“Made in Italy”, il nuovo film di Luciano Ligabue nelle sale cinematografiche

Scritto da  Domenica, 28 Gennaio 2018 

L’amore per l’Italia e quello per la gente comune, la passione per un Paese tanto bello quanto difficile e quella per le persone che non hanno voce per urlare le proprie delusioni. C’è un po’ tutto questo in «Made in Italy», il nuovo film di Luciano Ligabue che torna alla regia a venti anni esatti di distanza dal fortunatissimo «Radiofreccia». A vestire i panni di Riko e Sara sono Stefano Accorsi e Kasia Smutniak.

 

Domenico Procacci presenta
MADE IN ITALY
di Luciano Ligabue
con Stefano Accorsi e Kasia Smutniak
e con Fausto Maria Sciarappa, Walter Loenardi, Filippo Dini, Alessia Giuliani, Gianluca Gobbi, Tobia De Angelis, Leonardo Santini, Jefferson Jeyaseelan, Francesco Colella, Silvia Corradin, Giuseppe Gaiani, Naya Manson e Filippo Pagotto
costumi Francesca e Roberta Vecchi
scenografia Mauro Vanzati
musiche Luciano Ligabue
aiuto regia Matteo Albano
regia Luciano Ligabue

 

È un film sviluppato lungo due piani, quello pubblico che racconta un frammento di un’Italia piena di difficoltà economiche, e quello privato incentrato sulla storia d’amore di due individui qualunque, Riko e Sara, privi della possibilità di dare voce alle proprie frustrazioni, come accade normalmente ai più. Ma c’è anche un altro livello, meno evidente, che è quello di un vissuto intimo dell’autore: tale elemento emerge nella rievocazione del passato dei protagonisti, nel parlare del dolore dovuto ad una sorta di lutto non riconosciuto, come quello derivante dalla perdita di un figlio a gravidanza non compiuta. E ancora, nella trama si sfiora il tema dell’omosessualità, si accenna a quello della convivenza fra diverse culture, si abbozza ad una certa ritrosia a crescere perché, se è vero che in gioventù è facile accontentarsi, è altrettanto vero che «è un attimo farsi andare bene tutto». Insomma, ci sono davvero tante cose in «Made in Italy», l’ultimo prodotto uscito dalla penna di Luciano Ligabue che torna dietro la macchina da presa a vent’anni dal fortunatissimo debutto avvenuto con «Radiofreccia», vincitore di due Nastri d’argento, e a sedici anni dalla seconda ed ultima esperienza registica «Da zero a dieci».

C’è da dire che il nuovo lavoro del rocker emiliano, nelle sale a partire dal 25 gennaio, è soprattutto un testo “sentimentale”, nel senso più puro e lineare del termine: è una forma di arte che intende raccontare gli stati d’animo di uomini e donne che, non essendo dei privilegiati, non dispongono di un microfono o di una qualunque altra cassa di risonanza per urlare al mondo i propri problemi, per denunciare a chiare lettere le problematicità che li investono. Le molteplici sfumature delle facce della gente comune, che tanto interessano il musicista di Correggio - come raccontano le parole dei suoi brani, i videoclip delle sue canzoni e persino le copertine di alcuni cd - rimangono impresse in una pellicola fortemente focalizzata sui primi piani come mezzo espressivo per sviscerare le emozioni, chiave di lettura di tutta la sceneggiatura.

Il tessuto di questo copione che consente di dare corpo alle immagini evocate nei brani del concept album uscito nel 2016 ed occasione per la nuova ondata di concerti del tour «Made in Italy - Palasport 2017» prima della battuta d’arresto per il problema alle corde vocali, parte da lontano. E più precisamente dal pezzo «Non ho che te», storia di un individuo deluso per la perdita del posto di lavoro in un’età, quella che gravita attorno ai cinquanta anni, che rende difficile ricollocarsi.

«“Made in Italy” nasce come un progetto balordo - ha spiegato Luciano Ligabue nel corso della conferenza stampa di presentazione -. È anacronistico fare un concept album negli anni 2000. Il fatto di realizzare un progetto del genere, e a seguire un film che ne racconti la storia, è al limite della presunzione. Ma è ciò che volevo fare. Girare un film è faticosissimo: è un po’ come progettare le emozioni. Ma mi sono rimesso alla regia perché non avevo più l’alibi di non possedere alcuna storia da raccontare».

Nel cd la lente d’ingrandimento è puntata sulla figura di Riko, una sorta di alter ego del cantante: è l’uomo che Ligabue avrebbe potuto essere se il suo talento non fosse stato baciato dalla buona sorte e non gli avesse permesso di diventare il performer di successo che è. Ma la storia narrata nel lungometraggio sposta l’angolazione e visualizza i dettagli della figura di Riccardo Tirelli - Riko (Stefano Accorsi) senza scostarla mai da quella di Sara Vercesi (Kasia Smutniak), compagna di vita con cui l’operaio si trova a sperimentare una profonda crisi coniugale. L’amicizia con l’allegro e disincantato amico Carnevale (Fausto Maria Sciarappa) e l’alienante lavoro nella fabbrica di insaccati dell’azienda della famiglia Veroni, sono lo sfondo su cui i due protagonisti si muovono. Loro, così come gli altri personaggi - Max (Walter Leonardi), Matteo (Filippo Dini), Angela (Alessia Giuliani), Patrizio (Gianluca Gobbi) e Pietro (il giovane Tobia De Angelis, al debutto cinematografico) -, sono tutte brave persone, ma non per questo esenti dalla possibilità di commettere errori, alcuni dei quali piuttosto gravi. La loro onestà intellettuale, assieme al coraggio di affrontare a viso scoperto sbagli e debolezze, gli consentirà di riprendere il controllo della propria esistenza.
È lecito chiedersi, però, se la conclusione voglia lasciare intendere che siamo destinati ad accettare il fallimento o lasciare uno spiraglio per dare seguito ai sogni. Non è semplice dare una risposta incontestabile, a meno che non si facciano i conti con lo stato d’animo dell’astante e con la disposizione emotiva che lo connota al momento della visione. «Il finale non è netto, è aperto - ha spiegato Ligabue -, e quindi è difficile dire se il messaggio è di speranza o di sconfitta: dipende da come lo vive lo spettatore. Certo è che la situazione in cui si trova Sara nelle ultime battute ci lascia ben pensare».

«Made in Italy» parla di amicizia, di amore, di crisi, di delusioni, di imbrogli e di problemi strutturali, ma non cade nella tentazione di dare colpe, di individuare un capro espiatorio. Insomma, il film è fortemente radicato alla realtà di cui vuole essere espressione, un po’ come il suo autore, che racconta una vicenda con un punto di vista personale, senza avere la presunzioni di snocciolare verità assiomatiche.

 

Articolo di Simona Rubeis
Grazie a: Valentina Aiuto, Ufficio stampa Parole & Dintorni

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