Residenza d’artisti nel Mediterraneo – Hotel Hasdrubal Thalassa (Yasmine Hammamet, Tunisia)

Scritto da  Mercoledì, 25 Aprile 2018 

Dal 15 al 30 aprile la zona turistica di Hammamet in Tunisia diventa un laboratorio delle arti con la prima edizione di Hammamet Ville de Lumières, Rencontres de L’Art et la Culture Vivantes, un modo per promuovere un dialogo tra persone di paesi diversi in un momento difficile per il Mediterraneo nel quale l’arte può giocare un ruolo importante rivendicando anche l’opportunità di diventare un’attività professionale. Per la Tunisia, che ha un piccolo mercato culturale sia in termini di numeri per attrarre investimenti, sia di organizzazione, al di là dei singoli talenti, è un’occasione doppiamente preziosa. I 20 artisti invitati lavorano sul posto lasciando la propria opera ispirati dal luogo e dallo scambio di idee e anche di tecniche in uno spazio condiviso.

 

All’hôtel Hasdrubal Thalassa Yasmine Hammamet è stata organizzata la prima edizione del simposio Hammamet, Città delle luci, incontri dell’arte e della cultura viventi, con la presenza di 20 artisti sotto la direzione artistica di un noto pittore tunisino residente a Parigi, Ahmed Hajeri, curatore della rassegna con l’obiettivo di favorire il dialogo nel Mediterraneo attraverso la mediazione del linguaggio universale dell’arte e sostenere il sogno dei giovani che spesso anche sulla sponda nord è oggi considerato più che mai irrealizzabile. Dal 15 al 30 aprile sono stati programmati dei laboratori creativi di scultura con l’italiana Antonella Tiozzo che abbiamo intervistato che ha scelto di lavorare sul tema dei Lotofagi; di pittura con artisti provenienti dal Bangladesh, dalla Tunisia, dalla Francia e dalla Siria; di calligrafia con calligrafi della Tunisia e della Francia, in particolare Claude Mediavilla; del disegno artistico con autori del Marocco, della Tunisia e della Francia come Madeleine Froment che ci ha raccontato il suo racconto affascinante sul corpo; e, ancora, di incisione con rappresentanti tunisini e giordani; di street art con Thomas Dechoux, che ha portato l’esperienza francese consolidata in una terra che si è aperta a questa forma d’arte solo con la rivoluzione; di fotografia con Marianne Catzaras, “greca di Tunisia”. All’interno della manifestazione anche momenti di incontro, tavole rotonde, corsi e seminari e visite presso le scuole di belle arti tunisine dove gli allievi hanno fatto presenza la carenza di attività pratica.
L’idea e il progetto di questo simposio sono di Wided Othmani, giornalista tunisina che si è trasferita in Francia, dove attualmente vive e lavora, sei mesi dopo la rivoluzione del 2011. Corrispondente della Radio Culturale Tunisina a Parigi, è presidente oltre che fondatrice dell’associazione culturale Chemins Croisés des civilisations, che ha realizzato il coordinamento di questa residenza di artisti.

Wided Othmani, l’arte laboratorio di idee
Ci racconta com’è nata quest’avventura?
“L’avventura è cominciata nel 2014 quando ho dato vita, con alcuni amici tunisini e provenienti da altri paesi ma residenti in Francia, all’associazione culturale per dar voce a quel vuoto comunicativo che come stranieri abbiamo avvertito.
Non conoscevo l’attività dei simposi ma quando degli artisti che avevano partecipato ad un’esperienza collettiva in Marocco me ne hanno parlato, l’idea mi è piaciuta e mi sono lanciata in quest’avventura assumendo l’incarico della comunicazione e delle relazioni con la stampa francese, tunisina e con le istituzioni sponsor della manifestazione: l’hotel Hasdrubal Thalassa di Yasmine Hammamet, le main sponsor, il Ministero del Turismo e dell’Artigiananato Tunisino, l’Ambassciata di Tunisia in Francia, il Cnsolato di Tunisia a Parigi, la Delegazione Tunisina presso L’UNESCO, la Delegazione Tunisina presso l’OIF, l’ONTT Paris, Tunisair Paris e il Ministero degli Affari culturali tunisino.”

Qual è l’obiettivo del progetto?
“Riunire artisti di discipline diverse favorendo il dialogo tra le arti e tra persone di paesi diversi per creare anche delle amicizie e una circolazione di idee oltre lo scambio più tecnico in termini di lavoro artistico, proprio perché partire dall’arte per creare comunicazione è più semplice che dalla letteratura, cinema o teatro dove ci sono barriere linguistiche o anche da simposi filosofici e politici. In questo modo si attraggono più facilmente anche le persone del luogo, non addette ai lavori, i bambini ad esempio e si promuove una fruizione dell’arte e delle emozioni condivise in modo immediato e ricreativo con un’educazione della comunità.”

Anche la scelta del luogo non è casuale.
“All’inizio mi sarebbe piaciuto che il festival si svolgesse sull’isola di Djerba seguendo il progetto realizzato nel 2014 di Djerbahood, una residenza d’artisti internazionali, promossa per un mese dalla Galeria d’arte di Parigi Itinerrance con un partner tunisino, Mehdi Ben Cheikh, che ne gestisce la filiale a Tunisi – mostra sulla quale abbiamo scritto su Saltinaria - per rivitalizzare con la street art una parte dell’isola abbandonata. Il risultato è stato al momento molto valido ma poi non è rimasto che un insieme di muri dipinti per intrattenere lo sguardo dei turisti. Io vorrei che invece fosse un laboratorio che dia continuità nel tempo. Tra l’altro a Djerba non ho incontrato il sostegno degli atelier. Ad Hammamet invece ho trovato molto più consenso e ho scelto questo hotel perché il proprietario con la sua collezione di pittura e disegni, quasi duemila opere, è una persona vicina all’arte e anche un sostenitore soprattutto dei giovani e dei nuovi talenti. Raccoglie infatti parte autori celebri della Scuola Tunisina dei primi decenni del Novecento – che annovera tra gli altri Moses Lévy, Hédi Turki, Yahia Turki, Abdelaziz Gorgi – ma anche molti contemporanei tunisini e iracheni.

Qual è la finalità del suo progetto se lo guardiamo nel tempo?
“Dare continuità a questi incontri e spero già di proporre un’edizione autunnale a ottobre prossimo ma vorrei cambiare formula, per non dipendere totalmente nei tempi e nella programmazione dagli sponsor cercando anche una via di autofinaziamento che rappresenti un messaggio per cui l’arte è in grado di auto sostenersi.”


Il giardino degli artisti
Una storia a lieto fine, Ahmed Hajeri
La storia del curatore del Simposio è un esempio di come l’arte possa rappresentare una finestra sul mondo e una possibilità di affermarsi professionalmente coltivando un sogno. Ahmed Hajeri è nato nel 1948 in un piccolo villaggio del Nord del Paese vicino a Cap Bon, il “dito della Tunisia”. Figlio di una famiglia semplice, non si era mai interessato all’arte perché in quegli anni, come ci ha raccontato, solo la borghesia poteva permettersi il lusso di questo genere di studi e frequentazioni, almeno da queste parti. Con un diploma di elettricista risponde all’annuncio di un quotidiano che cercava un disegnatore tecnico. L’incontro con un capo illuminato gli ha cambiato la vita perché il suo datore di lavoro lo rimprovera di non saper far bene il proprio lavoro ma quando scopre degli schizzi del ragazzo su fogli di carta appallottolati e gettati nel cestino, disegni di fantasia, ne intuisce il talento. Lo rimprovera bonariamente di non essere consapevole delle proprie capacità e, soprattutto, di non sfruttarle. Ahmed comincia a studiare da autodidatta e sarà scoperto a livello artistico dall’architetto Roland Morand che lo presenta a Jean Dubuffet che gli raccomanderà di dedicarsi alla pittura. Così indirizzato e sostenuto da un artista di peso internazionale, si forma trasferendosi nel 1974 a Parigi dove tuttora risiede. La sua arte, tra lo stile naïf e il surrealismo, inspirato in qualche modo al mondo dei sogni di Marc Chagall, è esposto a livello internazionale e delle sue opere sono nelle collezioni del Museo d’Arte Moderna e all’Istituto del Mondo Arabo di Jean Nouvel di Parigi, nel Museo di Seul e di Tunisi. Nel 1986 è stato insignito del Gran Premio Nazionale della Pittura in Tunisia.

Marianne Catzaras, greca di Tunisia
Ho incontrato quest’artista, fotografa, “una greca di Tunisia”, nata nell’isola di Djerba da genitori greci, dall’identità plurale, la cui casa è un porto, chiasmo di popoli e di lingue, due anni fa a Livorno in occasione della mostra “Oltre il velo” recensita anche per Saltinaria.
La sua arte accoglie l’identità plurale oltre l’incertezza e le barriere della parola, così dalla scrittura è passata a fotografare la realtà quotidiana e il disagio in un continuo entrare e uscire dall’interiorità all’esterno e viceversa. Marianne canta il Mediterraneo, spesso accompagnando le proprie immagini con dei versi, convinta che il suo Paese, non la sua unica patria, sia un mosaico che rappresenti bene la varietà e la ricchezza di un mare oggi troppo mosso.
Per capire quest’artista figlia del Mediterraneo è importante conoscerne la storia.
"Le origini sono parole che rassicurano e spaventano. Origine, memoria, origine trasmessa o ben predestinata, che ci aspettano e ci precedono in una lingua, una musica e le nostre origini sono incise dentro prima ancora di prendere una forma consapevole. Il mio sono le dodici isole dell'Egeo dove si predilige il commercio di spugne da dove vengo: il Dodecaneso. Anche i miei genitori sono isolani e mi hanno trasmesso il senso della vita come un viaggio perenne tra volti e lingue diverse e la mia patria è un porto da dove partire e dove attraccare, non un luogo dove stare ferma. Personalmente sono figlia della comunità greca della Tunisia, ho frequentato la chiesa dove ho imparato il greco e mi sono ritrovata alla scuola francese in un particolare momento della mia vita in cui ho sentito il bisogno di ricostruire la mia identità; costruirla e trovarle una casa. La scuola che riuniva tutte le comunità era un magnifico birrificio. Credo nella diversità, nella condivisione, nel mescolare le tracce. Sono quindi una figlia della diaspora greca anche se i greci non sono fuggiti da nessuna tragedia politica; al contrario, erano animati dallo spirito del viaggio e dalla volontà di scrutare i mari: l’Odissea in fondo è la metafora del Mediterraneo”.

Sei nata dalla scrittura e poi sei passata alla fotografia essenzialmente. Su quali soggetti è centrata la tua attenzione?
“La fotografia mi è sembrata ‘meno rischiosa’ dell’affrontare l’indicibile della poesia. Ho così iniziato a fotografare il mondo materiale, il Mediterraneo dei vicoli caldi dove ho coltivato fiori, il giardino della chiesa greca dove nuotavano piccoli pesci rossi in una vasca di acqua stagnante, al di fuori la città araba e musulmana brulicava di vita, di rumori. Mi sono in qualche modo rifugiata nell'immagine e nella carta della fotografia. Non ho fatto nessuna scuola d'arte, ho seguito la scuola della strada, dei set cinematografici, perché la mia famiglia operava nell’ambiente del cinema e ho conosciuto altre persone disponibili, sono stata la studentessa di Edouard Glissant. Ho fotografato la strada, le minoranze, le persone sofferenti, dei ritratti quotidiani mentre viaggiavo, e poi ho messo in scena il mondo interiore che indossavo. Ho continuato a solcare festival di poesia e incontri fotografici. Ho esposto, lavorato per festival di fotografia, ho animato dei laboratori. Un percorso si costruisce giorno per giorno, è fatto di incontri, proposte, progetti, sogni, inviti, viaggi, riflessioni, domande, determinazioni.

Su cosa hai scelto di lavorare ad Hammamet?
“Ho lasciato il colore e ho focalizzato il mio sguardo su particolari di muri abbandonati, di giardini oscuri, fogliame, scorci di vicoli, senza il grand’angolo, la distanza, la voglia di cogliere l’insieme. Sono dettagli di questo luogo fatto di costruzione umana, edifici, muri e architetture e di natura, alberi, sabbia e acqua che sto ritraendo.”

Quanto l’arte può giocare un ruolo nel ricucire le ferite del Mediterraneo oggi, anche forse nello spirito di questo progetto?
“L'arte è un dialogo permanente tra i paesi perché crea luoghi di pace, luoghi ospitali, intreccia collegamenti, apre al dialogo, dà senso alla condizione umana di fronte al nulla, è la nostra parte eterna, la nostra parte estetica e storica. Cerchiamo di essere osservatori, testimoni, creatori, ambasciatori di pace. Quindi è importante che i nostri paesi si trovino in queste mostre, questi incontri, queste discussioni, sia un ponte tra le nazioni. Invitiamo i politici a guardare il mondo. Ci sarebbero meno guerre, terrore e odio. Ne sono sicura. Un Mediterraneo senza naufragi, senza annegamenti, senza barche di fortuna, senza questi migranti, funamboli fragili sulle onde.”
Antonella Tiozzo e il suo Mediterraneo nordico e mitologico
Ho incontrato quest’esile figura, nata a Venezia e ormai da anni residente in un sobborgo di Genova, fatto di poche anime, Monteghirfo, per la prima volta in Tunisia, con lo sguardo incuriosito di chi si affaccia a un mondo nuovo con prudenza e umiltà.

Qual è stato il tuo percorso di artista?
“Molto tradizionale perché ho frequentato il liceo artistico a Treviso quindi mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti a Venezia dove ho studiato scultura.”

Come ti sei appassionata a questa disciplina?
“In realtà volevo fare scenografia utilizzando la scultura all’interno del decoro teatrale ma proprio nella pratica e nella lavorazione della materia ho capito che scolpire era la mia vocazione. Sono stata affascinata dalla pietra e dall’infinita varietà, a cominciare da una sorta di paradosso, che con le pietre più dure si possono fare i lavori sottili. Mi piace utilizzare la pietra del posto e qui sono molto contenta perché mi è stata proposta la pietra Thala, originaria della Tunisia, un calcare compatto, paragonabile al botticino ma più uniforme, senza grandi venature e più facile da lavorare.

Cosa hai deciso di realizzare? “Un progetto sui Lotofagi dei quali si parla nell’Odissea e dei quali ci sono varie versioni con un probabile fondo di verità, legato comunque all’ambiguità di un nettare, forse vino, o di un fiore dal quale si ricava una bevanda. L’aspetto che trovo intrigante è che attraverso un gesto semplice, quotidiano e comune e molto concreto come il mangiare si possa accedere al mondo dei sogni. Qui sto lavorando con un allievo tunisino della scuola di Nabeul ed è un confronto interessante.”

Hai già lavorato sul tema del Mediterraneo?
“Qualche volta sul ‘non confine’ e sull’assurdità di delimitare e tracciare linee di separazione nell’acqua, diversamente da quanto avviene sulla terra dove ci può essere un effettivo elemento di divisione fisica come una montagna. In mare l’idea di barriera è concetto imposto che non ha nessuna logica.”

Come ti sembra l’esperienza di lavorare in comune?
“Ho partecipato a qualcosa ma solo in modo monotematico dedicato alla scultura mentre qui è interessante la multidisciplinarietà. Quello che mi sembra interessante soprattutto nei simposi aperti dove si lavora in spazi pubblici è che si può avvicinare un pubblico di non addetti ai lavori”.

Hai qualche progetti in embrione?
“Sto lavorando a dire da un po’ di tempo – e ho già esposto dei lavori in merito – sul tema delle farfalle che mi affascinano per la loro esistenza fragile in contrasto con la durezza della pietra e scolpire questo soggetto diventa un paradosso e una sfida. A dire il vero spesso la scultura è all’interno e la si intravede da buchi e fessure così il mio lavoro diventa un invito a guardarsi dentro anche in modo metaforico e mi è capitato di osservare da lontano i visitatori perplessi, perché spesso vedevano solo due pietre accostate o la sorpresa di chi scopriva il “gioco”, più spesso i bambini.”

Madeleine Froment, il corpo esibito ma non rappresentato
Sono rimasta colpita dal lavoro di scultrice e disegnatrice di questa giovane francese sul corpo. Ha lasciato Parigi per trasferirsi nella campagna della Bourgogne.

Perché questa scelta?
“Non volevo più stare nell’effervescenza della vita ed essere, al contrario, più prossima alla terra.

Su cosa ruota il tuo lavoro?
“Essenzialmente sul corpo con un discorso non precostituito ma che si struttura poco a poco anche perché ho molte domande e non tanto una tesi da sostenere. Il nucleo ruota intorno al fatto che credo sia necessario rimettere in discussione la rappresentazione del corpo nella società occidentale.”

Che cosa c’è che secondo te non funziona?
“Ci sono molti divieti e restrizioni e credo che sia indispensabile uscire dal bisogno di rendere conto alla propria comunità”.

A dire il vero mi sembra che il corpo sia sovresposto oggi, non sei d’accordo?
“Non trovo che nell’arte contemporanea ultimamente sia rappresentato molto il corpo, piuttosto forse nella fotografia d’arte. Sono d’accordo con l’idea di sovresposizione ma si tratta di qualcosa che concerne i media e soprattutto si tratta di un corpo che è il meno animale possibile, che ha il diritto di rientrare nello spazio pubblico solo se è bello e secondo i canoni previsti dal modello dominante: quindi giovane, liscio, senza un pelo. Mi chiedo se sia opportuno dover per forza e sempre essere gradevoli esteticamente.”

Ad Hammamet cosa hai scelto di fare?
“Sono qui come disegnatrice anche se la scultura mi piace perché si entra nel volume che per la corporeità è essenziale. E’ la prima volta che vengo in Tunisia e quindi ho deciso di lasciarmi sorprendere e capire cosa può attrarmi. Mi è sembrato interessante il dialogo tra quello che si mostra e quello che si cela, come le donne si coprono e si proteggono dallo sguardo altrui.”

In Tunisia hai deciso di focalizzare lo sguardo al femminile?
“Qui è quello che mi ha colpito. In realtà disegno anche uomini cercando di superare la sensualità maschile solo con un occhio gay nel senso che vorrei riequilibrare lo sguardo femminile e maschile, pensando che un uomo può essere anche guardato e desiderato da una donna e non solo guardare. In questa visione tradizionale proattiva se un uomo è guardato finisce per esserlo solo da un altro uomo. Per ora mi sto mettendo in gioco come osservatrice e mi sto ponendo delle domande “politiche” perché il corpo racconta molto della società ed è diretto da interessi politici ed economici, anche al di fuori del settore della moda e della bellezza, basti pensare – ed è un dettaglio per me choccante – che nella pubblicità si vedono solo bianchi, a meno che non si tratti di rare provocazioni o di modelle donne.”

Tunisi, verso la mediazione culturale con Zamaken
All’interno del Simposio di Hammamet è stato organizzato un incontro dedicato a “L’iniziazione alla mediazione culturale”, animato dal mediatore e direttore artistico del collettivo parigino di parigini Zamaken, Achraf Ben Abizid, un tunisino originario dell’isola di Djerba che vive nella Capitale francese dove è stato direttore di una galleria d’arte. Zamaken è un neologismo che unisce due parole arabe, rispettivamente, zamen, “tempo” e makan, “luogo”, che promuove la mediazione culturale perché – ci ha raccontato Achraf Ben Abizid, “nel settore artistico sulla riva sud del Mediterraneo in particolare in Tunisia, tra l’artista e la galleria non c’è niente e questo vuoto impedisce di creare un vero mercato dell’arte anche perché il gallerista ha un ruolo tipicamente commerciale. Ora non credo però che si tratti di trasportare il modello francese per trasferirlo tale e quale in Tunisia. Credo sia più interessante un confronto reciproco.”
Nello spirito dell’incontro di Hammamet Zamaken ha organizzato un incontro nelle isole Kerkenna, una residenza d’artista, in occasione della prima edizione del Festival internazionale di fotografie kerkennah#01, dal 21 al 27 giugno prossimo con una presentazione che coinvolgerà 14 isole dell’arcipelago. Si tratta del primo festival dedicato alla fotografia, alla video arte e alle arti digitali in Tunisia, con l’ambizione di diventare una piattaforma di sviluppo per la fotografia nell’Africa del Nord. La manifestazione si rivolge ai professionisti come agli amatori per incoraggiare l’emergere del mercato fotografico nel settore artistico in Tunisia che è ancora molto debole.

Articolo di Ilaria Guidantoni

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