Come un aquilone su…MACRO Testaccio

Scritto da  Silvana Calò Lunedì, 15 Febbraio 2016 

E’ bello immaginarsi come un aquilone, perché il suo vagabondaggio è leggero, lento e permette di vedere dall’alto la realtà in un viaggio rallentato e più attento a ciò che si incontra. La condizione di aquilone è formidabile, per quel necessario distacco dalle cose terrene per poterle guardare da un altro punto di vista. Avere la capacità di sollevarsi dal suolo almeno di qualche metro: dall’alto le cose sembrano diverse, quello che è grande diventa più piccolo e se acquisiamo la capacità di distaccarci da tutto allora sarà tutto diverso, più facile, più semplice. Piccole lezioni di volo! E per volare bisogna imparare ad essere leggeri, a lasciare a terra tante cose. In questo senso siamo tutti a scuola, riuscire ad identificarsi nell’aquilone fino a perdersi, fino ad essere quell’aquilone…

In questo viaggio ideale andremo a visitare luoghi, architetture che forse per la prima volta vedremo con occhi diversi. E il genius loci coincide con la memoria stessa dei luoghi conosciuti, visitati, ”sentiti” e quindi fatti propri in un dialogo continuo con il proprio io. Questo viaggio immaginario inizia dal Macro Testaccio, un esempio di archeologia industriale; e come spesso accade i luoghi ci parlano attraverso la loro storia ed è per questo che sono pieni di fascino ed è sempre piacevole tornarci. E ogni volta ci regalano nuove emozioni.

Il Macro Testaccio (Museo d’Arte Contemporanea di Roma) si trova nel complesso ottocentesco dell’ex-Mattatoio, in una parte della città caratterizzata dalla ricchezza dell’offerta culturale con manifestazioni ed eventi artistici sempre molto stimolanti. Le due sedi del MACRO costituiscono due esempi di “archeologia industriale” molto interessanti nel panorama romano. La sede centrale è ospitata nelle scuderie dell’ex Birreria Peroni in via Reggio Emilia, ristrutturata dall’architetto francese Odile Decq. Ma questa è un’altra vicenda che indagheremo un’altra volta.

Nel 2002 due padiglioni all’interno del Mattatoio sono stati assegnati al Museo e l’anno dopo è nato il Macro Future, oggi chiamato Macro Testaccio. Negli anni sono stati ristrutturati altri padiglioni all’interno dell’area e sono nati così gli spazi espositivi della Pelanda e di Factory. Sono stati inoltre recuperati altri reparti che ospitano la sede universitaria di Roma Tre (Facoltà di Architettura) e dell’Accademia di Belle Arti, trasformando sempre più il complesso in un polo di ricerca e produzione artistica e culturale. L’area dell’ex Mattatoio, con i suoi 105.000 mq, dei quali 43.000 coperti, è da anni al centro di un piano di riqualificazione ed è affascinante vedere come si trasforma nel tempo, ma mantenendo la sua struttura e immagine originaria.
E’ doveroso quindi non dimenticare la storia di questo luogo.
L’intero complesso del Mattatoio è stato realizzato tra il 1888 e il 1891 da Gioacchino Ersoch e costituisce un importante esempio di architettura industriale monumentale di fine secolo, punto di riferimento del tessuto urbano del Testaccio. L’ingresso presenta tre monumentali fornici. Quello centrale ospitava anticamente gli addetti alla custodia e alla verifica delle bollette, oggi alloggia la biglietteria e l’ufficio informazioni. I due ingressi laterali erano destinati all’entrata e all’uscita del bestiame, attualmente invece sono aperti al pubblico degli spazi espositivi e dell’università.
Ancora oggi entrando è possibile vedere i vari padiglioni: l’edificio a due piani a sinistra dell’ingresso, un tempo sede degli uffici di sanità, ispettorato e controllo; quello a destra che ospitava l’abitazione del direttore e la sala delle commissioni. Nei due lunghi corpi di fabbrica (oggi cedute al Macro) erano state ricavate le stalle per il bestiame domato, a destra invece si trovavano i bagni zootermici, a sinistra i capannoni per la lavorazione del sangue. L’ampia corte interna è suddivisa dalle quattro grandi strutture trasversali coperte che costituivano la sede vera e propria della macellazione. Inoltre, due locali erano adibiti per il bestiame indomito ed erano collocati fra ogni coppia dei stabilimenti. C’era un reparto per la lavorazione della carne suina e, in un altro settore, la tripperia. Nell’ingresso posteriore del complesso si trovava il dazio. Su via del Campo Boario era invece previsto il mercato del bestiame con una struttura simile a quella dei padiglioni per la mattazione.

E’ sempre affascinante vagare all’interno dell’area quasi alla ricerca e riscoperta dell’antica storia di questo luogo dove sembra che il tempo si sia fermato, presentando ancora le strutture originarie e i ganci sui quali venivano appesi gli animali. Ancora ci sono le carrucole con i loro uncini, inquietanti testimoni di un passato non molto lontano, in un intreccio di vie e rotaie sospese al di sopra del terreno, appena sotto gli alti soffitti, sopra le teste dei visitatori. Per avere un’idea della vastità degli spazi basta pensare alle dimensioni dei due padiglioni che ospitano il Macro: sono lunghi 62 m, larghi 16 m, alti al centro 13 m e ai lati 9m. All’interno di essi un tempo si è svolta una fervida e intensa attività, dove ora il silenzio quasi irreale del’intera area contrasta con il ricordo di un luogo dove sembrano ancora riecheggiare i lamenti e le voci di un lavoro molto rumoroso e “animato”…
Oggi questo spazio rivive con ben altri “fermenti”, fervori dell’animo umano che trovano espressione nelle vicende dell’arte contemporanea e costituisce un polo di riferimento importante di ricerca e produzione artistica nazionale e internazionale.

Orario:
Tutti i giorni ore 16.00-24.00
Chiuso lunedì
Informazioni:
Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00-21.00)

Articolo di Silvana Calò

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