“L’infanzia di un capo” – regia di Brady Corbet

Scritto da  Lunedì, 06 Novembre 2017 

Una sorprendente opera prima con un tocco noir, psicologicamente profondo, impeccabile nella conduzione, di struggente tristezza: scelta degli interpreti e cura degli ambienti, abiti, luci e musiche di grande raffinatezza. Il dramma tutto interiore che vive un bambino “trapiantato” in un altro Paese, nutrito di un amore che non sa comunicare, dove l’austerità e la severità sono scudi del malessere. Sullo sfondo il periodo tetro che dalla Grande Guerra porterà l’affermazione dei totalitarismi. In costume ma non storico, niente di didascalico e già visto.

 

Uscito nelle sale il 29 giugno 2017, distribuito da Fil Rouge Media, 'L'infanzia di un capo', opera prima di Brady Corbet, interpretato da Bérénice Bejo, Robert Pattinson, Stacy Martin, Liam Cunnnigham e Tom Sweet. Il film, definito dal New York Times “Un ritratto convincente e sostenuto da un cast eccellente”, ha vinto il Premio Leone del Futuro - Premio Venezia Opera Prima 'Luigi De Laurentiis' e il Premio Orizzonti per la Miglior Regia alla 72° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Liberamente ispirato ad un racconto di Jean-Paul Sartre e girato in 35mm, il film racconta, in quattro atti, con una suggestione letteraria e teatrale ad un tempo che ricorda anche certe vecchie trasposizioni televisive, la vita del piccolo Prescott (Tom Sweet) nella villa vicino a Parigi dov’è alloggiato con i suoi genitori. Questo trasferimento che si sottintende recente è per altro uno stravolgimento nell’esistenza fragile di un bambino: una nuova lingua, il francese, che deve imparare conoscendo solo l’inglese; il cibo che non gli piace e che la madre lo costringe a mangiare. Il papà (Liam Cunningham), consigliere del presidente americano Wilson, lavora alle stressanti trattative di definizione di quello che diventerà il famigerato trattato di Versailles, appena dopo la fine della prima guerra mondiale. La formazione del carattere di Prescott è segnata da una precoce tensione intellettuale e da frequenti scatti d’ira, che scandiscono gli atti del cine-dramma, che portano inevitabilmente alla continua ridefinizione degli equilibri di potere familiare. Una madre che si capisce amata e ostinatamente corteggiata, quasi adorata dal marito, ma forse non accolta con tenerezza, che per sposarsi ha messo da parte le sua grandi ambizioni, dopo aver vissuto con la famiglia a New York e aver appreso correntemente 4 lingue. Tra l’altro ha quasi perso la vita per dare alla luce un figlio, opponendosi ad altre gravidanze che il marito vorrebbe quasi più come una proiezione e riproduzione dell’innamoramento per la moglie (sogna una figlia che assomigli alla madre). Molto chiusa in se stessa, fredda con il personale, vuole educare rigidamente in modo eccessivo il figlio per il quale però si intravede un amore profondo che contrasta che la sua ostinata freddezza. Fra le storture e le ipocrisie sociali che avvelenano una coscienza al suo nascere e la preparano ad una sorte colpevole, si consuma lo scontro tra lo sterile e vigliacco mondo maschile dei diplomatici, e dell'ambiguo amico di famiglia Charles Marker (Robert Pattinson), e quello femminile, al contrario vitale e vibrante, che circonda il bambino con le tre profondamente diverse figure di donna che gestiscono la sua vita: l’austera e religiosa mamma (Bérénice Bejo) che si mostra in una scena a tavola con una croce tracciata sulla fronte; la dolce governante (Yolande Moreau) che viene cacciata perché complice del bambino; e la fragile insegnante di francese (Stacy Martin) che non riesce a comunicare con la madre né con il bambino del quale sembra avere perfino timore. In quella che è una lampante e allo stesso delicata simbologia del male del Fascismo che di lì a poco infetterà l’Europa, la consapevolezza auto-affettiva di Prescott si addensa inesorabilmente nel nichilismo del primo dopoguerra, che alzerà appunto il sipario alle tirannie del Ventesimo Secolo. Un film difficile da commentare perché è poesia pura, in quella penombra di un’eleganza impalpabile, atmosfere sospese, cupe, dove solo la rabbia del bambino irrompe scuotendoci come un campanello d’allarme e diventa metafora dell’assurda accettazione della vita degli altri personaggi che si autocondannano ad un destino mai scelto. Anche la bambinaia osa appena proferire un lamento e una richiesta di misericordie ma le lacrime vincono perfino la spinta ad abbracciare il “suo” bambino per l’ultima volta. La compostezza dei due genitori è ammirevole quanto irritante e gli interpreti sono grandiosi. E’ certamente una regia originale, non per la storia, quasi senza trama ma per il modo nel quale è girato, con inquadrature e scene che da quadri espositivi si rovesciano improvvisamente in vortici onirici. Concordo con la critica quando dice che “Non si è mai visto nulla di simile”, come lo - Screen International e comunque si tratta di “Una sorprendente opera prima”, secondo il Cinevue perché “Prende la Storia per le corna come solo i grandi Maestri hanno osato in passato”, scrive il Film Comment.

Uscita: 29 giugno 2017
Distribuzione: Fil Rouge Media
Durata: 113'

Articolo di Ilaria Guidantoni

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