“L’orchestre des aveugles” – Marocco, di Mohamed Mouftakir. Francofilm, Festival del cinema francofono di Roma

Scritto da  Domenica, 20 Marzo 2016 

Neorealismo in salsa marocchina, con quel tocco di nazional-popolare, tanta musica e frastuono, generazioni a confronto, regole fissate dall’inizio dei tempi e infrante di nascosto. La storia di un gruppo familiare e di vicinato che a modo suo sfida l’occhio di mondo e vive quel tentativo di rinascita degli Anni ’60 tra voglia di emancipazione e credo politico, con molti retaggi antichi e una censura che è soprattutto interiore.

Letteralmente “l’orchestra dei ciechi” è un’usanza del Marocco degli anni addietro quando perché gli uomini non guardassero le donne, per partecipare alle serate al femminile e soprattutto alle feste di matrimonio, componevano orchestre di ciechi, qualcuna finta come in questo caso. Houcine è il capo di un’orchestra popolare e padre di Mimou al quale impone di essere il primo della sua classe. Lui che non ha potuto studiare che vorrebbe il massimo per il proprio figlio e che cerca a suo modo un’emancipazione che è in stile francese: mangiando con la forchetta e potendo guardare negli occhi, nudo, suo moglie mentre fa l’amore anche se lei gli ricorda che Dio premia ciò che è velato. A suo modo cerca di trainare la famiglia fuori delle angustie del villaggio ma cade nel tranello di una dialettica che non ha risolto dentro se stesso, dall’accettazione di una moglie-madre e angelo del focolare al gusto di un’amante giovane con la quale forse non consuma neppure un’intimità ma ha il piacere di fantasticare e di regalarle degli orecchini. Allo stesso modo, pur amando il fratello, vede nella politica e nel suo innamoramento per il marxismo solo la pericolosa negazione di Dio. Così anche con il figlio che adora lo carica di un’aspettativa eccessiva che il bambino non sa reggere: essere il primo della classe, finendo in un dramma degli equivoci che lacererà le sorti familiari. Le scene si svolgono quasi tutte nella grande casa abitata con una corte interna, tipica del Maghreb, con personaggi singolari, bizzarri, un’umanità multiforme che non perde l’allegria e che sembra andare a tempo di musica. Il film è un mosaico di caratteri e un’analisi sottile dei sentimenti oltre che dei costumi che ricordano tanti romanzi di quegli anni ambientati da quelle parti. Molto interessante la personalità delicata e attenta del bambino, i suoi sentimenti e quell’anello mancante nella sua educazione sentimentale di adulti che non sanno trainare ma solo trascinare i propri figli. In certo modo rimane molto piccolo, per altri versi è costretto a diventare adulto prima del tempo, perché cerca di ricucire il dissidio con il padre e la delusione che gli ha dato; soffre per lo zio Abdellah, incarcerato come dissidente in una delle prigioni segrete di Hassan II; deve stare vicina alla mamma quando il padre se ne va di casa; e si innamora, prematuramente, della bonne della vicina incantata e spaventata, forse con un segreto o più coscienza della vita, di questo amore assoluto che si prende molto sul serio e declama versi ascoltati da altri. Per il piccolo protagonista che accompagna con ironia il padre alla morte, cercando di farlo sorridere con improvvisazioni teatrali, e mettendo tutto l’impegno possibile per ottenere buoni risultati scolastici, il sogno non muore e non smetterà di cercare il suo primo amore che non troverà, Charma, che resterà per sempre una veste leggera a fiori che ondeggia al vento.

Il film, che sembra girato, oltre che ambientato, negli anni Sessanta-Settanta, per un certo gusto e perfino una certa ingenuità, ha il pregio di illustrare un mondo perduto, di cultura orale; girato in arabo marocchino e sottotitolato in francese e italiano è stato interamente finanziato dal Centre National de Cinématographie Marocaine, fatto che testimonia la libertà di espressione nel Paese oggi e la possibilità di una critica aperta alla famiglia. Interessante il fatto che sia girato dalla parte di un bambino che vive una storia complessa e difficile, respirando un momento di passaggio e di contraddizioni della propria terra che si riflette anche sull’andamento familiare, eppure con momenti gustosi di ironia, intrattenimento e di lirismo intimo. Certamente guardando questa pellicola si comprende l’amore e la lezione che il cinema maghrebino nutre verso il Neorealismo italiano.

L’orchestre des aveugles
Prima nazionale
di Mohamed Mouftakir
con Younes Megri, Mouna Fettou, Ilyas el Jihani
anno 2014
durata 112 minuti
genere dramma romantico

Grazie a Grazie a Christine Desgrange Schmidt, Institut français - Centre Saint-Louis

Articolo di Ilaria Guidantoni

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP