Come un aquilone sul MAXXI – Un ricordo di Zaha Hadid

Scritto da  Silvana Calò Lunedì, 04 Aprile 2016 

Sono giornate tristi per il mondo dell’architettura. Zaha Hadid ci ha lasciati…e idealmente un aquilone l’accompagna in un viaggio sopra le sue architetture: dal London Olympic Aquatic Centre, al Rosenthal Center for Contemporary Art di Cincinnati, dalla Guangzhou Opera House in Cina....
Un volo sui lavori italiani dal quartiere City Life, all'ex Fiera di Milano, fino al MAXXI di Roma.
Un piccolo omaggio ad una straordinaria donna che ha regalato al mondo grandi architetture.
Di seguito l’articolo scritto in occasione della conferenza stampa inaugurale del MAXXI con tutte le emozioni intatte di allora.

 

E’ sempre interessante sentire un’artista che racconta la sua opera, restituendo il significato e il senso del suo lavoro….
C’era molta gente alla conferenza stampa e all’inaugurazione del il 12 novembre 2009 con l’architetto anglo irachena Zaha Hadid, che ha ricordato e ringraziato tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione dell’opera: da Pio Baldi a Patrick Scumacher, col quale ha condiviso attimo per attimo ogni singola linea, ogni momento della lunga gestazione durata dieci anni. L’architetto ha posto l’accento inoltre sul prezioso contributo delle imprese che hanno tradotto in pratica l’idea di fluidità rendendo anche più fluido a volte l’aspetto burocratico.
Ecco, il tema della fluidità credo sia molto importante e simbolico, perché si trattava di elaborare un nuovo progetto urbano per dedicare all’arte un vero e proprio campus. Questo quindi non è un oggetto. Questo è un campo che deve poter ospitare più progetti.
Ora l’opera è consegnata al pubblico e alla non facile gestione di questo organismo tanto complesso e ricco di stimoli. Molto pubblico è intervenuto anche nelle due giornate di apertura straordinaria di sabato 14 e domenica 15 novembre: un evento eccezionale perché il MAXXI aprirà le proprie porte a maggio 2010 con la prima esposizione.

Il MAXXI nasce come museo nazionale dell’Arte del XXI secolo, il primo museo statale che si occupa del contemporaneo in Italia. Per la sua conduzione è stata creata una Fondazione, la cui gestione sarà mista con il 70% di intervento pubblico e il 30% privato. All’interno del museo risiedono due diverse istituzioni complementari fra loro: il MAXXI arte e il MAXXI architettura, che si è occupato in particolare di acquisire alcuni archivi molto importanti di architetti italiani come per esempio quelli di Carlo Scarpa e Aldo Rossi e si occuperà di promuovere mostre e concorsi di architettura contemporanea.

La storia del Maxxi affonda le sue radici nel 1997, quando il Ministero della Difesa cede l’area della caserma Montello al Ministero di beni culturali. L’anno seguente viene bandito un concorso internazionale vinto da Zaha Hadid. L’idea alla base del progetto, come ha ricordato l’architetto, è il tema della fluidità.
Zaha Hadid pensa l’organismo architettonico come un campo di forze all’interno del quale lancia dei vettori, delle linee di forza che incontrano un ostacolo e immediatamente cambiano direzione. Lo spazio quindi si sviluppa su un andamento sostanzialmente orizzontale ed è dato da un intreccio di linee sinuose che s’intersecano fra loro e che generano una struttura complessa: un primo livello, un secondo livello e infine un terzo livello che dialogano tra loro in più punti del manufatto. Il materiale protagonista è il cemento trattato in maniera pionieristica perché si è trattato di lavorare questo materiale per renderlo fluido, per renderlo capace di avere una resa quasi morbida. Il cemento, autocompattante, ha un’elevatissima deformabilità grazie alla quale è stato possibile realizzare le pareti curve. L’impasto è una miscela tradizionale, ma sono stati aggiunti degli additivi che l’hanno reso particolarmente fluido e specchiante.
Il gioco delle trasparenze inoltre si evidenzia in più punti della struttura: dalla copertura ad alcuni scorci vetrati. Tra gli spazi espositivi dedicati all’arte contemporanea c’è una terrazza a tre gradoni che scende verso il basso con parapetti in vetro trasparente che rimanda all’idea della permeabilità.
Non è facile disegnare la pianta del museo, ricordare lo spazio, quello che rimane però è la sensazione di essere quasi spinti, inghiottiti. Sembra quasi che lo spazio attiri lo spettatore e lo conduca attraverso l’ambiente espositivo.

Lo sguardo non si ferma e le pareti curve lo rendono mutevole in un “continuum” che sembra accompagnare lo spettatore, ma nello stesso tempo lo disorienta. Al primo livello c’è solo un punto dove il piano di sopra coincide perfettamente con la galleria del livello inferiore, per il resto non c’è nessun altro momento in cui si verifichi ciò. Le gallerie espositive sono completamente cieche, la copertura è vetrata e molto particolare: si sviluppa con un grigliato superiore e due strati di vetro tra i quali scorre dell’aria in modo da abbattere il carico termico dei raggi solari. Inoltre c’è una tenda filtrante e i brise-soleil orientabili che modulano la luminosità ed integrano la luce naturale con quella artificiale.
Il funzionamento della copertura è gestito da un software attraverso il quale si possono impostare le condizioni luminose e questo consente di creare illuminazioni diverse all’interno del museo. La copertura può prevedere anche la creazione di buio totale necessario, per esempio, per la visione di opere video.
L’arte e l’architettura contemporanea hanno bisogno di spazi espositivi versatili e in questo senso si è pensato di dare una risposta sia con il sistema della copertura sia con le guide sospese in alto, con binari che sono elettrificati e portanti. Si può pensare quindi di far scendere dall’alto un pannello video oppure delle pareti in modo da costruire lo spazio per assecondare le esigenze curatoriali che si presenteranno di volta in volta.
Nelle gallerie c’è poca presenza di cemento perché è stato ricoperto come una pelle bianca da pannelli di carton gesso. Nell’intercapedine creata trovano posto tutti gli impianti, in modo da non vedere assolutamente nulla di tutto il groviglio di fili colorati e dell’impiantistica. Quando si arriva infine all’ultimo livello in un’enorme sala completamente in aggetto rispetto a tutto l’edificio, e con un dislivello interno di 4 metri, si ha la sensazione di essere sospesi e di salire verso l’alto, verso il cielo. Anche questa è un’ennesima sfida lanciata dalla struttura architettonica ai curatori, perché è chiaro che le pareti curve, il tipo d’illuminazione particolare, il senso di spaesamento e di disorientamento che c’è in questi spazi…. sono tutte sfide lanciate a chi dovrà allestire qui le mostre.
L’inserto nel pavimento di una vetrata rettangolare che attraversa trasversalmente la sala, offre un suggestivo spaccato verticale di tutto l’edificio. Da questo punto privilegiato si ha la sensazione di riappropriarsi di tutto lo spazio: dalla hall alla sala conferenze del piano terra, alle sale espositive del secondo livello. Tutto in un colpo d’occhio. Dopo questa visione verticale alzando lo sguardo si è attratti dalla parete vetrata inclinata verso l’esterno che conclude lo spazio e che contribuisce ad esaltare la sensazione di “volare”……come un aquilone sulla città.

Articolo di Silvana Calò

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