"Il Mistero della Mente", festival di Teatro Sociale e delle Diversità, al Teatro Quirinetta dal 20 al 29 aprile

Scritto da  Giovedì, 09 Aprile 2015 

"Il Mistero della Mente" è il Festival di Teatro Sociale e delle Diversità voluto dalla Nuova Accademia Internazionale d’Arte Drammatica - Q Academy diretta da Alvaro Piccardi e presieduta da Antonio Calenda. Dell’Accademia e delle sue iniziative è Main Sponsor la Fondazione Roma - Arte - Musei. Il Festival si svolgerà dal 20 al 29 aprile al Teatro Quirinetta e prevede una programmazione ricca di incontri e di spettacoli.

 

IL MISTERO DELLA MENTE
FESTIVAL DI TEATRO SOCIALE
TEATRO QUIRINETTA, 20 – 29 APRILE 2015

PREMESSA
Il Teatro è scuola di conoscenza, di Sé e dell’Altro. È il fuori da sé che attraverso la forma artistica è trasferito sul piano del reale posto in condizione di relazione con altri individui (attori-spettatori). Pure se in tempi e modalità anche diverse tra loro, la forma rappresentativa assume il valore paradigmatico della interazione che presuppone l’incontro tra individui in un contesto di compartecipazione, in cui ogni individuo ha il potere di essere influenzato dall’altro o viceversa, di esercitare su di lui un determinato potere.
A teatro, i partecipanti creano un unico ed univoco contesto, organizzando le proprie questioni umane e più intimamente esistenziali in un equilibrio che assume forma collettiva.
Da alcuni decenni, simili forme espressive sono state non solo riconosciute ma anche regimentate in modo sempre più specifico, perfino in situazioni estreme e delicate, come in presenza di vere e proprie patologie. Si è sostanzialmente costatata la notevole capacità risolutiva della pratica teatrale in presenza di altre e diverse abilità, in cui la rappresentazione non è il fine creativo ed artistico ma il potente mezzo che, con i suoi meccanismi e linguaggi, favorisce la “messa in forma” di fattori esistenziali reali. È un fenomeno reso possibile dal gioco del “come se” in cui l’IO persona ha occasione di immaginare e creare l’IO personaggio, al quale affida le proprie verità.
Dall’osservazione di questi fenomeni e dallo studio simbolico e scientifico che essi producono ha mosso i primi passi il filone della teatroterapia: essa è educazione alla sensibilità, alla percezione del proprio corpo e agisce attraverso la rappresentazione di personaggi extra-quotidiani, principalmente improvvisati e speculari. Si struttura su un minuzioso lavoro pre-espressivo che risulta indispensabile per la creazione di forme e gesti.
Una pratica che ribalta l’idea stessa della rappresentazione: l’oggetto rappresentato non è soltanto il fenomeno astratto che presenta fattori riscontrabili nel mondo reale ma specularmente l’elemento reale, l’individuo vero e proprio che si rappresenta, ossia fa esperienza di se stesso, mettendosi in “scena”. Occasione per risolvere catarticamente parti di sé che diversamente, nella pratica reale e quotidiana, non trovano spazio né espressione o elaborazione. Procedura che detiene il forte e sano atteggiamento del prendersi cura e del curare con l’arte e la creatività.
Il processo scenico è solo momento fenomenologico e simbolico: funge da grimaldello, produce cioè un varco tra il mondo interiore e quello esteriore, crea un ponte tra le diverse forme dell’essere e dell’esistere. Il teatro è terapia, parola che va letta nella sua esatta traduzione etimologica di “prendersi cura di..” intesa, cioè, nel senso di conoscersi per donarsi meglio, di amarsi e amare meglio gli altri, per aiutarsi a vivere una vita qualitativamente migliore e più felice.
È un percorso alto, in elevazione, dell’animo dei partecipanti, utile al superamento di limiti e diffidenze che sovente scaturiscono nei confronti dell’altro, spesso visto come minaccia e non come risorsa. Ma è anche importante per il raggiungimento del benessere psicofisico dei partecipanti anche in presenza di vere e proprie patologie, come quelle mentali, per le quali il teatro risulta fervida esperienza, vera e nuova occasione perché pienamente comprensibile sia per natura che per linguaggi, comparabili alla natura e alle tipologie della genialità e della follia.
È quanto ha sperimentato dapprima il noto psichiatra Franco Basaglia e poi gli allievi della sua ‘scuola’, eredità oggi raccolta soprattutto da Peppe Dell’Acqua, che hanno rivoluzionato le forme e le pratiche della psichiatria riproponendo modelli validi per i singoli casi e applicando soluzioni curative a seguito di incessanti, varie stimolazioni di ogni singolo paziente, al fine di comprendere la vera natura e l’esatto tipo della patologia psichica: comprendere significa avvicinarsi all’esperienza vivente nei suoi stessi termini, mobilitando non il semplice intelletto, ma tutte le capacità intuitive del nostro animo, per penetrarne l’intima essenza senza ridurla ad ipotesi casuali precostituite.
Il teatro è un grande rito in cui si fa esperienza, sul piano psicologico e fisico, dei processi esistenziali più significativi di ogni individuo e ciò avviene meravigliosamente tramite la creazione di metafore (del viaggio, delle paure, dei pericoli di una prova, etc.) che assumono una forma, quella dell’atto creativo e della retrospezione. In tal modo la “messa in scena” diventa fatto sociale ed educativo, oltre che un efficace strumento di diffusione della cultura e di espressione delle capacità creative e comunicative. Attraverso questi principi e l’accurata analisi di tali fenomeni prendono spunto i riferimenti e i metodi del teatro come cura psicofisica della persona.

IL FESTIVAL
Le motivazioni che hanno spinto l’Accademia a lavorare sugli affascinanti temi delle diversità e della follia sono stati scelti soprattutto per finalità didattiche: si è ritenuto necessario far confrontare gli allievi del III anno dell’Accademia con temi che favorissero un completamento ed un approfondimento su questioni specifiche sia in termini puramente formativi che esperienziali. L’attore deve saper cogliere, attraverso l’osservazione e l’ascolto, il mondo che lo circonda, nelle sue sfumature più varie, nella diversità e unicità di ogni individuo. Deve saper riconoscere le differenze esistenziale (psichiche, ideologiche, emotive, fisiche, etc.) e deve imparare a rappresentarle nella maniera più consona ed adeguata.
Per questa ragione sono stati individuati due docenti di prim’ordine, Dario D’Ambrosi, fondatore del Teatro Patologico, per la parte più relativa alle differenze culturali e psicofisiche, e Jacqueline Bulnes, coreografa e già prima ballerina della Martha Graham School, per lo studio del gesto corporeo e la rappresentazione delle diversità tramite il movimento scenico.


Il Festival prevede una programmazione ricca di incontri e di spettacoli.
Lunedì 20 aprile, alle ore 21.00 sarà rappresentato il saggio-spettacolo allestito dalla coreografa Jacqueline Bulnes con gli allievi del III Anno della Q Academy dal titolo I PAZZI, tratto da alcuni testi di E. A. Poe;
Martedì 21 e Mercoledì 22 aprile, alle ore 21.00 è in programma il saggio-spettacolo LA DIVINA MALATTIA, allestimento curato da Dario D’Ambrosi con gli allievi del III Anno della Q Academy e ispirato alla Divina Commedia di Dante. Allo spettacolo prenderanno parte anche gli attori del Teatro Patologico.
Giovedì 23 aprile e Venerdì 24 aprile, alle ore 21.00 sarà in scena lo spettacolo STRAVAGANZA scritto da Dacia Maraini e interpretato dagli attori dell’Accademia della Follia di Trieste. Regia di Claudio Misculin.
Venerdì 24 aprile, alle ore 11, si terrà un Convegno sul tema: IL TEATRO DELLA DIVERSITA’. Tra i partecipanti: Peppe Dell’Acqua, Dacia Maraini, Michele Cavallo, Antonio Calenda, Sergio Basile, Dario D’Ambrosi.
Martedì 28 aprile, alle ore 20.30 sarà in scena l’AMINTA di T. Tasso, adattamento e regia di Sergio Basile mentre alle 22.30 il comico Daniele Parisi rappresenterà il suo spettacolo AB HOC ET AB HAC, tra comicità e pazzia.
Mercoledì 29 aprile, alle ore 20.30 sarà in scena LA SONATA A KREUTZER di L. Tolstoj, adattamento, regia e interpretazione di Alvaro Piccardi e alle 22.30 il festival chiuderà con la comicità di Daniele Parisi in una replica di AB HOC ET AB HAC.

 

NOTE DEGLI SPETTACOLI

I PAZZI, ideazione e regia di Jacqueline Bulnes
Si tratta di un lavoro di teatro danza inspirato dal racconto breve di Edgar Allen Poe, Il sistema del Dottor Catrame e del Professor Piuma. Ad una prima impressione il racconto appare come una storia intrisa di terrore, ma ben presto emerge un tono quasi umoristico che alleggerisce ed eleva tutta la vicenda. Il crescendo di indizi (che sfuggono al protagonista della storia) produce una esasperazione di comportamenti ed emozioni: si crea un clima di paura e terrore; sebbene tutto appaia in un quadro di situazioni bizzarre e fin troppo eccentriche, la realtà che ne emerge è inequivocabilmente delicata e non priva di insidie.

LA DIVINA MALATTIA, ideazione e regia di Dario D’Ambrosi
Insieme con il Teatro Patologico è stato allestito un progetto meta-testuale e fortemente visivo, ambizioso e dalla profonda analisi umana, sociale ed individuale: La Divina Malattia, adattamento de La Divina Commedia di Dante Alighieri. L’intento è quello di avvicinarsi, per quanto possibile, all’esperienza interiore del poeta per cogliere, al di là del “velo” delle parole, il suo messaggio più intimo e spirituale; così come Dante ci prende e ci conduce per mano, spingendoci a “frugare” più in profondità nelle “segrete cose”, in quelle parti private che ci sono sconosciute: i nostri conflitti, i nostri aspetti antisociali. Con l’incanto estetico della poesia si conduce lo spettatore verso la contemplazione dei sentimenti più intimi: il dolore, l’ira, la paura, la violenza, l’odio, l’inerzia, l’abulia; ma anche il piacere, la gioia, la beatitudine, la pace. Osservando chi percorre quotidianamente un cammino fatto di sofferenza, non accettazione e rifiuto – come spesso accade per chi è affetto da disabilità psichica e mentale – D’Ambrosi, con il lavoro de La Magia del Teatro, ha riscontrato che le immagini emergenti dal processo inconscio – attraverso i sogni e le fantasie, intese nel senso di “immaginazione attiva” – si muovono come attirate da un centro che è al di là dell’Io empirico. In questo centro, che è anche limite della personalità umana, avviene una sintesi di tendenze opposte, di spinte primordiali e necessità di esprimere e liberarsi, tramite l’arte e la comunicazione.

STRAVAGANZA di Dacia Maraini, regia di Claudio Misculin
L’Accademia della Follia, è impegnata da oltre trent’anni nella ricerca artistica sintetizzata dalla formula: Tecnica + Follia = Arte. Il matto può diventare un talento artistico, se si creano le opportunità di esplorare e di mettere in scena altre maschere oltre a quella unica e sovradeterminata di malato. Nel 2009 la scrittrice Dacia Maraini affida all’Accademia della Follia il compito di mettere in scena il testo drammaturgico Stravaganza. Dopo il successo di critica e di pubblico in Italia, i matt-attori, con “stravaganza” hanno rivolto il proprio sguardo al Brasile, paese legato alle vicende storiche che hanno consentito in Italia l’affermazione della legge 180. Nasce così il Progetto “Extravagância”, che ha realizzato due tournée teatrali in Brasile. Nel 2010 la Tournée in Brasile è stata insignita, dalla Presidenza della Repubblica Italiana, della Medaglia al Merito nel Campo delle Arti, della Cultura e dello Spettacolo e nel 2011 ha ricevuto il Patrocinio della Commissione Italiana per l’UNESCO.
Cinque malati di mente internati in un manicomio, tre uomini e due donne, si tengono compagnia, si raccontano, si amano, litigano, si aggrediscono, ridono di sé e degli altri. Un giorno vengono a sapere che è stata votata la legge Basaglia: da domani tutti a casa! L’ospedale chiude. Ma dove andare? Ciascuno fa i conti con il proprio passato: chi ha una compagna che si è messa a vivere con un altro, chi una madre morente e dei fratelli invadenti che hanno occupato tutta la casa, chi un padre che certamente non rivuole presso di sé una figlia cleptomane, chi una moglie che ha trovato modo di fare soldi per conto proprio visto che lui non è stato più capace di mantenerla. I cinque decidono comunque di tornare a casa. Gli affetti su cui hanno sempre sognato sono lì ad attenderli. Ma appena arrivati trovano gelo e disattenzione. In realtà nessuno li vuole: sono stati bellamente sostituiti. C’è addirittura qualche parente che ha paura di loro, e vorrebbe chiuderli a chiave nella stanza rimediata all’ultimo momento. Così i quattro, perché il quinto Alcide non ha nessuno da cui andare ed è rimasto in manicomio, sono costretti a tornare in ospedale. Dove però decidono di vivere a modo loro: senza medici, senza elettroshock, senza chiavi e chiavistelli, in una comune aperta, con nuove regole stabilite da loro.

AMINTA di T. Tasso, regia di Sergio Basile
Per aver gridato frasi ingiuriose contro il duca di Ferrara, l’11 marzo 1579 Torquato Tasso fu internato nel manicomio di Sant’Anna. Recluso nel reparto riservato ai pazzi furiosi e trattato come frenetico, vi rimase per sette anni, tre dei quali in assoluto isolamento, a volte persino alla catena. La follia del Tasso diverrà oggetto di secolari discussioni: la sua fu vera pazzia o un’amletica forma di mascheratura che il poeta stesso assunse per non rivelare qualcosa di inconfessabile e che aveva a che fare con la sfera dell’eros e del sesso? Qualcosa legato alla sua tormentata relazione con la sorella del duca, la malaticcia Eleonora? Possiamo fare solo congetture. Per pietosa concessione dei suoi ex protettori in manicomio ebbe comunque il privilegio di scrivere. Scrisse rime e prose ma soprattutto bellissime lettere attraverso le quali denunziò la propria miserevole condizione, alternando esaltazione a lucidità. Nel momento in cui Tasso cancella la linea evanescente che separa la realtà dalla finzione, la follia e il disordine entrano nel suo mondo. Come Don Chisciotte egli smarrisce da qualche parte, ai confini tra i libri e la realtà “Non bisogna confondere” è il motto di Cervantes, che fonda quasi un’etica del discernimento, e Tasso – sfibrato nei nervi dall’eterna revisione della Gerusalemme, il poema cavalleresco fallito perché troppo (inconsapevolmente) moderno rispetto all’incomparabile modello ariostesco, dettato da una sensibilità diversa, epocalmente nuova – si confonde e si spezza nel rimpianto doloroso e tormentoso di un’armonia perduta, di un mondo agognato ma superato da nuove istanze sociali, politiche e religiose. In questo allestimento dell’Aminta, il vero personaggio è lo stesso Tasso. Gli amori a lieto fine dei drammi bucolico-pastorali sono solo un vago ricordo: ora la sua memoria è corrotta dal dolore e dall’esaltazione. L’ambiente del manicomio, fatto di sopraffazione e violenza, diventa il luogo in cui gli altri “pazzi” assumono nella sua mente allucinata il ruolo dei personaggi della sua opera: Aminta, Silva, Dafne, lui stesso diventa Tirsi, anime devastate dalla follia che mettono in scena il suo personalissimo ed immaginario teatro, la sua impossibile rappresentazione.

LA SONATA A KREUTZER di L. Tolstoj, regia e interpretazione di Alvaro Piccardi
La sonata a Kreutzer, che vide la luce nel 1889, è certamente la più sofferta e drammatica di tutte le opere di Tolstoj dopo la svolta spirituale del 1880. Si sono voluti vedere in quest’opera forti elementi autobiografici (in quegli anni la moglie di Tolstoj si invaghì di un musicista che frequentava la sua casa), ma la grandezza di Tolstoj sta nell’avere inventato un personaggio, una storia che diventa proiezione potente del tumulto del suo animo e dei suoi sentimenti. Un uomo ha ucciso la moglie. Viene processato e assolto. La legge dell’epoca riconosce ampie attenuanti per il delitto di gelosia. Ora è libero. Racconta la sua storia, l’incontro con la moglie, il matrimonio, le ragioni, le sue ragioni del delitto. E’ destinato a raccontare, a rivivere. Ripercorre il tragitto: le sue idee sul matrimonio, sulla sessualità, sull’amore, la necessità di una delirante teoria della castità come unica possibilità di uscire dal conflitto fra i sessi, a costo dell’estinzione del genere umano. I motivi che lo hanno portato all’omicidio: la nausea del matrimonio, la gelosia nei confronti della moglie, il rapporto di lei con un musicista, la sua infatuazione, l’ebbrezza di lei nel suonare La sonata a Kreutzer con il presunto amante, l’odio invece del protagonista nei confronti della musica, sollievo per l’anima ma anche elemento di corruzione dell’anima stessa. La storia di un’ossessione, quella della donna, l’incapacità di riconoscere la donna come essere umano, ma solo come oggetto di desiderio. Solo dopo morta il protagonista ammette “Guardai il viso di lei, livido e gonfio, e per la prima volta mi dimenticai di me, dei miei diritti, del mio orgoglio, e per la prima volta vidi in lei una creatura umana”. Uno spettacolo forte, violento, emotivo. Il viaggio di una attore nella zona di confine fra realtà e allucinazione, fra l’esplosione dei sentimenti e il freddo e delirante argomentare, una ricerca delle vibrazioni più intime e interiori dell’animo umano al sevizio delle necessità del personaggio e di un grande testo di un grande autore del passato: un testo ancora oggi vivo e palpitante in grado di illuminare in modo potente zone inquietanti e scomode della nostra esistenza.

AB HOC ET AB HAC di e con Daniele Parisi
Nella sala d’aspetto di un pronto soccorso, uno con gli organi spostati, uno che odia la primavera e uno con il gomito del tennista, aspettano di essere visitati. Ivano prende le pillole. Lo psicosomatico salta la corda per il problema della malattia della pancia. Un uomo chiede cos’è l’amore, un vecchio gli risponde. Un chirurgo vuole assolutamente operare qualcuno. Un uomo grida dal balcone di un palazzo augurando la malattia peggiore ad un ausiliario del traffico. Il portiere di un palazzo stende i panni e due calzettoni si interrogano circa gli psicofarmaci. Un vecchio signore esalta ancora la sua potenza sessuale. Una vecchia signora non ricorda se ha dimenticato di prendere la medicina prima di andare a dormire e poi muore.
Una sguaiata ambulanza si trascina dietro frammenti di umanità che, messi sotto sforzo fisico, sono gettati in pasto alla scrittura di scena. La narrazione è quasi del tutto abolita. Tutto avviene in velocità. I personaggi si avvicendano così uno dopo l’altro, parlano in una sala d’aspetto di un pronto soccorso, gridano in mezzo alla strada o dal balcone di un palazzo. L’elemento musicale e ritmico – fornito dalla registrazione dal vivo di loop vocali – dialoga con i personaggi che spuntano dal basso, appaiono a mezzo busto, si cambiano d’abito, mutano corpo e voce. Un gioco al massacro in cui attraverso la combinazione del riso e dell’orrore, si entra in un universo assurdo, un mondo decaduto, che di fronte alla malattia smarrisce il suo principio razionale, divenendo inconsapevolmente ridicolo.

Fonte: Ufficio stampa NCmedia

TOP