“Trend - nuove frontiere della scena britannica”, la XVIII edizione del festival al Teatro Belli di Roma

Scritto da  Sabato, 12 Ottobre 2019 

Per una forse significativa specularità di numeri, la diciottesima edizione di Trend - Nuove frontiere della scena britannica mette in campo al Teatro Belli di Roma esattamente diciotto spettacoli nel calendario bimensile di fine 2019, e altrettanto il Royal Court Theatre di Londra, la sede più storica della nuova drammaturgia inglese ed europea, sede nel 1956 del clamoroso debutto di Ricorda con rabbia di John Osborne, ha annunciato diciotto nuove produzioni fra settembre 2019 e agosto 2020. Appuntamento dunque al Teatro Belli dal 17 ottobre al 21 dicembre!

 

TREND nuove frontiere della scena britannica

Quanto a gemellaggio di autori in calendario, registriamo oltremanica la presenza odierna dell’ultimo testo di Tim Crouch e di un focus di titoli di Caryl Churchill, nomi da noi a più riprese adottati, e figura attualmente sia a Londra che a Roma un testo di Al Smith. Poi, in termini di interscambio, non s’esclude che una parte del cartellone in corso al Royal Court implichi un “prossimamente” che influenzerà o doterà le annate future di Trend, e qui mi riferisco a Eve Leigh, Ed Thomas, Miriam Battye, Debris Stevenson, Sarah Hanly, E.V. Crowe, Alesha Harris, Jude Christian. Senza sottovalutare che Vicky Featherstone, direttrice del Royal Court, annuncia un’apposita sezione dedicata nel marzo 2020 all’emergenza clima, tema già adottato da Trend, su cui necessariamente si tornerà. Dopo questo quadro di sinergie tra due città capitali, e dopo aver anche menzionato gli orientamenti dell’Edinburgh Fringe Festival di quest’anno (emergenza meteo, emigrazione, morte e dolore, declinazioni del corpo, identità e gender, criminalità, linguaggi informatici, analisi politiche, fenomenologie sessuali), mi concentro doverosamente sui macro-soggetti, sui micro-indizi, sui sintomi individuali e sociali, insomma sugli argomenti che in modo fortuito o per ispirazione scenico-civile corrente si intercettano nei nostri diciotto testi, o proposte monografiche di testi.
A un esame della crisi delle condizioni umane, intime e/o famigliari (in termini anche di tragi-poesia, di ecosistema, di habitat, di dinamiche di fuga, di relazionamento nei decenni) si ispirano ben undici lavori (Ciara di David Harrower, Loveplay di Moira Buffini, Box Clever di Monsay Whitney, The Garden di Zinnie Harris, Straight di D.C. Moore, Furniture di Sonya Kelly, Judith di Howard Barker, For Once di Tim Prince, I’m a Minger di Alex Jones, Stripped di Stephen Clark, Out of Love di Elinor Cook). A un approfondimento dei concetti di perdita, alienazione, vecchiaia e morte si dedicano cinque plays (Diary of a Madman di Al Smith, Una patatina nello zucchero e Aspettando il telegramma di Alan Bennett, The Match Box e Baglady di Frank McGuinness, Fly Me to the Moon di Marie Jones, 4.48 Psychosis di Sarah Kane). A percepire il nonsenso delle scacchiere elettroniche e geopolitiche sono due testi (God of Chaos di Phil Porter, An Intervention di Mike Bartlett). Va detto, dopo il preambolo dello scorso Trend, che il testo di Sarah Kane è un sentito omaggio a quell’autrice scomparsa vent’anni fa, il 20 febbraio 1999, con il piacere di riospitare a Roma questa “sinfonia per voce sola”.
E dobbiamo porre l’accento sul lavoro prezioso di registi e curatori, cui si deve la formulazione italiana di questo festival della scena britannica: Valter Malosti, Francesco Bonomo, Massimiliano Farau, Carlo Sciaccaluga, Luca Torraca, Giorgina Pi, Lorenzo Lavia, Fabrizio Arcuri, Silvio Peroni, Maurizio Mario Pepe, Massimo Di Michele, Carlo Emilio Lerici, Marco M. Casazza, Eleonora D’Urso, Erika Z. Galli e Martina Ruggeri, Niccolò Matcovich, Stefano Patti, Enrico Frattaroli. Elogiando anche tutti gli attori, i necessari collaboratori. E Trend ha in serbo per voi tre proiezioni cinematografiche. Infine anche questa edizione vanta il sostegno del Ministero dei Beni Culturali e della Regione Lazio.
Rodolfo di Giammarco

17 / 18 / 19 ottobre
CIARA
[Ki-ra]
di David Harrower
traduzione Monica Capuani
con Roberta Caronia
azioni pittoriche Giancarlo Savino
collaborazione artistica Elena Serra
reading a cura di Valter Malosti
produzione TPE - Teatro Piemonte Europa


Ciara, da pronunciare Kira, è un “one-woman show” ma la sua scrittura così ricca e tumultuosa ci offre un caleidoscopio di caratteri e un mondo così vividamente immaginato e raccontato che non si ha l’impressione di assistere ad un classico monologo. L’autore, il pluripremiato David Harrower, spargendo dettagli, informazioni, frammenti di conversazioni e feroci flashback, lascia agli spettatori il compito di ricostruire il puzzle della vita di Ciara. Harrower, autore scozzese, ci parla di una città come Glasgow, infiltrata dalla mafia, ma noi non facciamo fatica a immaginare che la storia possa svilupparsi in una grande città del nord Italia.
Ciara è la proprietaria di una piccola ma frequentatissima galleria d’arte. Il marito è “socio d’affari” del padre, a capo di un impero criminale. Lei cercherà di mantenere separate la sua vita e il suo lavoro dall’altro business sotterraneo. Ma quando il marito viene coinvolto in un grave conflitto mafioso capisce quanto l’eredità di suo padre le appartenga.
Ma Ciara ha anche, dentro il suo corpo drammatico, un intrigante discorso sull’arte e gli artisti. Al centro della pièce infatti c’è il rapporto, violento e controverso, tra la protagonista e il grande pittore che lei riporta agli onori della cronaca.
In questa prima fase di ricerca sul testo, Roberta Caronia sarà affiancata dall’artista Giancarlo Savino che farà un’azione di pittura dal vivo, ogni sera diversa.

 21 / 22 / 23 ottobre
GOD OF CHAOS
di Phil Porter
traduzione Natalia di Giammarco
con Daniel Dwerryhouse, Agnese Fois,
Noemi Medas e Michael Habibi Ndiaye
progetto fotografico Studio Lord Z
consulenza web Emiliano Barbieri
scene Francesco Bonomo
tecnico luci Stefano Damasco
foto di scena Pino Le Pera
regia Francesco Bonomo
produzione Sardegna Teatro, Bonomo/Dwerryhouse

Note
Viviamo nel tempo di una rivoluzione tecnologica e mentale, un movimento che vede i suoi primi passi con l’avvento dei personal computer ed arriva ai nostri giorni.
Un nuovo mondo doppio, quello materiale e quello digitale dove lentamente ed ostinatamente stiamo migrando, rendendoci impossibile ormai pensare questo spazio di migrazione come un altrove.
È vero che siamo all’inizio di questa storia dell’uomo e come ogni inizio, come nell’infanzia, stiamo imparando a creare linguaggi, principi e codici per districare il caos dell’esistenza.
God of Chaos ci porta dove “i moderatori” di un Social Network decidono sull’opportunità di lasciare o togliere i contenuti pubblicati dagli utenti. Due donne ed un uomo per tre postazioni di controllo: messaggi di testo, immagini e video.
Discutono tra loro su temi scottanti della nostra nuova civiltà digitale e inevitabilmente ci mettono di fronte al problema irrimediabilmente aperto della responsabilità informatica.

Sinossi
Stan è un quarantenne che vive ancora con la madre. Vorrebbe fare carriera ma non ne ha le capacità, è un nerd poco adatto alla vita che affronta il suo lavoro senza farsi troppe domande ed è innamorato di Rosa.
Rosa è l’anima nera del gruppo, una giovane nichilista capace di prendere le posizioni più scomode e sostenerle con violenza. Ha la capacità di metterci di fronte a opinioni che non vorremo condividere, ma che invece si annidano nascoste in ognuno di noi.
Becky ha perso un fratello che si è suicidato per motivi che lei addebita a internet ed è questo il motivo per il quale ha scelto di svolgere quel lavoro.
Sulla piattaforma Social vede un video dove un uomo tortura una altro uomo, Adam. Decide di cercarlo per andare a salvarlo.
Adam svela il personaggio di Becky, ci fa capire che lei non ha scelto quel lavoro per salvare il mondo, ma per salvarsi la coscienza e star meglio con se stessa.
Si invertono le parti: è proprio il giovane uomo, presunto indifeso e torturato a salvare Becky, dandole l’opportunità di rivedere il fratello grazie ad un espediente tecnico (deepfake).

Bonomo/Dwerryhouse collaborano orami da più di dieci anni, Francesco Bonomo in veste di regista e Daniel Dwerryhouse in veste di attore. Dopo il successo riscosso con il loro ultimo spettacolo prodotto da Sardegna Teatro, “La Paura”, i due artisti rinnovano e consolidano il loro sodalizio con questo nuovo progetto, che è ancora una produzione di Sardegna Teatro.

25 / 26 / 27 ottobre
LOVEPLAY
di Moira Buffini
traduzione a cura degli studenti e studentesse del Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali (SEAI), Sapienza Università di Roma,
coordinati dal Prof. Andrea Peghinelli
interpretato dagli allievi attori e attrici del primo anno
dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”
mise en espace a cura di Massimiliano Farau
in collaborazione con Sapienza Università di Roma e
Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”

Commissionata dalla Royal Shakespeare Company, Loveplay fu presentata per la prima volta nel 2001 nell’ambito della rassegna “This Other Eden” a cui parteciparono vari drammaturghi con l’intento di raccontare episodi della storia d’Inghilterra. Moira Buffini si è confrontata quindi con un progetto molto ambizioso e il risultato del suo lavoro è un testo divertente, arguto, tagliente e a tratti commovente. Per avere un’idea di come sia strutturato Loveplay, immaginiamo una sorta di Girotondo di Arthur Schnitzler che si dipana lungo due millenni di storia di Londra. Dieci scene ambientate nello stesso luogo della città che cambia destinazione attraverso i secoli. I vari episodi sono legati da un filo comune: la ricerca dell’amore e del sesso. Dalle complicate vicende di un antico romano che ardente di passione cerca di assicurarsi i servigi di una prostituta indigena, fino all’ultimo episodio ambientato in una contemporanea agenzia per incontri erotico-sentimentali, Buffini sembra sottolineare una continuità spirituale che si respira in alcuni siti di Londra. Le qualità della scrittura di Buffini emergono proprio nella capacità di passare da un registro comico leggero a un umore più scuro e profondo con cui riesce a dare corpo ai personaggi pur nella brevità delle scene di cui sono protagonisti.
Nell’affrontare un’ampia gamma di temi, Buffini delinea un ritratto della continuità della repressione delle emozioni legate alla sfera sessuale e amorosa in evidente contrasto con il progresso intellettuale e scientifico. In Loveplay vediamo come l’inibizione emotiva e sessuale sia determinata dai differenti rapporti di potere, dovuti alle differenze di genere sessuale e di classe sociale, per giungere infine all’amara contemporanea svalutazione del sesso, visto come una semplice transazione commerciale. 

29 / 30 / 31 ottobre
FLY ME TO THE MOON
di Marie Jones
traduzione Carlo Sciaccaluga
con Alice Arcuri e Eva Cambiale
regia Carlo Sciaccaluga
produzione ariaTeatro

Fly me to the moon è la storia di due badanti, Francis e Loretta, che si trovano a dover affrontare la morte improvvisa dell'anziano loro affidato. C'è il cadavere di un vecchio muto, solo e senza parenti, una pensione da andare a ritirare, il sogno di un addio al nubilato a Barcellona per evadere dall'esausta andata al tempio del vivere quotidiano, c'è il lavoro, che è poco e pagato male. La commedia è il ritratto di un paese (l'Irlanda del Nord, ma potrebbe essere l'Italia o la Francia), dove all'essere umano non viene più concessa la dignità del lavoro: siamo regrediti anche rispetto all'antico “Eight hours labour, eight hours recreation, eight hours rest!” dei tempi della rivoluzione industriale.
Il riposo è poco, il divertimento nessuno, il lavoro umiliante. Francis e Loretta vedranno la loro morale messa a dura prova dalle occasioni di squallido arricchimento che loro si presentano. “Una volta si sceglieva un uomo perché era bello, forte, attraente... ora gli chiedi: hai un lavoro? E allora vai bene.”, dice una delle protagoniste. Se si vive per sopravvivere, non c'è spazio per il bello, per l'arte, è meglio mandare i figli ai parchi divertimenti invece che nei musei, perché il presente è un tempo invivibile, va sospeso e soppresso. Ma Fly me to the Moon è una commedia dall'inizio alla fine, perché speriamo, sogniamo, sempre tutti di poter volare sulla luna, vedere la primavera su Giove e Marte, perché in fondo l'uomo è fatto d'amore.
Carlo Sciaccaluga

1 / 2 novembre
PROGETTO ALAN BENNETT
Una patatina nello zucchero / Aspettando il telegramma
traduzione di
Maggie Rose, Alessandro Quasimodo e Giovanni Tiso / Mariagrazia Gini
due spettacoli di e con Luca Toracca
luci di Giacomo Marettelli Priorelli / luci e suono di Michele Ceglia
collaborazione musicale Giuseppe Marzoli, costumi Ortensia Mazzei
produzione Teatro dell’Elfo

Un desiderio, una scommessa, un successo.
Luca Toracca nella passata stagione, affascinato dalla brillante scrittura di Bennett, ha portato sulle scene Una patatina nello zucchero dove si è calato nei panni di Graham, figlio destinato a un altalenante, spietato e ironico rapporto con la sua vegliarda madre.
E dopo il successo ottenuto con Una patatina nello zucchero, Toracca ha deciso di portare in scena un altro testo di Alan Bennett, proseguendo il suo viaggio all’interno dell’animo umano: Aspettando il telegramma.
Si cala nei panni di Violet, la protagonista, sperimentando con lei tutti i sentimenti che ha attraversato nella sua lunga vita. Violet, infatti, è una vecchietta di 95 anni degente in una casa di riposo che, tra squarci d’ironia ed ilarità e tuffi nel passato, ripercorre il suo vissuto fatto d’amori, di gioie, e di dolori.
L’attore ha compiuto un’approfondita osservazione del mondo della terza età, arrivando all'amara conclusione che spessissimo si vuole “rottamare” questa larga fascia di società, commettendo indiscutibilmente una barbarie. Battagliamo e ci schieriamo per abolire tutte le diversità, dimenticando spesso che ciò che ci aspetta è molto più vicino di quanto si possa credere: la vecchiaia.
Grazie alla ricchezza del suo linguaggio, sempre caratterizzato da ironia, Alan Bennett fa toccare all’attore tutte le corde del suo essere, gli permette di sentire i sentimenti, per poi empaticamente trasmetterli al pubblico. 

5 / 6 novembre
BOX CLEVER
di Monsay Whitney
traduzione Natalia di Giammarco
con Gaia Insenga
ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai
luci Andrea Gallo
regia Giorgina Pi
ideazione Bluemotion
produzione Angelo Mai / Bluemotion
si ringrazia Gianluca Falaschi per la consulenza ai costumi 

In Box Clever Monsay Whitney, performer e drammaturga, presenta la storia ironica, ribelle e straziante di Marnie. Una giovane donna che non ha visto altro che il sud di Londra, costretta da sempre a lottare per sopravvivere, tra umiliazioni, storie sbagliate, droghe e tentativi di riabilitarsi. Ora è intrappolata in un incubo burocratico, una trappola che vuole toglierle la figlia. Rinchiusa in una gabbia Marnie scalpita contro la rigidità e l’assurdità del sistema di assistenza sociale che la opprime, in quel sud dove un tempo il Tamigi esondava di continuo e dove per questo vennero sistemate tutte le prigioni e gli ospedali psichiatrici e chiunque non piacesse finiva laggiù, nella fanghiglia, con i topi, abbandonato. Lei fa parte della genealogia dei reietti, che ancora oggi non ha trovato la possibilità di prendersi una vita nuova.
Box Clever è un superbo pezzo di scrittura, gorgogliante di amarezza ma pieno di cuore, allo stesso tempo divertente e esasperante, dove la rabbia è compassione e Marnie tanto assomiglia ai meravigliosi personaggi di Ken Loach. 

8 / 9 / 10 novembre
THE GARDEN
di Zinnie Harris
traduzione Monica Capuani
con Lorenzo Lavia e Arianna Mattioli
regia Lorenzo Lavia
produzione La Compagnia dei Masnadieri

Un albero di melo sta crescendo all’interno dell’appartamento di Jane e Mac, una coppia di mezza età e senza figli. Dal pavimento fuoriesce violentemente questo germoglio, in una casa in cui la vita sembrava essersi spenta. Esiste veramente quest’albero o è soltanto una proiezione della loro depressione? Come due Adamo ed Eva dei giorni nostri, si pongono domande sul loro Eden, pur avendo la consapevolezza di non poter rappresentare l’inizio di un futuro, ma la fine stessa di quell’inizio. 

11 / 12 / 13 novembre
AN INTERVENTION / UN INTERVENTO
di Mike Bartlett
traduzione Jacopo Gassman
con Gabriele Benedetti e Rita Maffei
scenografia Luigina Tusini
regia Fabrizio Arcuri
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG

A e B sono amici da un po’. Si sono incontrati a un party e non si sono più persi di vista.
A tende a bere un po’ troppo e B si è fidanzato con la persona sbagliata.
O almeno, è quanto pensa A.
A pensa che quella relazione finirà male.
B pensa che A abbia un problema con l’alcol.
La situazione degenera quando A partecipa a una marcia contro l’intervento militare del governo in un paese del Medioriente e B dichiara invece di essere a favore di quella guerra.
Un intervento è un testo del drammaturgo inglese Mike Bartlett, che Fabrizio Arcuri mette in scena per la prima volta in Italia per Rita Maffei e Gabriele Benedetti.
Sono loro A e B, due amici che la pensano in modo diverso su tante cose, ma che sanno che cosa significa discutere di questioni importanti.
Un intervento ci fa riflettere su quanto accade nel mondo mentre le nostre vite continuano apparentemente come sempre, fra amori, tradimenti, amicizie, piccoli egoismi quotidiani.
Sul copione l’autore precisa che A e B possono essere interpretati da attori di qualsiasi età, genere, etnia.

“Due attori davanti a un sipario che non si aprirà mai”.
Queste le poche note del testo che subito ci mettono davanti a un’evidenza: lo spettacolo non ci sarà, non ci sarà nelle modalità in cui siamo abituati, niente scena, niente luci, pochi oggetti.
Mike Bartlett sembra suggerire che si tratta di un piccolo episodio di vita di tutti i giorni, quello che stiamo per condividere, e non ricorre all’artificio della rappresentazione.
Non chiede agli spettatori di immedesimarsi, ma di partecipare a un dibattito e prendere continuamente una posizione. Gli stessi attori parlano tra loro ma si confidano con il pubblico, da quale parte stare? Siamo favorevoli a un intervento? Ma a quale?
Sono talmente tanti gli interventi che sarebbe necessario fare, tra vita privata e riflessioni politiche, da costringerci a considerarne ogni risvolto. E anche quello che sembra più coerente ha sempre il suo lato negativo.
5 atti brevi per riflettere sui nostri comportamenti, sul nostro disagio nelle relazioni, sul nostro disagio nello stare al mondo, nel vivere in questa società, sull’origine stessa di questo disagio.
Fabrizio Arcuri 

15 / 16 / 17 novembre
STRAIGHT
di D.C. Moore
traduzione Andrea Peghinelli
con Daniele Marmi, Giovanni Anzaldo, Giulia Rupi e Eleonora Angioletti
regia Silvio Peroni
produzione Khora Teatro in collaborazione con
l'Ass. Cult. La Filostoccola

LO SPETTACOLO

Lewis e Waldorf sono due amici inseparabili sin dai tempi dell’università. 10 anni dopo Lewis è sposato con Morgan, vogliono un bambino anche se la loro casa è troppo piccola. Waldorf, viaggiatore libero e senza legami, gira il mondo con il sacco a pelo. Tornato in città chiede ospitalità al suo miglior amico. Mentre i padroni di casa sono a lavoro Waldorf si intrattiene con Steph, una giovane attrice di film porno. La vita avventurosa e senza responsabilità di Waldorf comincia a fare invidia a Lewis. Durante una serata a base di alcol i due si ritrovano a fare una scommessa che porterà la loro amicizia su un nuovo livello. Lewis accetta di girare un film porno gay con Waldorf nel ruolo di protagonista.
Tratto dal film Humpday, scritto e diretto nel 2009 da Lynn Shelton, Straight è una commedia tagliente adattata dal celebre sceneggiatore D.C. Moore, autore di Town, Honest, Alaska ed Empire. Una storia sull’amicizia maschile, sulla sessualità e su come le due cose possono essere confuse molto più facilmente di quello che si potrebbe pensare.
Esplorare il mondo del sesso non è mai cosa facile, ancor meno scriverne, ma l’autore ci riesce con grande maestria alternando momenti di comicità a spunti di riflessione sull’amore, sul tradimento e sulla fedeltà, sulla paura di essere adulti e rimanere incastrati tra l’essere genitori e affrontare il mutuo per la casa.
Straight ha debuttato allo Sheffield Crucible alla fine del 2012, poi trasferito al Bush Theatre di Londra è diretto da Richard Wilson.

NOTE DI REGIA

Un lavoro incentrato sugli attori, sulla capacità di raccontare e sulle relazioni che si dovrebbero stabilire fra autore, attore e spettatore; un triangolo comunicativo che pone l’accento sul messaggio del testo e sulle immagini emotive che le parole del testo ricreano. Il messaggio potrebbe perdere di valore nel momento in cui l'attenzione viene focalizzata sulla spettacolarità della rappresentazione e progressivamente si perderebbe anche l'attitudine nel riflettere sul perché si è scelto di mettere in scena un determinato testo. L’urgenza di comunicare un messaggio viene spesso relegata a una dimensione meramente estetica. Viene meno, dunque, la riflessione che il pubblico dovrebbe fare al termine dello spettacolo, che esuli da una prima analisi tecnica o qualitativa. Il messaggio del testo è quasi sempre più complesso e articolato della visione univoca del regista: sarà lo spettatore, che a seconda della sua provenienza sociale e culturale, percepirà in modo individuale le molteplici sfumature di un testo.
Silvio Peroni

dal 19 al 23 novembre
FURNITURE
di Sonya Kelly
traduzione Natalia di Giammarco
con Cecilia Di Giuli, Valeria Flore
Edoardo Purgatori, Nicola Civinini e
Maurizio Mario Pepe
casting director Federica Baglioni
sound design Lorenzo Benassi
assistente alla regia Armando Quaranta
regia Maurizio Mario Pepe
messa in scena compagnia “La Forma dell’Acqua” / produzione Khora Teatro

Scritto da Sonya Kelly (The Wheelchair on my Face, How to Keep an Alien), Furniture esplora la percezione e il possesso delle cose, raccontando la vita di sei persone ed esaminando come tutto ciò che possediamo modelli non solo la nostra visione del mondo ma persino noi stessi. L'ironia e l'intuizione della commedia di Kelly sono ben bilanciate, attraverso tre atti unici collegati per tematica, in cui i protagonisti si relazionano più facilmente alle cose che non tra loro. Il primo atto si svolge in una importante mostra di modernariato; mobili che hanno superato il loro umile scopo “utilitaristico" e si sono trasformati in "opere d'arte senza tempo". La tensione divampa tra un marito superficiale, Ed, e una moglie sensibile, Alex. Lui è un'artista in difficoltà che trema al pensiero che la moglie possa confondere le opere d’arte in esposizione con semplici oggetti di uso quotidiano e finisca per sedersi su ciò che lei crede essere una sedia per il galà ma che è invece un’opera d’arte, con conseguente innesco dell’allarme davanti tutta la raffinata platea di intenditori. Il secondo atto, è un percorso tra passione, consumismo e illusione. Tale è la chimica tra i due personaggi femminili, Steff e Dee, che si sono conosciute su una app di incontri, e che bruciano di passione l’una per l’altra. Ma l’ardore sarà ben presto spento dalla presenza orribile di una poltrona vecchio stile, inaccettabile per i gusti minimalisti e puntuti di Steff. Il terzo quadro vede George, un omosessuale anziano, nei suoi ultimi giorni di vita, organizzare il suo testamento. Vorrebbe lasciare a Michael la sua vecchia chaise longue che apparteneva a Danny La Rue. Dice: “Barbra Streisand vi si sedeva sopra. Rudolph Nureyev ci si è seduto sopra ... Judy Garland ci è svenuta”.
Nel discutere con Michael dell'importanza della chaise lounge, George parla a se stesso, considera la sua esistenza come una battaglia vinta duramente. "L'arredamento non è sentimentale", riflette, "Puoi amarlo, ma non si ricorderà di chi sei”. 

25 / 26 novembre
JUDITH
"Un distacco dal corpo"
di Howard Barker
traduzione Enrico Luttmann
con Federica Rosellini, Aurora Cimino e Giuseppe Sartori
costumi Alessandro Lai
scrittura gestuale Francesca Zaccaria
musiche Stefano Libertini Protopapa
disegno luci Emanuele Lepore
regia Massimo Di Michele
produzione SmartIt

La storia
Giuditta è la storia apocrifa di una giovane donna di Betulia che, per salvare il suo villaggio assediato dall’armata assira, si reca presso il campo nemico per sedurre il generale Oloferne. Il suo piano è di sorprenderlo nel sonno e di ucciderlo tagliandogli la testa per poi esporla sul più alto bastione, provocando così, il mattino seguente, la ritirata dell’esercito nemico.

Il progetto
In Giuditta, Barker trova il materiale umano ed emotivo che gli consente di sviluppare una “speculazione poetica” basata sulla guerra, il desiderio, la morte, la seduzione. Il tuono impetuoso dell’istinto e la metallica stretta della ragione di Stato. La notte di Oloferne, morsa da febbrili inquietudini, lame di acciaio nella tenebra dei pensieri, è l’ambientazione in cui si muovono Giuditta e il suo piano tragico. Tra le strade caotiche del labirinto delle parole del condottiero Assiro, Giuditta è iniziata ad un discorso sulla morte che tormenta Oloferne. Il tempo diventa rarefatto, si perde al cospetto del pensiero. Paralizza Giuditta e la missione che si è prefissata. È in questo tempo sospeso che Barker fa fluire il rivolo magmatico di desideri, verità, bugie, un turbinio vertiginoso che si avvinghia tra i corpi di Giuditta e Oloferne, li spinge nel caos irreversibile di sensi e ragione mescolati assieme che sembra annichilire ogni volontà ed ogni possibilità di azione. Fino all’intervento della serva, voce da un altro universo, che richiama Giuditta al suo dovere e che ristabilisce la realtà temporale e spaziale in cui i personaggi si muovono. La mia intenzione è quella di trasformare il testo di Barker in una pittura contemporanea, come fosse un dipinto espressionista, in cui il lato emotivo della realtà viene esaltato, quasi esasperato, a dispetto della materia percepibile oggettivamente. I personaggi a cui gli attori daranno vita si muoveranno sulla scena come segni. I loro connotati reali si sublimeranno in gesti, movimenti, tracce di pennello sullo sfondo di una tela astratta. La parola, musicale e potente, ha un ruolo centrale nel testo di Barker. Con mirabile efficacia, l’autore converte la lingua da brutale a poetica a tragica, in un gioco di agilità stilistica di grande virtuosismo. La lingua diventa specchio del turbinoso mulinello dei pensieri e delle emozioni e, come esso, cambia colore e suono, senza pause. Questa multiforme varietà rappresenta allo stesso tempo una sfida e un’incredibile fonte di materiale su cui sperimentare sulla parola, sul suo effetto, sul suo potere di trasferimento emotivo.

dal 28 novembre al 1 dicembre
(1 dicembre h.17.30)
PROGETTO MCGUINNESS
THE MATCH BOX
di Frank McGuinness
traduzione Carlo Emilio Lerici
con Francesca Bianco
regia Carlo Emilio Lerici
produzione Teatro Belli

Come può una madre far fronte all’assassinio della sua figlia dodicenne?
Questa è la dolorosa questione al centro di questo monologo di Frank McGuinness.
In un casale desolato su un’isola al largo della costa della Contea di Kerry, in Irlanda, una donna, Sal, passa il suo tempo accendendo fiammiferi fino a farli bruciare.
“Trovo qualcosa di piacevole nell’odore di zolfo”, dice.
Sal racconta di come sia arrivata in Irlanda, rilevando una storia fatta di lutto, dolore, forza, ed infine, irrimediabile senso di colpa.
Sua figlia Mary, appena dodicenne, ha perso la vita durante uno scontro a fuoco tra bande rivali, in cui si è ritrovata per caso. I colpevoli, mai sottoposti a processo, sono morti in un incendio doloso.
Quella che all’inizio sembra un’opera sul lutto si evolve in un racconto sulla giustizia, la vendetta e l’esilio, invocando quel tragico ciclo di violenza che Frank Mc Guinness, grazie alla sua attività di traduttore di tragedie greche, conosce bene.
Sal, con il suo movimento incessante, non sta realmente giocando con il fuoco, ma sta giocando con la vita, vista come una debole e fragile fiammella.
E questo gioco non può non lasciare lo spettatore coinvolto.

1 dicembre - h. 21.00
PROGETTO MCGUINNESS
BAGLADY
di Frank McGuinness
traduzione Carlo Emilio Lerici
con Barbara Lerici
regia Carlo Emilio Lerici
produzione Teatro Belli

Baglady ci racconta in maniera toccante il dramma di una donna alienata dalla vita. La baglady (barbona) del titolo è una donna la cui vita è stata distrutta da una violenza sconvolgente. Con un mazzo di carte in mano e una bottiglia di limonata rossa, ci racconta gli avvenimenti che l'hanno condotta a questo isolamento dalla società. Ancora una volta Frank McGuinness concentrandosi su un'anima solitaria lacerata da un atto di abuso familiare, pone un'attenta riflessione sulla società cattolica irlandese e sulle sue contraddizioni. Mentre una donna cerca di esorcizzare un trauma senza fine, il pubblico assiste ad un Irlanda che non riesce a venire a patti con la propria storia di abusi sui minori, tematica scottante affrontata recentemente anche al cinema in film come Magdalene di Peter Mullan e Philomena, di Stephen Frears.

3 / 4 / 5 dicembre
FOR ONCE
di Tim Prince
traduzione Marco M. Casazza
con Selvaggia Quattrini, Marco M. Casazza e Michele Dirodi
assistente alla regia Barbara Enna
regia Marco M. Casazza
produzione Centro Teatrale Bresciano

Nella cittadina in cui April e Gordon si sono trasferiti insieme al figlio diciassettenne Sid la vita scorre senza scossoni. Proprio per questo hanno lasciato la grande città. Ma un incidente d’auto sconvolge le loro esistenze: nello schianto Sid ha perso un occhio e sono morti i suoi tre inseparabili amici. Niente sarà più come prima, per la famiglia e per la piccola comunità rurale in cui vivono. Ma davvero “prima” tutto era così perfetto?
Nel raccontarsi al pubblico padre, madre e figlio si spogliano gradualmente dei veli di “equilibrio” di cui si sono rivestiti per anni, rivelando una natura più complessa e compressa di quanto abbiano mai voluto ammettere e toccando una sincerità di cui sono i primi a sorprendersi. Questo candore disarmato pervade e illumina la pièce insieme al suo corollario: uno humour tipicamente britannico che accende di tenera ironia ogni scena, anche la più drammatica. Per vivere la complessità e le contraddizioni dei rapporti umani, l’autore Tim Price sembra intuire una strada nei tentativi tenaci, nei gesti di cura reciproca - solo apparentemente piccoli - di cui è costellata la vita imperfetta di un nucleo di umani che nonostante tutto si amano. 

7 / 8 dicembre
I'M A MINGER / SONO UNA FRANA
di Alex Jones
traduzione Antonia Brancati
con Eleonora D'Urso nel ruolo di Lisa
aiuto regia Martina Tortello
costumi Sara Aurelio
music selection Luciano Cassina
foto Donato Aquaro
adattamento e regia Eleonora D'Urso
produzione Interno19

“Sono una Frana” è la storia di Lisa, un’adolescente irrequieta che dalla sua stanza disordinata e tinta di rosa sceglie di dialogare con il pubblico per raccontarsi senza filtri. Lisa è un fiume in piena, parla e si sfoga, mentre rivive con gli spettatori la sua quotidianità fatta di desideri, sogni, speranze, ma anche di paure, fragilità, bullismo, ossessione per la linea, delusioni, false amiche e ovviamente amore.

Una nuova prova d’attrice per l’istrionica Eleonora D’Urso che, da sola in scena, si trova a interpretare una moltitudine di personaggi costantemente in dialogo tra loro. Uno spettacolo coinvolgente, esilarante ma anche toccante, che ha il pregio di far ridere e riflettere allo stesso tempo. Fortemente consigliato ad un pubblico adolescenziale e a chi ha voglia di riscoprire una comicità che oggi più che mai è chiamata a farsi carico della questione educativa.

10 / 11 / 12 dicembre
STRIPPED
di Stephen Clark
traduzione Natalia di Giammarco
con Francesco La Mantia e Alice Torriani
regia Erika Z. Galli e Martina Ruggeri
produzione Industria Indipendente

Siamo spogliat*, deprivat*, siamo tutto quello che entra e esce da noi, siamo le parole di qualcuno che non abbiamo mai conosciuto, gli odori delle grandi città che ci affogano, le immagini in macro di facce lontane di cui siamo inondati: siamo di altr* e con altr* senza alcuna possibilità.
Due esseri, due monadi, due entità-mondo rovesciano le loro esistenze l’una dentro l’altra: Emma e James sono solo due nomi, due lettere “E e J” : due possibilità di rappresentazione che scivolano verso l’essere nel mondo, ontologia di un incontro impossibile. Scontro, sforzo, messa a indisposizione, rigurgito, offesa, annientamento, decomposizione.
Il ritmo che scegliamo per questo testo è il suono in levare, è il battito meccanico dell’elettronica lenta, una downtempo su cui E e J costruiscono le loro immagini, i loro desideri, il loro non-essere nel mondo.

14 / 15 dicembre
OUT OF LOVE
di Elinor Cook
traduzione Maurizio Mario Pepe
con Livia Antonelli, Chiara Aquaro, Riccardo Pieretti
dramaturg Rocco Placidi
regia Niccolò Matcovich
produzione Compagnia Habitas

Demolire il pensiero dominante.
Negare l’archetipo – stereotipo - sociale.
Scombinare l’architettura drammaturgica.
Costruire, ricombinare i pezzi, tracciare una linea del tempo che salta, ritorna, regredisce, schizza. Come una scheggia impazzita.
“Out of love”, senza amore, ma anche per amore, racconta due donne, Grace e Lorna, in un arco temporale di circa 30 anni, dall’infanzia all’età adulta, stroncata sul nascere dalla malattia che si porta via Grace. Lo fa con una struttura a quadri dove nulla è lineare e immediato, a partire dalla cronologia del racconto che, continuamente, salta da un anno all’altro, da una decade all’altra, da un secolo all’altro.
30 anni in cui la storia con la esse maiuscola accarezza il privato e lo sfiora, senza mai invaderlo o soverchiarlo.
30 anni di relazione intima, direttissima, morbosa.
Nei paesaggi della provincia inglese, Grace e Lorna giocano, crescono, scoprono e si scoprono, accompagnate da una costante, sottile violenza, di cui loro sono “portatrici sane”. Un contesto sociale contornato di drammi famigliari, desideri fumosi e sfumati, ambiguità. Dove l’uomo, il Maschio, presente e annullato, come una silhouette, o una figurina, non ha spazio d’azione e perciò si elimina, o viene eliminato. Dove le Madri tentano ma non riescono, e allora profetizzano. Dove tutto sembra già scritto e non resta che viverlo. Per poi divorarsi.

17 / 18 dicembre
DIARY OF A MADMAN
di Al Smith, dopo Gogol
traduzione Stefano Patti
con Marco Quaglia, Sarah Sammartino,
Federico Tolardo, Maria Vittoria Argenti e
Arianna Pozzoli
assistente alla regia Laura Morelli
regia Stefano Patti
produzione 369gradi

Pop Sheeran, orgogliosamente a capo dell’impresa familiare che si occupa di ritinteggiare il Forth Bridge, il ponte nel sud del Queensferry in Scozia, sta per perdere tutto. Una grossa multinazionale ha acquistato l’icona scozzese, introducendo nel mercato una nuova, innovativa vernice. Come reagirà Pop quando realizzerà che perderà il suo storico lavoro?

Diary of a Madman (Diario di un pazzo) è il nuovo acuto, brillante e politico adattamento di Al Smith della classica opera di Gogol, reimmaginata in una Scozia contemporanea sull’orlo del voto d’indipendenza. Il testo ha avuto il suo debutto mondiale al Festival di Edimburgo nel 2016 e verrà presentato in Italia per la prima volta all’interno del Festival Trend. 

20 / 21 dicembre
4.48 PSYCHOSIS
di Sarah Kane
in forma di “sinfonia per voce sola” di Enrico Frattaroli
con Mariateresa Pascale
soprano Patrizia Polia (digital/live)
pianoforte Diego Procoli (digital/live)
musiche da Gustav Mahler e P. J. Harvey
elaborazioni musicali / video / scena / regia di Enrico Frattaroli
produzione Frattaroli – Pascale
in collaborazione con Florian Metateatro - Centro di Produzione Teatrale con il sostegno del Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi

Sinfonia per voce sola è una messa in concerto dell’ultimo testo di Sarah Kane: la musica dei suoi versi in risonanza con musiche di Gustav Mahler e P. J. Harvey. In scena, protagonista è la poesia stessa, variegata nelle forme liriche, narrative, dialogiche, grafiche della sua scrittura, testualmente e scenicamente affidata alla “voce sola” di Mariateresa Pascale.
«Scriverlo mi ha uccisa» annota Sarah Kane sul biglietto allegato alla copia di 4.48 Psychosis lasciata alla sua agente letteraria il giorno del suo suicidio. Il suo ultimo dramma, perfezionato fino all’ultimo istante della sua vita, è anche il suo testamento poetico.
«Addio! Addio!» scrive Mahler sui pentagrammi vuoti delle pagine manoscritte dell’Adagissimo. Ventisette misure i cui pianissimo conducono la Nona Sinfonia alle soglie del silenzio e che qui si intonano con le parti più liriche del poema, mentre Rid of me, To bring you my love, The slow drug, composizioni rock di P.J. Harvey coeve alla scrittura di Sarah Kane, ne sostengono le invettive più aspre e graffianti.
Le parti dialogiche del poema – le cui voci rinviano, implicitamente, alla stessa Kane e al suo psichiatra – hanno, paradossalmente, valore di tacet. Sono momenti in cui l’opera si sospende e il regista si rivolge, letteralmente, all’attrice, che al regista risponde. Ed è proprio per il loro valore di pausa, di silenzio che sono parte dell’opera teatrale come bianchi di scena.
Non solo la musica è chiamata a fare parte della concertazione. Un flusso di immagini tratte dalla disposizione grafica del testo, o ad esso ispirate, si attengono al poema seguendo le variazioni agogico-dinamiche dell’intera partitura verbale e musicale.


CICLO PROIEZIONI
ingresso gratuito

3 novembre ore 15.00
THE CONTAINER
di Clare Bayley
traduzione Carlo Emilio Lerici
con Eslam Saeed, Saeid Hazelpour, Antoinette Kapinga,
Nadia O. Hajjaj, Hafedh Khalifa, Jasmine Volpi
regia Carlo Emilio Lerici

Chiusi in un container che attraversa l'Europa, cinque profughi sono in viaggio con un obiettivo comune. Arrivare in Gran Bretagna. Insieme a loro nel container ci sono gli spettatori. Quando la porta del container si chiude alle spalle dei profughi e degli spettatori, restano tutti nel silenzio e nell'oscurità. Poi si accende una torcia, e i cinque profughi cominciano a parlare. Ognuno ha una storia diversa, da Mariam, che è fuggita dall'Afghanistan dopo aver visto il marito decapitato dai talebani per aver continuato ad insegnare alle ragazze nonostante il divieto, a Asha e Fatima, che hanno lasciato un terribile campo profughi in Somalia. A Jemal, curdo, che cerca di raggiungere la famiglia. Gli immigrati non possono vedere dove stanno andando, e non sanno nemmeno se il camion in cui sono rinchiusi è in movimento o fermo. Uniche certezze la fame e la sete, e poco a poco anche qualche contrasto fra di loro. I contrasti si acuiscono quando il trafficante entra per dirgli che sono all'ultima tappa del loro viaggio, ma se vogliono arrivare nel Regno Unito, devono tirare fuori altri soldi. Tranne il ricco uomo d'affari afghano Ahmad, gli altri non hanno più soldi, ma solo qualche piccola cosa portata per sostenersi e farsi coraggio: un sacchetto di riso, un orologio, l'anello di un nonno, la pistola che il marito di Mariam le ha dato per proteggersi. Basteranno per arrivare a destinazione?

L’autrice: CLARE BAYLEY
Pluripremiata drammaturga di Londra, scrive per il teatro, la radio, il cinema e la televisione. Segue gli studenti di drammaturgia del MA/MFA al Central School of Speech and Drama e insegna Scrittura Creativa alla London South Bank University. Precedentemente è stata editore teatrale al The Independent. I suoi spettacoli sono stati rappresentati a Londra, Edimburgo, Cardiff, Stati Uniti, Australia, Messico e Canada. Clare è parte di The Plot, un gruppo di drammaturghi che comprende Nicola Baldwin, Darren Murphy, Abi Bown, Judith Johnson, Sudha Bhuchar, Neil D’Souza e Ade Solanke. Il suo spettacolo Mouthful è stato descritto dal Times “un knock-out, una distopia a cinque stelle…straziante”.

3 novembre ore 17.00
IFIGENIA IN CARDIFF
da Iphigenia in Splott
traduzione Valentina De Simone
di Gary Owen
con Roberta Caronia
regia Valter Malosti

Ifigenia in Cardiff di Gary Owen, (dall’originario Iphigenia in Splott), è un delirio monologante denso di lucidità che si rivela a poco a poco, ribaltando gli equilibri del senso comune e scardinando moralismi e perbenismi vari, con il suo attacco sferrato in pieno viso contro l’ipocrisia della società e di una politica dell’austerity che finisce per stringere la morsa sempre sui soliti noti.
Con un linguaggio abrasivo pieno d’ironia tagliente, Owen affonda il coltello nelle maglie sconnesse della contemporaneità, consegnandoci il ritratto al vetriolo di una Ifigenia moderna che non ci sta ad essere la vittima sacrificale di un sistema già scritto, e pertanto reagisce, opponendo al fato che la vorrebbe vendicativa e miope, la sua intelligenza feroce, il ghigno beffardo, la più inaspettata compassione. Davanti ai fallimenti del nostro tempo, Effie non è di certo un capro espiatorio ma testimone ferale e voce d’accusa contro un potere che, con la sua ingombrante ingordigia, divora le vite degli altri.

L’autore: GARY OWEN
Nato nel 1972 è un drammaturgo gallese, vincitore nel 2003 del Meyer-Whitworth Award per le nuove scritture teatrali. Dal 1998 al 2000 è stato script editor alla BBC Wales Drama, e tra il 2001 e il 2002 è stato scrittore residente al Paines Plough. I suoi spettacoli sono stati rappresentati in tutta la Gran Bretagna, da Londra all’ Edinburgh Fringe Festival, ma anche all’estero come in Canada, in Australia e in Germania. Il suo ultimo lavoro, Mary Twice, è stato premiato al Porthcawl Pavilion, nel sud del Galles, nel 2008. Il suo spettacolo del 2010, Mrs Reynolds and the Ruffian è stato nominato per la categoria Miglior Nuovo Spettacolo ai TMA Awards.

3 novembre ore 19.00
LOVESONG
traduzione Carlo Emilio Lerici
di Abi Morgan
con Antonio Salines, Francesca Bianco, Michele Maganza e Alice Arcuri
regia Carlo Emilio Lerici

Una storia d'amore lunga una vita. Lui è rimasto solo dopo aver aiutato la moglie malata a morire. L'unica cosa che può fare adesso è ricordare. Da qui in poi passato e presente convivono. Sulle pareti della cucina e della camera da letto di casa si inseguono i fantasmi di loro stessi giovani: entra in scena una ragazza. E' sua moglie da giovane. La segue un ragazzo, è lui giovane. Poi la ragazza esce e quando rientra è sua moglie, ormai anziana e malata. Ogni coppia di attori interagisce quasi sempre solo l'uno con l'altro, ma tutti e quattro sono spesso in scena nello stesso momento e la fine di una scena si sovrappone con la scena successiva. E in ogni scena appaiono degli elementi che ritorneranno in scene di epoche successive o precedenti. E' la storia di una coppia che attraversa 40 anni, e nel racconto scopriamo le difficoltà, gli scontri, l'alcolismo, le tentazioni di infedeltà da entrambe le parti, e l'incapacità di avere figli che colpisce profondamente entrambi anche se in modo diverso. Sino al dramma finale: le frequenti visite mediche della moglie, l'ossessione per la descrizione del contenuto della casa, i post-it che sta mettendo un po' ovunque. E i farmaci. Che ci riportano alla scena iniziale.

L’autrice: ABI MORGAN
Nata nel 1968 a Cardiff, nel Galles, è una scrittrice e produttrice, conosciuta per i film Shame (2011), The Iron Lady (2011) e Suffragette (2015). Nel 2002 è stata nominata al Laurence Olivier Theatre Award come Drammaturgo più promettente del 2001, con l’opera Tender, rappresentata al Hampstead Theatre. E’ figlia dell’attrice Pat England e del regista teatrale Gareth Morgan, direttore del Gulbenkian Theatre. Inizialmente intenzionata a diventare un’attrice, decide poi di diventare una scrittrice durante gli anni alla Exeter University. Ha seguito un corso postlaurea di scrittura alla Central School of Speech and Drama. La sua prima opera rappresentata in teatro è Skinned, nel 1998, al Nuffield Theatre di Southampton. Ha scritto spettacoli per il Royal Exchange Studio Theatre di Manchester, il Royal Lyceum Theatre, il Traverse Theatre di Edimburgo, il National Theatre of Scotland e il Royal Court di Londra.


TREND
nuove frontiere della scena britannica
XVIII edizione
Direzione Artistica: Rodolfo di Giammarco
Organizzazione Generale: Carlo Emilio Lerici
Segreteria Organizzativa: Caterina Botti e Martina Gatto
Ufficio Stampa: Paola Rotunno
Promozione e comunicazione: Laura Castelli Gattinara
Direzione tecnica: Alessio Pascale
Matteo Ziglio
Progetto grafico: Carlo Mangiafesta

Orario spettacoli tutte le sere alle ore 21
Biglietti Intero € 13, Ridotto (under26 e over 65) € 5
Carnet 10 ingressi (Abbonamento ridotto under26 e over 65) € 40
Carnet 5 ingressi (Abbonamento intero) € 40
Carnet 10 ingressi (Abbonamento intero) € 70

Informazioni e prenotazioni 06 5894875, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , www.teatrobelli.it

Teatro Belli - Piazza Sant'Apollonia 11a (Trastevere), Roma
Facebook: TREND - Nuove Frontiere della Scena Britannica
Instagram: @trend_nuovefrontiere
Twitter: @Trend_NFSB

 

Fonte: Paola Rotunno, Ufficio stampa Trend - Nuove Frontiere della Scena Britannica 

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