Il Teatro Sociale di Como, uno spazio da vivere

Scritto da  Lunedì, 18 Gennaio 2016 

Il Teatro Sociale di Como, accanto al Duomo, è una realtà importante per la città e anche di riferimento nel mondo del teatro da sempre ma è soprattutto uno spazio multifunzionale da vivere, soprattutto oltre gli spettacoli. Questa la scommessa del Direttore che ci ha fatto da guida per un a visita dietro le quinte.

 

L’occasione per conoscere il Teatro Sociale di Como è stato l’incontro organizzato dal Lions Club di Cernobbio del quale è uno dei soci fondatori lo stesso direttore del teatro, Francesco Peronese, guida d’eccezione e del presidente del club, la giornalista Antonella Donia.
«La mia scommessa, ci ha raccontato il direttore, quando ho preso in mano il teatro che rischiava la chiusura, è stato di renderlo uno spazio vitale e aperto perché un teatro non dev’essere uno spazio chiuso, aperto a tempo determinato e riservato agli spettacoli; dev’essere un luogo di incontro e scambio con la cittadinanza. In questo senso il mio prossimo progetto è la realizzazione di una fondazione tra l’ente gestore e l’ente proprietario.»

La particolarità di questo teatro, costruito in soli 4 anni dal 1809 al 1813, è la realtà della società dei palchettisti, preesistente al teatro stesso. Questa società nacque nel 1764 per volontà di una trentina di famiglie nobili comasche, quali gli Odescalchi, i Raimondi, i Guaita, i Pallavicino che fecero domanda di uno spazio ad uso e consumo della zona. Mal sopportavano infatti di dover arrivare a Milano per vedere gli spettacoli. Fu concesso loro il Broletto in comodato d’uso come si legge nell’atto costitutivo della società, del 7 giugno del 1764, firmato da un certo Josef Gorini con l’imprimatur di Maria Teresa d’Austria. I palchetti al Broletto furono in legno e resistettero per una cinquantina d’anni quando poi la concessione fu revocata in cambio dei ruderi del vecchio castello del Cinquecento dei Rusca, con una sorta di permuta. Fu così che in soli quattro anni si costruì il nuovo teatro, inaugurato il 28 agosto del 1913 con l’opera “Adriano in Siria” di Giovanni Battista Pergolesi. Il teatro ebbe un’attività di buon livello tanto che fu citato anche da Stendhal con plauso. Nel tempo poi ebbe fortuna alterna e nel Novecento, nel 1933, durante il Fascismo alla facciata posteriore fu addossata una torre in cemento che ne deturpò l’aspetto e che vi è rimasta fino al 2006. Purtroppo non è stata facile la demolizione perché la Soprintendenza la considerava in ogni caso un manufatto di valore architettonico se non altro in termini di testimonianza. Quanto all’attività, fino agli anni Ottanta del Novecento, si dimostrò vivace mentre successivamente fu allestita una cabina di regia per la proiezione di film e il teatro venne usato principalmente come cinema.
Con la nuova gestione il teatro ha ripreso gradualmente la sua verve, a cominciare dall’arena che è stata riattivata e inaugurata con i “Carmina Burana”.

All’ingresso del teatro il busto di Giuseppe Cusi, progettista del teatro, fatta eccezione per la facciata posteriore di Luigi Canonica, donato dalla poetessa, scrittrice e saggista Carla Musa Porta, di Como, donna di cultura, morta a cent'anni nel 2012, fedelissima del teatro, della quale era il bisnonno.
Visitando le sale si incontra un altro busto, quello di Giuditta Pasta, nota cantante lirica di Blevio, nel comasco, che ebbe una storia d’amore con Vincenzo Bellini, personaggio sentimentalmente alquanto irrequieto. Tra le particolarità del teatro, con arredi d’epoca, molti dei quali recuperati e, dove non è stato possibile, ricostruiti con tappezzerie originarie, il velario dipinto che viene calato al posto del sipario solo per le prime perché prezioso e complesso da conservare. La grande tela di Alessandro Sanquirico, pittore che ha lavorato molto alla Scala di Milano come scenografo – Il Rossini della pittura scenica come recita il titolo di un libro a lui dedicato – ritrae l’eruzione del Vesuvio con Plinio il Vecchio morente e Plinio il Giovane che aiuta la popolazione a fuggire la furia del vulcano con delle imbarcazioni. Il percorso si snoda tra camerini ancora allestiti con gli arredi originali e le foto storiche, le molte sale di prova – tra le quali voglio segnalare la sala di danza e palestra che ospita gratuitamente delle scuole di danza esterne – la sala bianca affrescata; la sala turca detta così per la decorazione a losanghe verdi e, infine, la sala dello zodiaco interamente dipinta che probabilmente nel giro di due anni sarà restaurata. Suggestivo il percorso in un sali e scendi che sembra un labirinto, dal palco reale, ai palchetti, al palcoscenico, fino alla buca per l’orchestra per poi cominciare un viaggi dietro le quinte e nei luoghi non visibili né visitabili normalmente del teatro: il boccascena, fino al sotto tetto che pare una cattedrale del nord. Un modo diverso di vedere il teatro e anche di viverlo.

Articolo di Ilaria Guidantoni

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