“Afropolitan” - Festival Internazionale delle Letterature, Roma

Scritto da  Mercoledì, 18 Giugno 2014 

Serata al Teatro Argentina di Roma
Sesto appuntamento del Festival Internazionale delle Letterature
Martedì, 17 giugno 2014

 

Tre testi inediti per un autore congolese attualmente residente a Los Angeles, Alain Mabanckou; un algerino a Parigi, Yasmina Khadra e un istrione italiano, Stefano Benni leggono tre brani inediti ispirati alla frase di Elias Canetti, ‘Ognuno ma proprio ognuno, è il centro del mondo’, scelto da Maria Ida Gaeta come fil rouge della manifestazione. Nessun egocentrismo, ma il recupero dell’uomo, della sua centralità, una riflessione sul senso dell’uomo in un mondo nel quale non c’è più il poeta e la profonda solitudine che ne segue di Khadra; il senso del mondo che diventa casa in questo villaggio planetario dove la migrazione si è trasformata in una condizione esistenziale comune, per taluni una scelta, di apertura, per altri purtroppo una necessità, come racconta Mabanckou; e ancora la terra dalla parte degli insetti e una critica feroce all’umanità che si sente superiore, ma che è dominata dall’alto dagli insetti su cui poggia i piedi nella performance fiammeggiante di Benni.

 

 

 

La colonna sonora dal vivo è dei percussionisti del Conservatorio di Santa Cecilia, diretti da con tamburi, xilofoni e metallofoni che mi hanno divertita con un’esibizione elegante anche se con una certa freddezza forse voluta. “Afropolitan” racconta il dialogo di identità plurali di due ‘africani’ urbanizzati in Europa e un istrione italiano che dalla sua Bologna, sceso nella Capitale, fa un viaggio inverso, direzione natura, quella che più disprezziamo, scacciamo, schiacciamo e cerchiamo di prendere in trappola: il mondo brulicante degli insetti.


E’ Yasmina Khadra, algerino residente in Francia e scrittore francofono, il più letto e tradotto al mondo in lingua francese, attualmente sulla scena – che ho avuto la fortuna di intervistare dopo la conferenza stampa – ad aprire le danze. Con il suo brano dal testo inedito “La grande solitudine”, racconta il dolore e lo smarrimento di un uomo, di se stesso e dell’umanità in generale in una passeggiata parigina. E’ la metafora dell’inaridimento dell’uomo in una società dove non ci sono più poeti, inconcepibile per Yasmina che dell’impegno ha fatto la sua vocazione e ricorda la passione per Neruda e per l’impegno civile che affascinava i cadetti algerini – è stato ufficiale dell’esercito – più delle rime melodiose. Per chi ha scelto di scrivere per dare voce a chi non ha diritti continua a scrivere con la forza della disperazione. Anticipando in esclusiva per SaltinAria un breve passaggio della mia conversazione con l’autore algerino che mi ha promesso di accompagnarmi, la prossima volta che sarò in Algeria, ad Orano – la sua città che fu anche di Camus – che sarà raccolta nel mio prossimo libro sull’attualità algerina, mi ha raccontato che “non necessariamente uno scrittore è un superuomo né un maestro di vita. Semplicemente io – non ho un messaggio – cerco di capire l’epoca nella quale vivo e la storia del mio Paese che dev’essere riscritta con onestà per comprendere l’uomo”. E come romanziere lo fa in francese, “una lingua che mi ha conquistato a 14 anni e che si sposa bene con la mia sensibilità. Ma io non scrivo nel francese di Francia, scrivo di un francese che risente della coloritura del mio patrimonio arabo ed è per questo che i lettori francofoni mi amano molto”.


Il mondo è la mia casa” sembra il titolo di un manifesto dell’autore congolese di Brazzeville, Alain Mabanckou, che ha passato gran parte della sua giovinezza in Francia e ora insegna all’Ucla a Los Angeles. Alain si sente a casa ovunque in questo grande villaggio planetario che è diventato il mondo dove ognuno costruisce la propria capanna e cerca di innalzarla il più possibile. La lettura consente una comunicazione che assomiglia ad un transfert perché ogni lettore assume la nazionalità del libro che legge e quindi Mabanckou si sente italiano per Giacomo Leopardi, Dante Alighieri e Dino Buzzati (quest’ultimo molto citato dagli autori del Maghreb e dell’Africa francofona Nord occidentale). Il tema centrale è quello dell’emigrazione come apertura, possibilità per cui la visione delle cose non sia fissa, ma si modelli secondo un’identità plurale anche nella lingua e il riferimento è soprattutto alla corrente della migritude come dimensione della società che si fa strada negli Anni ’80.


Conclude la serata Stefano Benni con “Il carnevale degli insetti”, lettura semi scenica pungente per l’appunto, irritante, a tratti esilarante. E’ una satira all’umanità, a quell’aria ebete di superiorità e arroganza, fatta di esseri troppo occupati da ‘pensieri’ alti per occuparsi degli insetti, creature infime. Il racconto è tutto dall’altra parte, dall’angolo di visuale della blatta, del ragno – che è il cattivo della specie, almeno per lo più – della bella falena e così via. Gli insetti sono studiati, catalogati, raccontati e ‘decisi’ dall’uomo che ha scritto la Bibbia, il Corano, i trattati di entomologia. Gli uomini vogliono salvare gli insetti e in questo progetto gli insetti sono solidali, di fronte a quella terra violata, bombardata, surriscaldata, ma alla fine sono gli insetti a riprendersela esautorando l’uomo che si mostra indegno. Istrionico, Benni gioca con il pubblico e la sua lettura scoppiettante diventa un affresco brulicante e vagamente inquietante.


Grazie a Patrizia Morici - Zètema Progetto Cultura


Articolo di Ilaria Guidantoni

 

TOP