“The act of killing” di Joshua Oppenheimer al Milano Film Festival 2013

Scritto da  Caterina Paolinelli Giovedì, 19 Settembre 2013 

La singolare opera dello statunitense Joshua Oppenheimer sbarca al Milano Film Fest 2013. Un particolare documentario che ha per protagonisti alcuni assassini facenti parte degli squadroni della morte indonesiani che sterminarono orde di persone negli anni ’60 per “difendere” l’Indonesia dall’invasione comunista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

THE ACT OF KILLING
regista Joshua Oppenheimer
produzione Final Cut for Real
produttore Signe Byrge Sørensen
distribuzione I Wonder Pictures
musiche Elin Øyen Vister
montaggio Niels Pagh Andersen, Janus Billeskov Jansen, Mariko Montpetit, Charlotte Munch Bengtsen, Ariadna Fatjó-Vilas Mestre
fotografia Carlos Arango de Montis, Lars Skree
sound editor Gunn Tove Grønsberg, Henrik Gugge Garnov

 

 

Il regista ci accoglie in sala e presenta il suo lavoro. Ci avverte che durerà 2h e 40’ pregandoci di restare fino alla fine perché solo alla fine, nei titoli di coda, c’è la risposta a tante domande che sicuramente ci faremo (dice lui) nel corso della visione.
Questo lavoro è per Oppenheimer un’indagine sulla natura umana. Al centro della storia questi assassini, boia, che negli anni ’60 sono stati responsabili di un vero e proprio eccidio da parte degli squadroni della morte (ne erano i leader) contro gli oppositori al regime, i “comunisti”. Il regista propone loro di girare un film che parla delle loro “gesta”.


Così partiamo per un viaggio quantomeno singolare. Frequentiamo per il tempo preannunciato, decisamente troppo, questo manipolo di persone; perché sì, anche loro sono esseri umani (nel senso più generico del termine) che si pavoneggiano, letteralmente, e con vanto riproducono le azioni abominevoli compiute. In alcuni momenti il regista vuol mostrarci il loro lato umano: uno di loro dice che è costretto a fare abuso di alcool e droghe per distrarre la mente che lo riporta di fronte a “certi occhi”, che gli fa sentire ancora “certe grida”, che gli fa ricordare l’odore forte del sangue. E va bene, anche loro hanno una coscienza e quindi? Avere una mano non vuol dire saper disegnare per esempio. Avere un cuore non basta perché quel cuore sia indirizzato verso la giustizia. Questo tentativo di far vedere il lato umano di assassini che sono fieri di essere tali, è forzato e per certi aspetti anche dannoso. E’ una ricerca disperata quella di voler trovare del buono là dove non c’è più o è troppo seppellito dai cadaveri per emergere.


Certo, qui potremmo aprire il “dibattito dei dibattiti” sulla giustizia e sull’opinione storica di cui
uno di loro furbescamente parla, sottolineando il fatto che è scritta sempre dal punto di vista dei vincitori che automaticamente sono i buoni. Ci sono fatti però non troppo opinabili come i milioni di morti e le loro famiglie rimaste a testimoniare. La storia ha la sua trasparenza se si ha il desiderio di andare un attimo più a fondo e ricercare. Se non ci si accontenta di quello che sembra, la vita ci riserva le più grandi soddisfazioni.


Tornando qui, a questo progetto, si perde il desiderio di guardarlo dopo un po’. Sarà chiara a tutti l’impossibilità di immedesimarsi con queste persone, lo vogliamo sinceramente sperare. Sale un po’ di giudizio, ma in verità neppure così forte, siamo ben oltre il mettersi a giudicare queste persone. Forti invece sono i conati di vomito magari e le lacrime. Se non si sta attenti, durante la visione di “The Act of Killing” si può essere colti da un attacco di panico, chissà se per la consapevolezza della durata o se per quello che si legge nei sottotitoli.


Le immagini sono brutte, di qualità molto bassa. Sui protagonisti credo non si possa aggiungere altro. La storia c’è da chiedersi se sia degna di essere raccontata in questi termini. Forse si è perfino fatta un po’ di confusione su cosa sia un documentario, genere piuttosto diverso dal reality show. Perché dobbiamo seguire la creazione del film che narra le gesta sanguinarie di questi vecchietti disperati mezzi tossici e alcolizzati? Marci i loro denti, marcio ciò che dicono, tutto puzza di morte. Che indagine è fatta in questo modo? Loro si credono importanti, si sentono bravi e il fatto che qualcuno voglia raccontare la loro storia, li fa sentire quasi degli eroi. Non ci sono parole. Unico posto per queste persone? Il carcere e non certo il grande schermo. I lavori socialmente utili, di sicuro, non i set cinematografici o le interviste durante il “trucco e parrucco”.


Si esce dalla sala stanchi e consumati, senza avere in tasca alcuna risposta. C’è da dire solo che chi uccide non merita celebrazione di nessun tipo. Né con occhio critico né per cronaca né niente di tutto questo. Chi viola la vita di un altro essere umano (ne basta uno solo) deve passare tutta quanta la sua a ripagare.

 

 

Passaggi al Milano Film Festival
14-09-2013 20:30 / Triennale - Teatro dell'Arte
15-09-2013 14:30 / Triennale - Teatro dell'Arte

 


Articolo di: Caterina Paolinelli
Grazie a: Valentina Calabrese, Ufficio stampa Milano Film Festival
Sul web: www.milanofilmfestival.it

 

 

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