Pirates of Salé di Rosa Rogers e Meriem Addou (Marocco)

Scritto da  Lunedì, 09 Novembre 2015 

Un docufilm con la leggerezza di un film che nella forma racconta, in modo chiaro ma senza spiegare – è questa l’arte – un sogno: il circo diventa metafora di evasione nonché possibilità concreta per i ragazzi e soprattutto le ragazze del quartiere popolare di Sidi Moussa a Salé. Film semplice spontaneo che racconta bene e in modo credibile la vita quotidiana e i sentimenti dei giovani maghrebini, la tenacia e la caparbietà nonché qualche frustrazione che viene dall’Europa, sembra dire il regista. Interessante il taglio delle immagini e la scelta delle scene sui due piani: il circo, scuola – di vita innanzi tutto – di sogno e la città, le case, luogo dell’ordinario.

E’ un documentario che del genere ha la credibilità, non la pesantezza. E’, al contrario una pellicola ariosa dove la luce gioca un ruolo importante e contribuisce a dare respiro anche quando le riprese sono negli interni. La doppia lingua, francese e arabo marocchino, rispettivamente del direttore del teatro e degli altri insegnanti, delle cuoche, dei ragazzi e delle loro famiglie, contribuisce a contestualizzare in modo realistico la vicenda, a partire da quell’alternanza di termini francesi nell’arabo dei più giovani. Ho trovato un uso sapiente e spontaneo ad un tempo della camera che non rende edulcorata nessuna scena nemmeno nella ripresa delle performance degli allievi. Siamo in cammino, c’è ancora tanta fatica da fare, sembra dire il film, e siamo in una palestra di arte e di vita. Un messaggio interessante socialmente perché il sogno del circo che arriva in un quartiere popolare dell’antica capitale, le origini di Rabat, toglie i giovani dalla strada, dal rischio di perdersi e le ragazze dalla strada obbligata del matrimonio: una vita in attesa passiva di essere sposate. Inoltre il circo si rivela una terapia nella sua veste di teatro e nella capacità di lavorare sul corpo. Il messaggio è psicologico e culturale nonché rivoluzionario. Come alcuni degli stessi insegnanti marocchini sottolineano nella popolazione c’è nel mondo arabo ancora molta ignoranza sulla corporeità e un prostrarsi all’autorità senza scelta, inginocchiandosi davanti al re mentre solo davanti a Dio bisognerebbe abbassare il capo. La rigidità senza consapevolezza finisce perfino per tradire la fonte alla quale ci si ispira, il Corano. Non è un caso che nelle prime lezioni di coloro che hanno passato la selezione dopo una settimana di corso e che si diplomeranno con un bacalauréat riconosciuto dal ministero si utilizzi la posizione della preghiera e i movimenti connessi per la concentrazione e per riscoprirsi. Un cammino che porta ad una scuola di vita dove la disciplina e le regole sono ferree ma spiegate e sono in funzione della formazione delle persone prima che degli artisti. L’idea è di educare non punire e premiare, non solamente; educando a diventare se stessi prima che specialisti in una disciplina. L’esibizione pubblica non è che un tassello del proprio mestiere. Il lavoro infatti viene scritto in modo collettivo. Dai giovani emerge attraverso il percorso culturale la voglia di ribellione ad uno stato che lascia i giovani nella stasi, che non consente alle persone di pensare e scegliere e quando i ragazzi si esibiranno nella città, non mancheranno alcune contestazioni da chi non vede di buon occhio il circo e lo guarda con sospetto per una possibile deriva morale.

Interessante – e assolutamente veritiero per chi conosce quella società – lo sguardo sui giovani che è tutto al femminile. La casa e i rapporti con i figli, l’apertura, la curiosità, la disponibilità a capire appartiene alle madri. I padri sono assenti e agli sguardi maschili il regista affida la diffidenza in strada e nei luoghi pubblici e ad un giovane la contestazione. Film che senza essere didascalico riesce a raccontare bene uno spaccato di attualità con quello che deve fare un film, far sognare come dice uno dei maestri ad una giovane: essere chiari, spiegare, ma non troppo, ché altrimenti avrebbe potuto fare l’insegnante. Un artista deve, prima di tutto, sentire.


Pirates of Salé di Rosa Rogers e Meriem Addou (Marocco)
Medifilm festival 2015 – 21 edizione
Roma 6/13 novembre
Cinema Savoy / Museo MACRO

Articolo di Ilaria Guidantoni

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