Siamo tutte delle gran bugiarde

Scritto da  Domenica, 16 Ottobre 2016 

Paolo Poli conversazione con Giovanni Pannacci

Una conversazione durante la quale l’intervistatore diventa spettatore di una rappresentazione che svela come per Paolo Poli il teatro non è finzione ma vita, un modo di vivere: il suo; una chiacchierata spigliata, senza veli né guanti, nella quale si parla più di amori che di teatro e alla fine della quale si ha il ritratto di un uomo, che è il “professorino” della prima stagione, un rivoluzionario del teatro senza teorie, un archeologo della canzone, canzonetta e canzonaccia soprattutto fiorentina, un grande artigiano del palcoscenico, un raffinato lettore e un fine e graffiante osservatore della società, perbenista, clericale, quotidiana e semplicemente della vita della quale è sempre stato innamorato, non esente da momenti di malinconia.

 

Presenterò questo libro nella mia città, Firenze, il 22 ottobre 2016 al Teatro Puccini che compie 25 anni dove Paolo Poli era di casa. La giornata nazionale dell’apertura dei teatri viene festeggiata dal direttore del Puccini, Stefania Costa, con un compleanno e una ricorrenza.
Prima dell’inaugurazione della mostra delle scenografie di Emanuele Luzzatti e di una serie di appuntamenti che si concluderanno con lo spettacolo serale, nel Ridotto del teatro – Via delle Cascine 54 – dalle 17.30 presenterò la serata con una chiacchierata su due libri, Siamo tutte delle gran bugiarde Paolo Poli conversazione con Giovanni Pannacci e il titolo di Pino Strabioli sull’attore e uomo di spettacolo fiorentino.
Il libro di Giovanni Pannacci è esso stesso una rappresentazione, nel salotto bianco di casa Poli a Roma, in via del Governo Vecchio, tra segreti, aneddoti, citazioni dotte, fraseggio verace e senza giri di parole sul sesso, che non possiamo però definire volgare ma schietto e salace come il teatro di Poli. Giovanni Pannacci scrive per il teatro, la pubblicità e il web e racconta Poli senza farne una vera biografia, superando così la diffidenza iniziale dell’attore.
L’autore ci conduce in questo viaggio che inizia nel camerino di un teatro prima dello spettacolo – il suo primo in contro con Poli – in smoking bianco, la base del guardaroba del fiorentino, quando inizia la conoscenza con l’attore, fino al suo grazie finale per avergli svelato che almeno nel suo caso le cose sono veramente come sembrano. Per Paolo Poli infatti il teatro non è una fuga, un artificio o una finzione ma il modo più autentico di vivere la vita fino in fondo e non annoiarsi. La noia è infatti per il celebre fiorentino il peggiore dei mali e far sorridere il pubblico, a volte anche scandalizzarlo e strattonarlo, costringerlo a guardarsi dentro specchiandosi nella scena, diventa il proprio modo di essere, di stare in mezzo agli altri, di dare un senso alla vita.
Si intuisce tra le pagine qualche nota di malinconia, ad esempio l’incapacità di una relazione stabile, forse un po’ l’insofferenza come verso un datore di lavoro, ma anche la mancanza di un figlio (con il tentativo fallito di un affido).
Il ritratto di Paolo Poli diventa un affresco sull’evoluzione della società italiana e del teatro: quando i capocomici spariscono e nascono i teatri stabili, il nostro attore crea una sua compagnia – dopo l’esperienza genovese quando nel ’58 Aldo Trionfo lo chiama per entrare a far parte della compagnia La borsa di Arlecchino. Qui, nei tre anni di permanenza, compie il grande salto e affina il suo stile personalissimo.
Mi pare che l’autore colga bene lo spirito del funambolo di Paolo Poli, quella capacità di tenere insieme e intrecciare l’altro e il basso come nella commedia della vita e come è riuscito a fare un altro grande fiorentino: Dante.
Interessante e indovinato a mio parere anche l’accostamento a Dario Fo, per il loro ruolo di mattatori, dissacratori, reinventori di generi antichi, un po’ cantastorie e un po’ giullari, di cultura raffinata e di spirito popolare, salvo che Dario Fo è uomo impegnato politicamente là dove per Poli il teatro con la sua lingua sottile e ironica “serve pia dissacrare che a fare rivoluzioni”.
Sullo sfondo gli incontri e le frequentazioni, a parte gli amori talora passeggeri, fuggitivi, fuochi improvvisi accesi dopo uno spettacolo e spenti all’alba nei boschi; mai un nome, un racconto più intimo però. Accanto la famiglia che perde presto con una mamma maestra montessoriana che predilige la lettura soprattutto anche quando si tratta di libri non adatti ai bambini, ai limiti della pornografia; l’affetto e la tenerezza dai quali è circondato e accettato in tutta la sua effeminatezza e la vicinanza fino all’ultimo con la sorella Lucia. L’infanzia trascorre in una società fascista che non ama anche se il suo spirito libertino e anarchico, antifascista, anticlericale, antidemocristiano – che gli procurerà non poche noi anche giudiziarie come lo spettacolo Santa Rita a Roma (dopo il debutto a Milano nel ’67 come ricorda Rodolfo Di Giammarco) – non convergono in una presa di posizione netta, da classico attore impegnato a sinistra, tipico di una stagione. Altra influenza è quella dell’ambiente religioso del quale gli rimarrà il fascino per la ritualità barocca, sontuosa, raffinata e popolare ad un tempo. D’altronde l’autore ci svela l’interesse, la conoscenza e la passione di Poli per la pittura, la scoperta del Barocco a Roma, ma anche all’opposto l’amore per un pittore essenziale come Giorgio Morandi, con le sua bottiglie e “fiorellini morti”, come diceva Poli. Paolo Poli che negli anni è stato percepito come l’ultimo erede di un teatro canzone di tipo faceto, di puro intrattenimento, con un gusto démodé che a dire il vero l’autore del libro non sottolinea, è presentato più come un artigiano raffinato del teatro che un cabarettista e uomo colto, iscrittosi al Ginnasio e poi laureatosi in lingue, insegnò per un periodo francese in un liceo fiorentino. Tra l’altro una curiosità: anche la sorella Lucia Poli ha insegnato nelle scuole, inglese, e lo so perché fece una supplenza a Ragioneria ai miei genitori.
Tra gli incontri della vita di Paolo Poli, l’amicizia, la complicità e le avventure con l’attrice Laura Betti; la frequentazione dopo la diffidenza che Pier Paolo Pasolini nutriva nei suoi confronti perché non era un intellettuale, il sodalizio con lo scenografo Luzzati e i maschi, i tanti uomini incontrati che gli sono piaciuti anche solo teatralmente parlando.
Nel racconto inframezzato da battute, disgressioni come quella sul teatro e sul valore del teatro che per Poli è solo riconducibile a farlo bene o male, ben poco teorico in effetti, scorre la carriera dell’attore. Pannacci non commenta, qualche volta raccoglie le fila del discorso e fa una sintesi, depurata dello sberleffo, però ci restituisce l’immagine di un uomo di successo, di grande notorietà eppure non premiato economicamente, anzi, che fino da anziano si trascinava sui treni le valige e che qualche volta si arrabattava. Nella sua carriera qualche fotoromanzo, qualche film – pur amando il cinema non amava farlo e forse non è si è trovato nel momento giusto per lo spettacolo e per quello che avrebbe desiderato – con l’esperienza di Cinecittà che gli ha insegnato molto; un po’ di televisione alla Rai anche se non è mai diventato un personaggio televisivo e poi tanto, tantissimo teatro, quasi sempre auto-diretto con la regia degli stessi costumi che si aprono una porta su un modo di fare teatro che non c’è più: un tempo l’attore doveva presentarsi con un suo guardaroba personale che era un investimento.

Siamo tutte delle gran bugiarde
Paolo Poli conversazione con Giovanni Pannacci
Giulio Perrone Editore, Roma
I edizione, giugno 2014
10,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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