"Nella stanza" di Emily Dickinson

Scritto da  Giovedì, 23 Gennaio 2020 

Una poesia intima, tutta interiore, chiusa in una stanza e aperta all’infinito, con una forte connotazione spirituale – anche se non religiosa come dichiara la poetessa – di rottura rispetto alla metrica e alla retorica accademica, con i suoi “trattini” tra le parole, l’assenza della rima e un verseggiare quasi in prosa. Il dolore di una donna la cui ribellione e rivendicazione di una propria autenticità oltre qualsiasi schema, perfino l’indifferenza alla pubblicazione, è una rivoluzione silenziosa, pacifica, di chiusura all’incomprensione del mondo per volare dentro sé stessa. L’amore appare alla stregua di Dio come l’unica forza in grado di annullare ogni barriera, un’esigenza forte eppure mai vissuta, come una suora sempre vestita di bianco, nella sua clausura aperta all’infinito di una stanza e un giardino della casa paterna. La natura una grande consolazione, le api, le farfalle, i moscerini e soprattutto i fiori, veri e unici compagni della propria vita. Nei suoi versi appare spesso la morte, presenza triste e malinconica mai tragica: più dolorosa è l’incertezza come una morte immortale. Anche il tempo nella dialettica tra l’eterno dietro di noi e l’immortale davanti a noi è presente come una costante forza vitale avvolta dalla malinconia di una gioia persa prima di essere gustata: l’amore (probabilmente per il Reverendo che non la ricambiò).

 

La prima uscita della nuova serie curata da Nicola Crocetti e dedicata ai grandi della poesia del Corrire della Sera, “diVersi”, è dedicato alla poetessa americana Emily Dickinson, primo di trenta titoli, dall’antichità al ’900 (in regalo al prezzo di 6,90 euro oltre il prezzo del quotidiano). Si tratta al di là dell’edizione di un’antologia per riscoprire una poetessa importante, sconosciuta in vita e forse non abbastanza letta, nella traduzione di Margherita Guidacci). Si legge nell’introduzione di Nicola Crocetti: «Per conoscere il mondo e le sue verità non è necessario uscire dalla propria stanza e dal giardino, ci dice Emily Dickinson. Da quella stanza, leggiamo in una delle sue più celebri poesie, è partita la sua “lettera al mondo”».
Infatti quasi tutti gli scritti della poetessa statunitense (1830-1886) sono composti nella casa di famiglia, dove Dickinson cresce e muore ma la sua anima palpita in un respiro universale anche se viaggerà pochissimo. La donna, amante della natura e ossessionata dalla morte, sceglie di vivere isolata, rinchiusa nella propria camera (anche per problemi di salute). «Dalla sua stanza — scrive ancora Crocetti — Emily ci descrive il suo “universo domestico” popolato di animali, fiori, piante (...). Il suo stile formale nuovo, essenziale, è fatto di immagini folgoranti, che colgono l’essenza delle cose, di versi brevi, spezzati da un trattino, sua caratteristica e timbro di rottura con la tradizione».
Il corpo intero delle poesie di Dickinson, composto da 1775 testi, viene scoperto dalla sorella una settimana dopo la morte di Emily: sono versi scritti su foglietti, margini e frammenti di carta, come appunti di folgorazioni che la coglievano ovunque si trovasse. Emily li aveva conservati in un raccoglitore in legno di ciliegio. Una donna frustrata e nevrastenica avrebbe sventolato sotto il naso dei suoi contemporanei ogni verso stillato dalla propria penna. La poetessa scriveva per un bisogno incontenibile di esprimersi attraverso la parola non per pubblicare. L’eccezionalità di Emily non va confusa con quella, più stizzita, di Victoria Aganoor, italiana di origine armena, di vent’anni più giovane di Dickinson e anch’essa poetessa, ma col “difetto” della perfezione. Aganoor, dopo aver conosciuto la dolcezza del canto, ha conosciuto il sentimento della perdita, proprio come Dickinson. Ma Dickinson si lascia essere imperfetta, aderisce all’umana imperfezione con tutta sé stessa e canta l’amore con un’appassionata blasfemia: «poiché tu hai saturato la mia vista / e io non ho avuto più occhi / per una perfezione così squallida / come è il Paradiso».
Il suo spogliarsi del mondo, dei contatti – anche se a casa riceveva visite, quel vestirsi solo di bianco come una sposa mancata o una suora ma anche una bambina, è un grido di ribellione originale e di libertà: il bianco come somma di tutti i colori, trasfigurati in una dimensione altra.
Si sentì sempre profondamente incompresa anche dai suoi familiari: era la sola persona non religiosa della famiglia e anche in questo ci appare moderna non per l’avversione alla religione, che in realtà non manifesta, ma perché sembra accedere ad una dimensione universale della spiritualità.
Nello stile è più forte la sua rottura con la società e il gusto dell’epoca. Sono rimasti famosi appunto i «trattini» come api che ronzano in mezzo ai versi, pause impure, estorte al silenzio. Sono l’invenzione di un “quasi” silenzio, ha scritto la critica. Eppure sono nitidissimi, precisi come piccole lame, o pungiglioni. Dentro lei c’è una forza selvaggia e indomabile, come afferma chiunque l’abbia incontrata, un fervore, che emerge chiarissimo da quello che lei stessa scrive di sé lettrice di poesia: «se leggo un libro e mi sento gelare in tutto il corpo così che nessun fuoco mi può scaldare, allora so che quella è poesia». La sua realtà è il mondo non la patria, la sua storia la natura.
Dal suo cantuccio di mondo, attraverso l’esercizio incessante della scrittura, Emily arriva a conoscere il mondo e a offrircelo attraverso la lontananza che non è distacco. Non descrive la realtà ma la vive nel suo palpito più profondo e non bisogna farci ingannare da piccoli quadri che sembrano sguardi una fanciulla romantica e poca cosa. Ci sono versi che cominciano in sordina e in poche righe formano un crescendo travolgente di passione come nel componimento III, XXV (249) “O frenetiche notti!/Se fossi accanto a te,/queste notti frenetiche sarebbero/la nostra estasi/…Vogar nell’Eden!/ Ah, il mare!/ Se potessi ancorarmi/stanotte in te!”

Nella stanza di Emily Dickinson
Collana diVersi
Corriere della Sera
2019

Articolo di Ilaria Guidantoni

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