“L' Occasione” di Marco Baliani presentato al Teatro Filodrammatici di Milano

Scritto da  Ilaria Guidantoni Mercoledì, 02 Ottobre 2013 

La stagione 2013/14 del Teatro Filodrammatici si apre in azzurro. Non si tratta solo di un segno grafico che cambia ma di un’impronta che si richiama alla street art, al contatto con la realtà di confine e ad un’attenzione specifica per la cultura under 40 che quest’anno è protagonista con alcune giovani compagnie. Il tema dell’anno è costituito dalle identità, che superano l’impianto pur sempre classico degli anni passati, segnato da un arancione istituzionale ancorché ricco di energia. Da segnalare due ritorni importanti, a grande richiesta, grazie ad un successo che non ha soddisfatto tutte le domande degli spettatori: sono “La lettera” di Paolo Nani e “Duel”, una lotta all’ultima risata di Laurent Cirade e Paul Staïcu, musicisti eclettici. Inoltre in cartellone troveremo due lavori dei direttori artistici Bruno Fornasari e Tommaso Amadio, rispettivamente “Brutto” di Marius Von Mayenburg per la regia di Fornasari con Amadio nel cast; e “Mattia: A life-Changing Experience”, tratto liberamente da “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello, su testo di Fornasari che è anche nel ruolo di regista e con Tommaso Amadio. Per il resto l’impianto della stagione è confermato con i Concerti della domenica mattina e la manifestazione Con-testo a fine stagione, una formula singolare di performance di teatro-giornalismo che ha riscosso un alto gradimento, anche da parte della stampa. Apre la stagione, dal 15 al 27 ottobre “Che ci faccio io qui?”, drammaturgia e regia di Marco Baliani, debutto importante perché lavora con 14 ragazzi appena usciti dall’Accademia Filodrammatici.

 

  

Un lavoro, a detta dello stesso autore che abbiamo incontrato per il primo evento della stagione, la presentazione del suo libro, che vuole spiazzare il pubblico, gettare lo spettatore nell’inquietudine. La domanda che ispira lo spettacolo è tratta dai uno dei più noti libri di Bruce Chatwin, grande viaggiatore e narratore con il suo inseparabile Moleskine. L’autore lavorerà proprio sul corpo nella contemporaneità, ancor prima che sul pensiero, sul senso precario dell’esistere in un’epoca che è passata rapidamente, attraverso un ribaltamento quasi, dal corpo attivo del Fordismo degli Anni Settanta del Novecento alla “Milano da bere” (cito l’espressione di Baliani) del corpo edonistico che dura ancor oggi, dell’apparire e della percezione del mondo attraverso il confezionamento delle notizie dettate dal piccolo schermo.


Dopo la festa di inaugurazione seguita alla Conferenza stampa, primo incontro di quest’autunno con il pubblico la presentazione dell’ultimo libro di Marco Baliani, il romanzo “L’Occasione” edito da Rizzoli, raccontato insieme al giornalista Carlo Annese che ci ha proposto una lettura in parallelo con un’altra opera di Baliani, “Corpo di Stato” dedicato all’Affaire Moro.

 


L’Occasione
Uno stile essenziale per un libro quanto mai complesso è l’esordio di Carlo Annese nel presentare “L’Occasione”, sintesi dell’ostinazione del suo autore nella necessità di un confronto con gli Anni Settanta e la lotta armata. C’è, lo si intuisce senza aver letto il libro, molto del suo autore, quasi una confessione, un’analisi, anzi un’autoanalisi attraverso i protagonisti di quegli anni, anche se mediata dalla forma del romanzo. La vicenda si svolge tra l’aprile e il maggio del 2000 quando il figlio dell’autore ha 23 anni come il protagonista del romanzo, forse più di una coincidenza. E’ un romanzo di padri e figli, non solo di un padre e un figlio, non solamente una vicenda personale e familiare ma generazionale. Matteo, 23 anni, intraprende una ricerca sulle tracce di un padre, quel padre che pensava morto in un incidente stradale, questo almeno stando al racconto della madre, Marcella, insegnante di matematica.


L’occasione è fornita dall’incontro con un frate che nel suo delirio pensa di essere in ritardo, rivivendo l’antica ossessione di un altro personaggio che temeva di non arrivare in tempo per vedere San Francesco. A quel punto accade quello che Baliani definisce il miracolo in senso francescano, prima che religioso, la trasformazione totale di una persona grazie ad altre persone che si trovano vicine. In effetti si è in ritardo, di almeno vent’anni, stando all’epoca della vicenda, di almeno trenta rispetto all’uscita del romanzo. Ma cos’è questo ritardo? Il ritardo per raccontare e cercare la verità, rispetto al rapimento Moro del 1978 per Baliani, della vera paternità del figlio per Marcella. Tornando alla vicenda del romanzo, succede un clic nella donna che la porta – stando in gita ad Assisi con i propri allievi – a sentire l’urgenza di raccontare la verità al figlio. Il padre in realtà è stato ucciso in uno scontro a fuoco prima di una rapina nella quale lui stesso era o meglio sarebbe stato coinvolto. Lei a sua volta, anch’essa militante, si era accorta poche ore prima di essere incinta e non aveva avuto il tempo di rivelarlo al compagno (o forse non aveva trovato il coraggio).


Facciamo un passo indietro e seguiamo il percorso parallelo che ci ha proposto Annese con “Corpo di Stato sull’omicidio Moro” del 1998 (il libro nacque da uno spettacolo proposto sulla Rai il 9 maggio di quell’anno a vent’anni di distanza dall’accaduto). I temi allora abbozzati vengono delineati e trasfigurati in forma di romanzo. Cosa succede a Baliani tra i due libri? L’autore cerca la risposta intima alla domanda ‘Dov’ero io quel giorno? Cosa avrei potuto fare? Perché non sono riuscito a salvare nessuno dei miei compagni con i quali ho vissuto in una comune?’ E’ la consapevolezza e forse in parte il senso di colpa di essere in ritardo, come il frate del romanzo, che spinge Marco Baliani ad addentrarsi a ricostruire la storia di una generazione. Non per indignare nessuno, non per spiegare, né certo per giudicare – ci ha raccontato – ma per provare a capire e far rivivere le emozioni della passione, quella che oggi si è persa e quindi della compassione. Negli anni Baliani perde la voglia di stare in prima persona e racconta il “Come eravamo” con la distanza della finzione e la vicinanza delle emozioni di un vissuto sia pure immaginario. Quello che si chiede insistentemente è che cosa ha spinto una generazione a credere tanto nella rivoluzione, tanto da morirci e purtroppo far morire. Oggi Baliani non sta da una parte se non da quella dell’uomo, dell’ascolto, ma è convinto che ci voglia umiltà e un esercizio sincero per poter dire che a volte si sbaglia strada. Nessuno dei suoi personaggi e, si intuisce, dei suoi compagni di vita lo ha fatto. In fondo il libro ci lascerà un dubbio, per la stessa confessione dell’autore. L’autore sottolinea che l’idea di una rivoluzione permanente che vuol salvare tutti è puro delirio, è una fede cieca, pur restandone tuttora molto affascinato. Anche dalla fede è rimasto cammin facendo affascinato perché ha sostituito il senso del tragico - fa notare Annese - con un sostrato religioso e tutti i personaggi si chiamano con i nomi della “banda di Gesù” (uso ancora le parole di Baliani).


E’ un romanzo aperto, perché racconta della ricerca della verità che non è mai conclusa ed è un’indagine su se stessi e su un’intera generazione che non è riuscita a dare dei padri, degli esempi, un’autorità contro la quale lottare, rendendo i figli poco figli ma per questo incapaci di crescere, di sentire, di appassionarsi.


Sinossi Ci sono momenti in cui il passato ritorna e diventa impossibile ricacciarlo dove lo avevamo confinato: il tempo resta sospeso e pretende le risposte che gli abbiamo sempre negato. Per Marcella quel momento arriva tardi, quando la sua strada sembrerebbe già segnata: cinquant’anni, una vita tra i banchi di scuola e un figlio ventenne a cui non ha mai voluto raccontare la verità. Ma quel giorno, ad Assisi, quando un uomo si butta ai suoi piedi vaneggiando di un ritardo imperdonabile, Marcella sente che sta parlando proprio a lei. Perché il tempo è una successione di occasioni e a volte anche da un ritardo può scaturire un miracolo. Quando Marcella risale sul pullman con i suoi studenti, avverte come uno squarcio dentro di sé: la stessa sera decide di rivelare al figlio Matteo la vera causa della morte del padre. Sono trascorsi ventitré anni: quella rivelazione è destinata a cambiare la vita di Matteo e a fargli scoprire che la verità non è mai una sola. E che, come ci racconta Marco Baliani con la sua voce forte e unica, il passato può essere compreso solo con uno sguardo lucido e nello stesso tempo carico di appassionata umanità.


Marco Baliani, nato a Verbania il 17 febbraio 1950, è un attore, drammaturgo e regista teatrale italiano. Nel 1975 fonda la compagnia Ruotalibera con cui realizza alcuni spettacoli per ragazzi. A partire dagli anni Ottanta del Novecento scrive e interpreta show per un pubblico adulto. Con “Kohlhaas” (1989) inventa il teatro di narrazione, seguendo la strada aperta da Dario Fo con il Mistero buffo e di cui è tutt'oggi uno dei massimi esponenti insieme a Marco Paolini ed Ascanio Celestini. Seguono altri monologhi: nel 1998 ”Corpo di stato sull'omicidio Moro”; nel 2003 “Lo straniero” dall'omonimo romanzo di Albert Camus. Nel 2004 si è cimentato con il suo primo romanzo, “Nel regno di Acilia”. Tra i suoi spettacoli di regia si ricorda “Corvi di luna”, “Antigone delle città”; “Peer Gynt” e “Pinocchio Nero”, realizzato in collaborazione con l'ONG AMREF (African Medical and Research Foundation). Nel 1999 per il Festival del Novecento dei Cantieri Culturali della città di Palermo cura la regia de “La Crociata dei Bambini” - Ballata per canto e corpi con le musiche di Goran Bregović ed i bambini del coro delle voci bianche del Teatro Massimo. Nel 2002 il Teatro Massimo di Palermo gli commissiona la regia dell'opera “Ellis Island” con le musiche di Giovanni Sollima sull'epopea dell'emigrazione negli Stati Uniti. Il ruolo dell'interprete viene affidato - per la prima volta in un teatro lirico italiano - alla popstar Elisa. Nel 1994 ha vinto il premio IDI come regista, per lo spettacolo “Come gocce di una fiumana”. Sempre per il suo lavoro con i bambini ha vinto il premio Stregagatto nel 1993 con lo spettacolo “Piccoli angeli”. Nel corso degli anni ha anche lavorato come attore cinematografico con i registi Martone, Archibugi, Comencini, Roberto Andò e Saverio Costanzo. Nel 2002 con il figlio Mirto ha pubblicato la fiaba “Il signor Ventriglia” per un pubblico di bambini. Nel 2011 collabora alla realizzazione dell'opera teatrale “Terra promessa. Briganti e migranti”, ispirata alla storia del brigante lucano Carmine Crocco.

 

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Valentina Ludovico, Ufficio stampa Teatro Filodrammatici
Sul web: www.teatrofilodrammatici.eu

 

 

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