“Incendi” di Wajdi Mouawad, un'odissea moderna intessuta coi fili del sangue e delle parole, al Piccolo Teatro Grassi di Milano

Scritto da  Sabato, 24 Ottobre 2015 

“Incendi” di Wajdi Mouawad è in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano dal 20 al 25 ottobre, una produzione Sardegna Teatro. Il regista Guido De Monticelli e la compagnia hanno incontrato il pubblico giovedì 22 ottobre presso il Chiostro Nina Vinchi. Un appuntamento che ha ruotato intorno all’intellettuale libanese autore della pièce, fuggito con la famiglia a Parigi - dove si è formato culturalmente - e oggi residente in Quebec; la curiosità scaturisce proprio dalla sua figura di libanese migrante. Un’occasione per riflettere sulla storia contemporanea di lacerazione che diventa metafora della tragedia come dissidio storico insanabile, rappresentazione dell’uomo e della sua dialettica talora violenta in seno ai rapporti, siano essi familiari o sociali.

 

INCENDI
di Wajdi Mouawad
traduzione Caterina Gozzi
regia Guido De Monticelli
scene Fausto Dappiè
musiche Alessandro Olla
video Francesco Deiana
costumi Stefania Grilli
disegno luci Loïc François Hamelin
assistente alla regia Rosalba Ziccheddu
con Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Agnese Fois, Corrado Giannetti, Paolo Meloni, Marta Proietti Orzella, Cesare Saliu, Giorgia Senesi, Marco Spiga, Maria Grazia Sughi, Leonardo Tomasi, Luigi Tontoranelli
produzione Sardegna Teatro
sovratitolato in inglese a cura di Prescott Studio e Montclair State University, NJ, USA
nell’ambito del progetto “Tradurre voci attraverso i continenti”

 

"Incendi" di Wajdi Mouawad fa rivivere gli sconvolgenti orrori della guerra in Medioriente e, insieme, commuove profondamente comunicando un fortissimo senso della vita, perfino della leggerezza e dell’incanto. Ha qualcosa dell’epopea, a un tempo antichissima e modernissima, quest’opera, intessuta coi fili del sangue e delle parole che combattono e risanano: un’odissea, che Mouawad affida a due fratelli gemelli. Il loro sarà un lungo viaggio verso il mistero della loro origine.

Seconda tappa di una tetralogia intitolata Il sangue delle promesse, Incendi - da cui è stato tratto il film La donna che canta di Denis Villeneuve, violento, sottilmente violento e di grande bellezza oltre che maestria - racconta la storia di Jeanne e Simon, due giovani d’oggi che vivono a Montréal. All’apertura del testamento della madre scoprono che la donna ha lasciato loro due lettere da consegnare, una per il padre che non hanno mai conosciuto e ritenevano morto, l’altra per il fratello di cui ignoravano l’esistenza. La vicenda assume il carattere dell’inchiesta, l’inseguimento di un enigma da sciogliere, che porterà i due ragazzi a ripercorrere i sentieri di quel paese lontano, paese di guerre fratricide, sulle orme della madre e di se stessi, scoprendo una storia di torture e di violenza dal finale sconvolgente.

Il mio punto di vantaggio nell'accostarmi a questo progetto è che ho visto ed apprezzato il film, che nel dibattito è però restato in disparte. La discussione ha preso avvio dal titolo, Incendi, con un perché. In effetti come ha illustrato Benedetta Tobagi, scrittrice - autrice di un libro sulla strage di piazza della Loggia e di Come batte forte il tuo cuore, storia di mio padre - si tratta di una sequenza di “esplosioni”, che dicono distruzione ma anche illuminazioni.

Guido De Monticelli, il regista, ha introdotto l’incontro leggendo alcuni brani, frammenti di testimonianze di ragazzi che hanno vissuto il dramma della guerra, scritture nate da un’iniziativa - ancora in corso - nella striscia di Gaza con il teatro locale e una serie di teatri per riflettere sulla propria storia.

Annamaria Cascetta, studiosa di drammaturgia contemporanea, ha messo in luce come il testo di Mouawad solo apparentemente sia riconducibile alla drammaturgia contemporanea per l’aspetto del teatro-documento, inchiesta e denuncia di impegno civile, trattando vicende contemporanee. In effetti come un bisturi attraversa il presente e il passato con una visualizzazione al modo della tragedia greca per gli archetipi che contiene. Inoltre, si estende come un ponte verso il futuro e prospetta una vera e propria rivolta nell’ambito antropologico che risulta in mano al femminile. Incendi è una tragedia contemporanea perché prende avvio da un’inchiesta scatenata dall’apertura del testamento da parte dei due gemelli - a loro volta un archetipo classico, tra l’altro simboleggiati rispettivamente dall’astrazione (il matematico) e dalla carnalità (il pugile) - che innesca il meccanismo dell’ossessione della scoperta delle proprie origini. Allo stesso tempo questa ricerca da individuale-familiare si fa universale e diventa ricerca sull’origine e sul senso dell’uomo. Altro elemento, forse il più importante, di affinità con la tragedia è la spirale ininterrotta di colpe e vendette, una sorta di ruota tragica, che, come dice l’autore “Il faut casser” (bisogna interrompere) e quanto prima o il rischio è di non mettere più fine al nodo della collera. In questo contesto una delle domande che emergono è relativa al ruolo dell’arte, proprio in un quadro cieco e furioso. Il protagonista, pur dotato di estro artistico, diventa invece un cecchino anche se non rinuncia ad esprimere la vocazione artistica scattando foto di morenti.

Benedetta Tobagi ha sottolineato come questo dramma consenta di compiere alcune riflessioni sui percorsi della storia contemporanea e il testo evidenzi la natura magmatica della storia in quanto tale, quando i dissidi sono così forti da essere inconciliabili. La guerra in tal senso genera un trauma che non è semplicemente una ferita ma qualcosa che inchioda l’essere umano al momento del verificarsi dell’episodio sconvolgente, bloccandolo nel passato. Nondimeno Mouawad consente o almeno lascia spazio alla catarsi, come accade nella tragedia. Nello spazio dello spettacolo tutto sembra avvenire con grande umiltà come semplice possibilità di stare insieme, la cosa più bella che esista, ovvero di convivere in pace. In certo senso è anche l’attività della psicoanalisi, rendere possibile un passato indicibile. Non rimuoverlo ma superarlo raccontandolo che è lo sforzo della storia e dell’esorcizzazione dell’arte che trova un suo ruolo nuovo, non semplicemente di denuncia e impegno, ma un tentativo vero e proprio di salvezza.

Il tema dello sradicamento è comune a tanta cultura di ieri e di oggi, dove ancora una volta esiste una dialettica che oscilla tra lo spaesamento, il dolore e la malinconia della patria lontana o violata e l’apertura alla riconciliazione e alla contaminazione culturale. La traduttrice del testo, Caterina Gozzi, bene ha messo in luce questa scrittura dove diversi piani linguistici si intersecano: il francese di Francia, de souche come direbbero gli stessi francesi; il francese del Canada, il québecois, alcune parole arabe della lingua e tradizione e l’inglese come aderenza alla lingua del nemico da parte di chi sceglie di essere un combattente.

Nell’insieme dall’incontro è emerso il bisogno di ritrovare attraverso il teatro, come uno psicodramma collettivo, una possibilità di salvarsi o, quanto meno, di dire l’impossibile e l’inaccettabile.

Da bambino sapevo smontare, lucidare, pulire, rimontare e calibrare un kalashnikov. Durante la guerra civile libanese aspettavo con gli amici i miliziani di passaggio per occuparmi delle loro armi e per guadagnarmi qualche soldo; quando mi addormentavo sognavo il giorno ancora lontano in cui avrei avuto un kalashnikov tutto mio. Ma i miei genitori si sono trasferiti in Francia per aspettare la fine di questa guerra che non è mai terminata. Allora, per l’impazienza, ho teso la mano e ho afferrato il primo oggetto che poteva, anche di poco, assomigliare a un kalashnikov, ed era una penna Pilote fine V5. Le parole diventavano cartucce, le frasi caricatori, gli attori mitragliatrici e il teatro giardino.
Wajdi Mouawad

Nato in Libano nel 1968, Wajdi Mouawad nutre la propria vocazione teatrale sulla strada dell’esilio: da Parigi, dove arriva a otto anni con la famiglia in fuga dalla guerra civile libanese, al Québec, dove approda a quindici anni. Dopo il diploma come attore alla Scuola Nazionale di Teatro del Canada, fonda la propria compagnia e inizia a scrivere opere che riflettono sulla sua origine, in un cammino a ritroso verso quella terra che definisce “cumulo mostruoso di dolore”.


Piccolo Teatro Grassi - via Rovello 2, Milano (M1 Cordusio)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 848800304, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: martedì, giovedì e sabato 19.30; mercoledì e venerdì 20.30; domenica 16, lunedì riposo
Biglietti: platea 25 euro, balconata 22 euro
Durata: 2 ore e 45 minuti con intervallo

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Valentina Cravino, Ufficio stampa Piccolo Teatro di Milano
Sul web: www.piccoloteatro.org

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP