Velasco Vitali. Foresta Rossa, 416 città fantasma nel mondo

Scritto da  Daniela Cohen Domenica, 21 Luglio 2013 

C’è una mostra imperdibile alla Triennale di Milano, dal 17 luglio fino all’1 settembre, intitolata "Foresta Rossa, 416 città fantasma nel mondo". L’autore è un pittore che continua a diventare sempre più celebre in modo assolutamente silenzioso, Velasco Vitali. Nato nel 1960, già dal nome si capisce che non poteva essere uno qualunque. Ha avuto un padre che amava dipingere e ha conosciuto Giovanni Testori da ragazzo, quando il grande letterato collaborava col Corriere della Sera, scriveva libri, scriveva per il teatro e pure dipingeva. Quanto il grande uomo lo abbia ispirato non è dato sapere, ma questo è l’unico nome ad apparire nella sua biografia. Ho visto anni fa in un filmato le opere di Vitali, dei ritratti giganteschi eseguiti con tecniche fuori dall’ordinario ma incredibilmente somiglianti all’originale vivente, per quanto il più discosto possibile dalla precisione fotografica, se rendo l’idea. Velasco è di quelli che riescono a trasferire su una superficie piatta le emozioni e i pensieri, l’intrigo di una personalità e i sentimenti quasi più dell’immagine in sé. Poi ha cambiato genere e si è dedicato a opere enormi, le cosiddette installazioni, su colline, montagne, dentro a un lago, cose fatte con materiali pesantissimi o leggeri, spesso richiedenti mezzi straordinari solo per il montaggio, così da farsi inevitabilmente notare quando le opere restano esposte a un pubblico sbalordito. E ora è tornato alla pittura.

 

 

 

Velasco Vitali. Foresta Rossa
416 città fantasma nel mondo
17 Luglio. 1 Settembre 2013.
Triennale di Milano

 

 

SuakinEntrare nelle due sale disposte al primo piano della Triennale significa tuffarsi in un improvviso sogno a occhi aperti. Se si guarda il catalogo, si scopre che i nomi dati a ogni opera corrispondono a luoghi realmente esistenti, in passato: si tratta di città costruite e abbandonate dall’uomo a causa di cambiamenti climatici, politici, economici o a seguito di disastri. Ad esempio c’è Ayutthaya, un luogo situato su una montagna che i buddisti e gli induisti consideravano sacra, fondandovi una cittadina nel 1350 di cui sono rimaste bellissime architetture in disfacimento, come cattedrali spirituali abbandonate. Oppure l’immagine di Kolmanskop, con un’opera costituita da un foglio di carta e inchiostro in una sala mentre nell’altra, che accoglie le grandi tele realizzate ad olio o con altre tecniche, c’è una tela in acrilico: si vede forse un carro abbandonato nel deserto namibiano, incagliato ma il foglio di carta come pure la tela raccontano di una porta sommersa da dune sabbiose, aperta a mostrare dietro a sé altre porte aperte, sommerse tutte da altra sabbia. Un’immagine che sconfina nel trascendente.
E poi c’è Suakin, città fantasma del Sudan costruita su un isolotto tondo circondato dal Mar Rosso, dove un tempo passavano tutte le rotte dei commercianti, così che quel luogo si ritrovò al centro di un piccolo mondo benestante finché è cambiato tutto e questa fiorente cittadina fu pian piano abbandonata. E che dire di San Juan Parangaricutiro, dove il nome affascina quanto l’immagine solo abbozzata con inchiostro su carta, poi ovattata da umidi tocchi di pennello.

KolmanskopDecido di intervistare l’artista per voi, il modo a mio parere migliore per capirlo di più, e nel giro di 24 ore ecco cosa mi ha raccontato.
Crede che le sue nuove opere rappresentino la fine dell’ urbanizzazione, la morte lenta dell’umanità che lascia tutto all’autodistruzione o altro?
Non mi permetterei mai di aggiungere qualcosa - risponde dopo diversi secondi di esitazione -, credo che il linguaggio della pittura sia definito e definitivo e al contempo misterioso. Se fosse un linguaggio preciso si chiuderebbe lì il problema, ma per fortuna la pittura è un veicolo verso la visionarietà. E’ una grande possibilità per chi la fa e per chi la guarda.
Quindi è solo un modo come un altro per esprimersi?
Alla presentazione in Triennale ho ricordato una domanda che da giovane avevo fatto a mio padre, come ad altri pittori: ‘Ma quando vai in studio e non sai che cosa dipingere, cosa fai?’ E' una vera e propria battuta perché chi sente questa necessità ha solo due modi: fare come Morandi e ogni giorno raccontare la pittura con delle bottiglie per narrare una certa linguistica. Ma io non ci penso neppure a paragonarmi a Morandi e ho scelto una strada opposta: quella di non accontentarmi mai di un soggetto. Tutto è una scusante purché diretta e relativa, per trovare modi di ridurre qualcosa a pittura e semplificare la questione.
Perché ha scelto questi soggetti?
Tutto è affascinante, anche la ricerca durata cinque anni delle città abbandonate. Ma il fatto è che a me tutto serve a favore della pittura, per trovare nuove immagini in testa, da realizzare. Quindi faccio il diavolo a quattro per inventarmi delle visioni; penso che non si possa farne a meno. Mi sento quasi di darlo come consiglio. Ci sono forse tanti modi al mondo per sganciarsi dalla realtà… un mio curatore si era permesso di usare nella sua introduzione a un catalogo questa frase virgolettata ‘la pittura come via di fuga’ tratta da una mia intervista. Lo credo davvero.
San JuanForse vuole superare la realtà ma non crede che delle foto di questi luoghi, abbinati alle sue opere, avrebbero reso ancora più belli gli acquarelli e gli olii?
Sganciarsi dalla cronaca è quanto volevamo, ecco perché le foto che in realtà c’erano, le abbiamo scartate all’ultimo momento.
Ma lei è andato per davvero in giro per il mondo a vedere tutti questi posti?
No. Volevo presentarmi con calma a questa, che è la nuova fase del progetto, ovvero girare per il mondo per comparti geografici e toccare dal vero, in faccia, i luoghi e vedere a che risultati porterà questo viaggio. Per il momento, anzi forzatamente, non ho voluto muovermi: tutto il viaggio l’ho fatto in rete. Ho visto tantissime foto e immagini per poi elaborare immagini mie di fantasia. Credo che un artista debba nutrirsi di questo. Ha un problema poetico, deve nutrirsi di visioni, da dove arrivino non importa, l'importante è che abbiano una forza in relazione con la verità che un artista si porta dentro, che abbiano una autenticità, un correlato… le intenzioni e la poetica non sono un fatto puramente astratto.
Crede che vada cercando da sempre soluzioni a questo tipo di interrogativi?
E’ una domanda che mi sono posto anch’io e sì, sono sempre stato così. Ho scoperto che avevo già fatto una mostra, ‘Paesaggi Cancellati’, nel ’90 e i ‘Fatti’ dell ’87, tre anni di lavoro in Valtellina, dopo le alluvioni. Ero legato a quei luoghi perché ci avevo fatto il liceo e a me meraviglia lo stupore romantico che provo per la forza della natura, che è più grande di tutto e provoca visione, sublime e quel senso lo provo ancora. Allora parlavo di senso etico della pittura e forse non sapevo bene dove andavo a parare. Ora so che è la testimonianza della nostra vita: è una mia ambizione praticare questo.

 

 

Articolo di: Daniela Cohen

 

 

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