PIF, Margherita Asta e Michela Gargiulo parlano di antimafia - Teatro Piccolo Eliseo (Roma)

Scritto da  Mercoledì, 15 Marzo 2017 

Quando le storie private diventano involontariamente pubbliche fanno parte della cronaca e poi della storia e della memoria di un Paese. Raccontarne le storie significa non dimenticare in un processo liberatorio e di responsabilità collettiva. Lunedì 13 marzo il regista Pif, Margherita Asta, figlia di Barbara e sorella di Giuseppe e Salvatore, e Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera, hanno parlato di antimafia dopo 32 anni dalla strage di Pizzolungo, nel Trapanese, presentando la prima tappa di un viaggio che si concluderà il 21 marzo, il primo giorno di primavera, simbolo di rinascita, sul Pontile di Ostia, con la celebrazione della Giornata della Memoria delle vittime innocenti di mafia.

 

Cominciare dalla Capitale - ha sottolineato la Vicepresidente di Libera - ha un senso non solo come simbolo dell’autorità dello Stato, ma anche per le contraddizioni che Roma presenta. Il percorso di questo anno sottolinea in particolare il valore di raccontare storie lontane come quella di Pizzolungo dell’aprile 1985 perché la memoria aiuta non solo a rendere giustizia ma anche a rileggere la realtà.

E’ questo il senso del romanzo che Margherita Asta ha scritto insieme alla giornalista Michela Gargiulo, Sola con te in un futuro aprile - edito da Fandango - che narra la storia della sua famiglia, vissuta dall’autrice in prima persona. La madre Barbara Rizzo, allora trentenne, e i due fratellini gemelli di sei anni muoiono in un “incidente”, in realtà un attentato diretto al giudice Carlo Palermo: un’autobomba. La macchina rallenta improvvisamente, c’è una buca enorme sull’asfalto, sembra sia esploso un vulcano. Sul muro bianco della villa davanti a noi c’è una macchia rossa. Non faccio neanche in tempo a vederla bene. “Papà, è sangue nostro questo?”. Margherita è ancora una bambina e il padre, allora 36 anni, non riesce a dirle tutta la verità. Anche la tesi ufficiale è clamorosamente paradossale: un incidente, ma Margherita intuisce che c’è qualcosa che non torna.

Il dolore rende difficile il suo rapporto anche con il giudice Palermo, potenziale vittima e involontario responsabile della morte dei suoi cari. Tra l’altro era stato vietato l’uso delle sirene ai giudici e questo fece sì che l’auto di sua mamma, non avvertendo la presenza di un’auto blu, non si sia spostata dalla rotta che sarebbe dovuta essere quella del magistrato finendo vittima al suo posto. Al giudice non è toccata comunque una buona sorte essendo un sopravvissuto, involontariamente responsabile.

Margherita non racconta solo la propria esperienza esistenziale, l’elaborazione del dolore, l’incontro occasionale e tragico con la famiglia Palermo ma anche la difficoltà del dialogo tra la giustizia e la famiglia e la necessità di una rilettura collettiva della mafia, forse riduttivo definirla così. Si tratta piuttosto di un fenomeno che appartiene al sistema criminale e che può colpire tutti. E’ da qui che è partito l’intervento di Pif, ormai conosciuto come “il regista antimafia”, definizione che l’interessato non ama, e che ha sottolineato come la mafia durante tutta la guerra di mafia degli anni Ottanta, che accompagna la sua infanzia e adolescenza a Palermo - prima di trasferirsi a Milano - non venga negata ma percepita come qualcosa che non riguarda potenzialmente tutti, quanto una faccenda tra clan. Con uno sforzo sul filo della memoria Pif ha recuperato quella sensazione di disagio e quella sensazione di una discrepanza tra quello che gli veniva raccontato e quello che intuiva come emerge dal film “La mafia uccide solo d’estate”.

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni

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