Il suo corpo muscoloso viene ammirato e lui visto un po' come una star. Perché un ragazzo che se la spassa è uno stallone, e le ragazze come Scarlett sono troiette. Non sono ragazze come noi. E devono essere punite.

La produzione è stata autorizzata da: The Agency (London) Ltd, 24 Pottery Lane, London W11 4LZ, e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. .
Per gentile concessione di Arcadia & Ricono Srl a socio unico, Via dei Fienaroli, 40 - 00153 Roma.

22 / 23 / 24 novembre
Brigata Napoli in
A CRIME OF TWENTY-FIRST CENTURY
di Edward Bond
traduzione Elettra Capuano
immagine Francesco Ghisu e Annapaola Brancia D'Apricena
regia di Pierpaolo Sepe

"Il mondo de Il Crimine del Ventunesimo Secolo è impensabile. Ma la storia dimostra che l'impensabile accade sempre - che l'impensabile diventa inevitabile."
- Edward Bond

Ne Il Crimine del Ventunesimo Secolo, Edward Bond dipinge un possibile futuro per l'umanità. Un futuro in cui non esiste passato, nè società, e la topografia - persino il cielo - è irrimediabilmente trasformata. Gli esseri umani vivono segregati in ghetti o prigioni. L'Esercito è onnipresente: non ne vediamo mai il volto, ma sentiamo il rumore dei suoi elicotteri.

Una donna, Hoxton, vive sola tra le rovine di una città rasa al suolo.
Tre individui solitari bussano alla porta della sua cella in cerca di acqua.
Grig - un uomo "stanco e impolverato" che ha abbandonato la moglie malata di cancro, Sweden - un giovane ragazzo scappato di prigione, e Grace – una ragazzina piena di rabbia in cerca della propria madre.
Tutti e tre promettono di andarsene. Tutti e tre rimangono.
La richiesta di acqua e riparo diventa il pretesto per una richiesta più urgente, più disperata, che ha a che fare con l'umano, con il suo bisogno di consolazione e di giustizia.

L'operazione di Bond è semplice. Ci presenta una società ridotta ai suoi caratteri essenziali – una donna e un rubinetto d'acqua – e poi ci mostra la sua feroce distruzione.
Nel farlo però il drammaturgo ha un merito precipuo, ed è quello di portare alla luce il paradosso che ci abita, conducendolo al suo limite parossistico.
I personaggi bondiani sono agiti da una logica spietata, in cui il desiderio di umanità non riesce ad essere espresso se non per mezzo della ferinità più disumana, e in cui la responsabilità per la propria innocenza sfocia nella perversità del crimine.
Nel teatro di Edward Bond i paradossi non vanno sciolti, ma capiti. Se una soluzione esiste per sottrarsi a questi meccanismi di violenza, non è una soluzione che va trovata, ma immaginata.

25 / 26 / 27 novembre
EVERY BRILLIANT THING
di Duncan MacMillan
traduzione Michele Panella
con Daniela D'Argenio Donati
suoni Giorgi Khositashvili
grafica Eleonora De Leo
regia Michele Panella
produzione Tri-Boo in collaborazione con Sotterraneo

Ho scoperto il nuovo testo di Duncan Macmillan al British Council Showcase del Festival di Edimburgo nel 2015.
L’impatto è stato molto forte ed emozionante. Una drammaturgia come solo gli inglesi sanno produrre; un tema difficile - come quello della depressione - affrontato con estrema originalità, una scrittura che riesce a spingersi in profondità mentre con intelligente ironia e scarti repentini alleggerisce, tanto che il Guardian lo ha definito “The funniest plays you’ll ever seen about depression”, un controsenso che sintetizza perfettamente l’essenza di questo spettacolo che ripercorre la vita della protagonista attraverso i fallimentari tentativi di suicidio della madre: un “one woman show” in puro stile britannico dove l’interazione con il pubblico regala sempre momenti indimenticabili.

Dopo una lunga attesa all’uscita di scuola, la protagonista, che al tempo frequentava la scuola elementare, si ritrova in macchina con il padre. Un viaggio segnato da un lungo silenzio che termina all’ospedale, dove la madre è ricoverata dopo il suo primo tentativo (fallimentare!) di suicidio. Appena vede la figlia fuori dalla sua stanza, la madre, con un filo di voce, riesce a dire solo un “non lei!”. Da questo momento, la protagonista, deve trovare il modo di reagire. Il senso di colpa comincia a insinuarsi dentro di lei. Deve trovare un modo per superare questo profondo turbamento e reagire e, sempre all’ospedale, trova il modo: scrivere una lista di tutte le cose per cui vale la pena vivere. Le prime 10 cose le scrive di getto. 1) Gelato, 2) Gavettoni, 3) Rimanere sveglia dopo l’orario per andare a letto e avere il permesso di guardare la tv. 4) Il colore giallo. 5)Tutte le cose a righe. 6) Le giostre. 7) Gente che scivola. 8) Succo. 9) Cioccolato. 10) Anziani gentili che non sono bizzarri e che non hanno quello strano odore.
Le successive sono frutto dei suoi percorsi di vita da bambina a studentessa universitaria e poi da adulta. La lista segue di pari passo la costruzione della sua identità fino a quando riesce a capire quanto la lista avesse cambiato il suo modo di vedere il mondo.
“…se vivi tanto a lungo e arrivi alla fine dei tuoi giorni senza esserti mai sentito schiacciato, almeno una volta, dalla depressione, beh, allora vuol dire che non sei stato molto attento!”.

dal 29 novembre al 4 dicembre
LOVESONG
di Abi Morgan
traduzione Carlo Emilio Lerici
con Antonio Salines e Francesca Bianco
e due attori da definire
regia Carlo Emilio Lerici
produzione Teatro Belli / La Comune Bolzano

Una storia d'amore lunga una vita.
Lui è rimasto solo dopo aver aiutato la moglie malata a morire.
L'unica cosa che può fare adesso è ricordare.
Da qui in poi passato e presente convivono.
Sulle pareti della cucina e della camera da letto di casa si inseguono i fantasmi di loro stessi giovani: entra in scena una ragazza. E' sua moglie da giovane. La segue un ragazzo, è lui giovane. Poi la ragazza esce e quando rientra è sua moglie, ormai anziana e malata.
Ogni coppia di attori interagisce quasi sempre solo l'uno con l'altro, ma tutti e quattro sono spesso in scena nello stesso momento e la fine di una scena si sovrappone con la scena successiva. E in ogni scena appaiono degli elementi che ritorneranno in scene di epoche successive o precedenti.
E' la storia di una coppia che attraversa 40 anni, e nel racconto scopriamo le difficoltà, gli scontri, l'alcolismo, le tentazioni di infedeltà da entrambe le parti, e l'incapacità di avere figli che colpisce profondamente entrambi anche se in modo diverso. Sino al dramma finale: le frequenti visite mediche della moglie, l'ossessione per la descrizione del contenuto della casa, i post-it che sta mettendo un po 'ovunque.
E i farmaci. Che ci riportano alla scena iniziale.

6 / 7 dicembre
A GIRL IS A HALF-FORMED THING
di Eimear McBride
adattamento Annie Ryan
traduzione Natalia di Giammarco
con Elena Arvigo
scenografie Alessandro Di Cola
a cura di Giuliano Scarpinato e Elena Arvigo
produzione Teatro de Gli Incamminati

“Girl Is A Half–Formed Thing”, presentato per la prima volta al Fringe di Edimburgo e accolto con grande successo di pubblico e critica, è l’adattamento teatrale di Annie Ryan all’omonimo romanzo di Eimar McBride e sarà rappresentato per la prima volta in Italia a Dicembre 2016 al Festival di Drammaturgia “Trend” diretta da Rodolfo di Giammarco.
Lo spettacolo ci parla con un linguaggio diretto - a tratti persino disturbante - del travaglio relazionale tra una giovane donna e suo fratello, facendo originale uso di una scrittura in flusso di coscienza priva però di astrazioni od orpelli poetici ma invece quanto mai manuale e pratica .
Spietato e oggettivo come una sventurata radiografia, il testo spinge l’intimità – disordinatissima, sconcertante ma profondamente sensibile – di una protagonista sempre più in discesa dentro quel guscio elettrico di una metropoli che non è sfondo, ma concede il diritto, a un urlo screanzato. Il “rumore” è quello di una persona non ancora compiuta, ma sformata, scomoda nel suo essere, direttamente o indirettamente, reietta. Un apparecchio difettoso.
A metà tra un Beckett e un Osborne, ma originalissima nel volontario sottomettersi, diremmo, al volgare come necessario trampolino per un lirismo schietto e urgente, il testo della Ryan presta il fianco (e il corpo) a svariate interpretazioni sceniche e chiavi di lettura, persino sociali. Una paranoia sputata in più terreni scalcinati.
Comico e tragico, tra la carne e il ferro, assistiamo strumento voce nuda a violenze familiari, abusi e alterazioni sessuali, traumi irrisolti dall’infanzia e malattie (psicotiche ed etiche) di una sensibile, accorata, modernissima migrante dell’anima.
Non v’è compassione nella voce della “ragazza a metà” poiché manca il giudizio, segno inequivocabile che la storia, mentre si snoda, è ancora fin troppo viva e lontana (forse irrimediabilmente?) da un compimento: per ora è mutilata. Tuttavia e’ sempre presente e innegabile , dall’inizio alla fine , anche nei momenti più bui e dolorosi del testo , lo slancio vitale che rende questa confessione un ‘estrema e potente possibilità di salvezza .

9 / 10 dicembre
THERE HAS POSSIBLY BEEN AN INCIDENT
di Chris Thorpe
traduzione di Jacopo Gassmann
con Francesco Bonomo, Enrico Roccaforte e Cinzia Spanò
mise en espace a cura di Jacopo Gassmann

Quando la vita ci pone di fronte a una scelta fra eroismo e compromesso, cosa succede?
A volte gli aerei non atterrano come dovrebbero. Il popolo di una nazione ne ha abbastanza dei propri tiranni, ma i tiranni devono essere rimpiazzati con qualcos'altro. Cosa? Una persona si fa largo tra la folla e, per un istante, senza che sia lei a sceglierlo, si trasforma in un simbolo. Un uomo entra in un palazzo e porta con sé la morte. Chi lo fermerà?

There has possibly been an incident è una pièce composta da tre monologhi, flussi di coscienza densi di immagini, intervallati da un dialogo e un coro finale. Ogni vicenda prende spunto da eventi storici più o meno recenti, eventi che l'autore rielabora a modo suo e che restituisce attraverso il racconto intimo, analitico, dei personaggi. Tramite le loro voci, Thorpe esamina i processi cognitivi che precedono una scelta. Quanto pesa il caso in ogni decisione che compiono (ammesso che la compiano, senza limitarsi a subirla) ? È una lente d'ingrandimento quella che Thorpe posa sulle sue frasi, una lente che riesce a deformare il tempo, a rallentarlo. C’è spazio sufficiente per far emergere ciò che si agita fra pensiero e azione, sentimento, dubbio, accidente.
Nel primo monologo, una persona di cui non sappiamo, un testimone oculare, descrive il ragazzo che ha davanti. Indossa una camicia bianca e pantaloni neri, ha in mano una busta della spesa. C'è il sentore che qualcosa stia per succedere, ma che lui non sappia cosa sarà, fino a che non si ferma di fronte alla colonna di carri armati, in una piazza Tienanmen gremita di gente.
Nel secondo, una rivoluzione che tanto ricorda alcune recenti primavere arabe o, più lontano nel tempo, un regime dell'Est Europa, porta alla deposizione dei due vecchi sovrani. Chi ha guidato la rivolta si trova adesso - quasi per caso - a rispondere alla folla che acclama. Come gestire l' improvviso vuoto di potere?
Nel terzo, una donna sorvola una grande città. È in aereo, sospesa fra il sonno e qualcosa che non è proprio uno stato di veglia ma uno stato in cui riesce ancora a pensare. Si è lasciata tutto alle spalle e sta per arrivare lì, da lui, in una città che spera la accolga. Si chiede il perché di quei rumori.
Nei dialoghi che si innestano fra i tre racconti, c’è una figurata ispirata ad Anders Breivik, l'uomo che il 22 luglio del 2011 uccise 69 giovani sull'isola di Utoya. Le sue idee sono idee estreme, come estremi sono i suoi gesti, eppure figli di un progetto preciso.
Le voci che chiudono ci consegnano a un’ultima scelta morale.

12 / 13 dicembre
IFIGENIA IN CARDIFF
primo studio da Iphigenia in Splott
di Gary Owen
traduzione di Valentina De Simone
con Roberta Caronia
regia Valter Malosti
produzione Teatro di Dioniso

Effie per tutti è una sgualdrina, una stupida sgualdrina da squadrare e poi scansare, come le merde che ricoprono le strade della sua Splott, a sud di Cardiff, in un Galles di periferia che ha messo a tacere identità e ricordi sotto colate di cemento. Effie non è di certo una che le manda a dire. È sboccata, squattrinata, sfrontata, sbronza, il più delle volte, aggressiva con chiunque abbia la sfortuna d’incrociarla già ubriaca alle undici del mattino sulla Clifton Street. La sua esistenza, un disastro completo, tra follie notturne nei pub in compagnia della coinquilina Leanne, scopate senza fantasia con l’amico idiota di sempre, Kev, discussioni mai concluse con la nonna che continua, sottobanco, ad allungarle qualche spicciolo pur di farla sopravvivere.
Basta un’occhiata per sapere già tutto di lei, eppure, un incontro imprevisto in una notte qualunque cambia tutte le prospettive, aprendo squarci di scomoda umanità e fornendo ad Effie, finalmente, la possibilità di dimostrarsi qualcosa di più.
Ifigenia in Cardiff di Gary Owen, (dall’originario Iphigenia in Splott), è un delirio monologante denso di lucidità che si rivela a poco a poco, ribaltando gli equilibri del senso comune e scardinando moralismi e perbenismi vari, con il suo attacco sferrato in pieno viso contro l’ipocrisia della società e di una politica dell’austerity che finisce per stringere la morsa sempre sui soliti noti.
Con un linguaggio abrasivo pieno d’ironia tagliente, Owen affonda il coltello nelle maglie sconnesse della contemporaneità, consegnandoci il ritratto al vetriolo di una Ifigenia moderna che non ci sta ad essere la vittima sacrificale di un sistema già scritto, e pertanto reagisce, opponendo al fato che la vorrebbe vendicativa e miope, la sua intelligenza feroce, il ghigno beffardo, la più inaspettata compassione. Davanti ai fallimenti del nostro tempo, Effie non è di certo un capro espiatorio ma testimone ferale e voce d’accusa contro un potere che, con la sua ingombrante ingordigia, divora le vite degli altri.

16 / 17 / 18 dicembre
18 dicembre doppia recita ore 17 e 21
IN THE REPUBLIC OF HAPPINESS
di Martin Crimp
traduzione Enrico Luttmann
con Ludovica Modugno e 7 attori da definire
scene Paola Castrignano'
costumi Anna Missaglia
regia Giacomo Bisordi
produzione Schadenfreude

E' un divertissment in tre parti, questa nella repubblica della felicità.
Si canta. C'è allegria. C'è euforia nell'aria.
Tutto inizia a tavola, il giorno di Natale, in una famiglia del nostro Occidente.
Arriva zio Bob.
Chi è?
Perché è venuto?
Perché sua moglie, la zia Madeleine, è rimasta in macchina – col motore acceso?
Perché Bob dice esattamente ciò che pensa di tutti i suoi parenti, senza alcun tipo di freno?
Da questa frattura domestica prende vita una piccola odissea verso una nuova idea di essere umano.
Un umano che crede esclusivamente nelle potenzialità del singolo, dell'individuo; completamente sganciato da qualsiasi tipo di responsabilità sociale.
E politica.
Tre secche cantiche – la distruzione della famiglia, le cinque libertà fondamentali dell'individuo, nella repubblica della felicità – costituiscono questo viaggio, impasto di un omaggio alla tradizione britannica della satira à la Jonathan Swift , dell'euforia distopica di Aldous Huxley e della visionarietà luminosa di Arthur C. Clarke.
Ma non temiate.
Martin Crimp ha a molto cuore il vostro divertimento.

“Perché sei qui, Bob?”
“Se devo dire la verità, non ne ho la minima idea. Mi sono detto – potrei apparire all'improvviso! E così, eccomi. Sono apparso all'improvviso.”

CICLO PROIEZIONI NATIONAL THEATRE LIVE

proiezioni in lingua originale senza sottotitoli
ingresso gratuito


14 novembre ore 18
BEHIND THE BEAUTIFUL FOREVER
di David Hare
dal romanzo di Katherine Boo
con Hiran Abeysekera, Meera Syal, Esh Alladi, Nathalie Armin, Pal Aron, Tia-Lana Chinapyel, Vincent Ebrahim, Sartaj Garewal, Mariam Haque, Thusitha Jayasundera, Muzz Khan, Ranjit Krishnamma, Manjeet Mann, Nikita Mehta, Anjili Mohindra, Tia Palamathanan, Ronak Patani, Bharti Patel, Pehrr Ramrakhyani, Anneika Rose, Chook Sibtain, Gavi Sing Chera, Stephanie Street, Anjiana Vasan, Addad Zaman, Shane Zaza.
regia di Rufus Norris

Spettacolo tratto dal romanzo della vincitrice del Premio Pulitzer Katherine Boo, che ha trascorso tre anni ad Annawadi, in India, documentando le vite dei suoi abitanti. Su questo libro vincitore del National Book Award for Non-Fiction 2012, David Hare ha costruito uno spettacolo tumultuoso su scala epica. La crescita globale dell’India aumenta. Ma al di là degli hotel di lusso che circondano l’aeroporto di Mumbai si trova una baraccopoli , piena di persone con sogni e speranze. Zehrunisa e suo figlio Abdul riciclano rifiuti per fare soldi e costruirsi una casa. Asha cerca di rubare al governo i fondi anti-povertà per elevarsi socialmente, mentre sua figlia Manju vuole diventare la prima ragazza laureata della baraccopoli. Ma i loro piani sono fragili; la recessione globale minaccia il commercio dei rifiuti e uno degli abitanti sta per fare un’accusa che distruggerà l’intero quartiere.

14 novembre ore 20
JOHN
concepito e diretto da Lloyd Newson
con Taylor Benjiamin, Lee Bogges, Gabriel Castillo, Ian Garside, Ermira Goro, Garth Johnson, Hannes Langolf, Vivien Wood, Andi Xhuma.

Lavoro della compagnia DV8 Physical Theatre, rinomata a livello internazionale. Il DV8 ha prodotto diciotto lavori di teatro-danza molto acclamati, e quattro film per la televisione, che si sono guadagnati più di cinquanta premi nazionali ed internazionali. Questa nuova produzione, JOHN, raffigura autenticamente storie di vita vissuta, e unisce movimento e parola per creare un'esperienza teatrale intensa e commovente. Per questo lavoro Lloyd Newson, Direttore Artistico del DV8, ha intervistato più di cinquanta uomini, facendo loro domande molto franche sull’amore e sul sesso. Uno di questi uomini era John. E’ emersa una storia straordinaria e toccante: anni di reati, uso di droghe e la lotta per sopravvivere hanno condotto John ad una ricerca in cui la sua vita converge con gli altri, in un luogo inaspettato, sconosciuto ai più.

14 novembre ore 22
HANGMEN
di Martin McDonagh
con Craig Parkinson, David Morrissey, Andy Nyman, Josef Davies, David Morrissey, Johnny Flynn, Sally Rogers, Ryan Pope, Tony Hirst, James Dryden, Simon Rouse, Bronwyn James, John Hodgkinson
regia di Matthew Dunster

Dopo una serie di tutto esaurito al Royal Court Theatre di Londra, Martin McDonagh, vincitore di un Olivier Award e di un Academy Award, ritorna nel West End con quest’opera estremamente divertente, con la regia del pluripremiato Matthew Dunster. Nel suo piccolo pub di Oldham, città a nord dell’Inghilterra, Harry è più o meno una celebrità locale: ma cosa può fare il secondo miglior boia d’Inghilterra il giorno in cui hanno abolito l’impiccagione? Tra i giornalisti e i normali avventori del pub che vogliono assistere alla reazione di Harry per la notizia, il suo vecchio assistente Syd e il bizzarro Mooney nascondono i veri motivi della loro visita.


TREND
nuove frontiere della scena britannica
XV edizione

Direzione Artistica: Rodolfo di Giammarco
Organizzazione Generale: Carlo Emilio Lerici
Ufficio stampa: Paola Rotunno e Margherita Fusi

Orario spettacoli tutte le sere alle ore 21,00
Prezzi posto unico € 10
Carnet 10 ingressi € 50

Informazioni e prenotazioni 06 5894875
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.teatrobelli.it


Teatro Belli – piazza Sant'Apollonia, 11a – (trastevere)

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TREND – Nuove Frontiere della Scena Britannica

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Il festival TREND nuove frontiere della scena britannica XV edizione
è realizzato con il contributo di Roma Capitale - Assessorato alla Creatività culturale
ed è inserito nell’edizione 2016 dei Festival di particolare interesse per la vita culturale della Città: “Roma, una Cultura Capitale”

 

Fonte: Paola Rotunno, Ufficio stampa Trend

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