Porci con le ali – La Compagnia (Firenze)

Scritto da  Lunedì, 16 Luglio 2018 

Nell’ambito delle iniziative per ricordare il Sessantotto – “Dieci anni in movimento 1968-1977 - non poteva mancare Porci con le ali, un libro, poi un film e quasi un manifesto sessuo-politico dell’adolescenza ai tempi della rivolta studentesca. Un film censurato e contestato che come il libro presenta una gioventù goffa e tutto sommato conformista incapace di essere davvero diversa ed originale, vittima della logica del gruppo e del privato che diventa pubblico. Una sessualità noiosa, esibita, in qualche modo subita come un imperativo al pari della sessuofobia della generazione precedente. Il film non vola ma è imprescindibile per conoscere quel periodo di grande confusione che mette insieme cose diverse.

 

Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti di un liceo romano è un romanzo scritto nel 1976 da Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, sotto gli pseudonimi di Rocco e Antonia (i nomi dei due protagonisti) e pubblicato per la prima volta da Savelli nello stesso anno. L’iniziale ambiguità dei personaggi nascosti dietro i nomi contribuì ad alimentare la curiosità e il mistero.
L'opera, tradotta in molte lingue, fece scandalo al momento della pubblicazione per il linguaggio triviale e il contenuto esplicito di situazioni intime nonché per la copertina disegnata da Pablo Echaurren, pop, divertente e a dire il vero spiritosa. Mentre il libro manca di ironia forse volutamente perché denuncia quella generazione e in qualche modo tutti i giovani adolescenti che si prendono troppo sul serio.
Sullo sfondo il disagio della condizione giovanile che è un concetto universale che oggi si chiama precariato, mancanza di ideali, mentre allora si manifestava nella non uguaglianza di accessibilità agli studi per i figli della borghesia e del popolo. Proprio i cosiddetti “figli di papà” si ribellano alle regole rigide restando però intrappolati nello stesso conformismo dei genitori anche se di senso contrario. Il titolo suggerisce la voglia di sognare ogni oltre credibilità, “se i porci avessero le ali”, come recita il titolo francese. Cosa c’è di più surreale? E infatti poi questi ragazzi cercano una materialità che è concretezza ma anche materialismo senza fantasia. L’immagine che il libro dà della sessualità è tutto sommato triste, annoiata, lontano da ogni trasgressione, da quell’elemento scandaloso che diventa intrigante. Il film non smentisce quest’atmosfera e in tal senso è fedele. I ragazzi sembrano marionette di un collettivo non bene identificato al quale non si può sfuggire: l’autorità paterna ha solo mutato indirizzo. E’ quella del gruppo ormai.
Si spogliano senza curiosità, senza corteggiamenti, ripetitivi nei loro gesti senza fantasia, nelle esperienze diverse che non sembrano mosse da reale curiosità ma dalla convinzione, personale o indotta poco importa, della possibilità e libertà di sperimentarsi quanto più possibile. La libertà-liberazione diventa un obbligo, perde il suo fascino in un ossimoro. Nel 1977 Porci con le ali diventa un film diretto da Paolo Pietrangeli – prodotto da Eidoscope S.r.l., Uschi S.r.l. e distribuito in Italia da Titanus - che a Firenze ha raccontato la genesi del film (105 minuti) con le musiche di Giovanna Marini col collettivo “Uso della voce” di Testaccio. Non piacque ai due autori che ritirarono le firme né al produttore Mario Orfini (il padre di Matteo Orfini del PD) ma questo piccolo film, costato solo 385 milioni di lire, ebbe un incasso di ben 4 miliardi, premiato dal pubblico. Quarant’anni dopo non è un film che si va a vedere per poterne parlare, perché è un’esperienza, perché è la testimonianza che nell’Italia dov’era appena stato approvato il divorzio, non ancora l’aborto e la legge Basaglia, si potevano dire parolacce – quell’assolo iniziale ancora al buio di una ragazza che ripete insistentemente “c…” – oggi suona perfino ridicolo se non fastidioso, forzato. Nel 2018 è la testimonianza di un atteggiamento degli intellettuali oltre che di un mondo, quello raccontato, dei collettivi, le occupazioni, le proteste e una voglia sguaiata di essere emancipati. Una scelta appare condivisibile tuttora, da parte del regista, di far recitare tutti gli attori con la propria voce a parte Lou Castel perché non conosceva bene l’italiano e fu doppiato da Marco Bellocchio, un omaggio al regista da parte di Pietrangeli. Interessanti le famiglie dei due protagonisti, che restano in secondo piano, in particolare la madre di lei, contraddittoria nella sua emancipazione intellettuale ostentata e nevrotica, tipicamente borghese e il padre di lui, logorroico ma con una forte coscienza critica, di una condizione sociale più modesta. Il film è stato definito drammatico e infatti la conclusione è il naufragio dei due giovani, dei loro sogni, vittime di un processo storico che ha calpestato i singoli.

Articolo di Ilaria Guidantoni

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