Giorgio Di Noto - Rivolte arabe: virtualità ed emozioni

Scritto da  Ilaria Guidantoni Martedì, 14 Maggio 2013 

Per chi è cresciuto con il mito del reporter, dell’immersione totale nel vissuto, nel racconto della realtà attraverso gli odori, la polvere, il contatto diretto, la contaminazione in genere, la virtualità è disorientante. Non sempre però rappresenta una scelta di comodo, una rinuncia, un segno di distacco. Può essere un altro modo per dirci del mondo che cambia, del fermento che attraversa realtà lontane che diventano così vicinissime e per di più in tempo reale. Non solo ma qualche volta la rete è capace di emozionare perché svela un altro modo di essere uomo. Anche lo smartphone è un oggetto che ci dice molto di chi siamo come in passato lo era la gestualità di intingere una penna nel calamaio e in fondo l’occhio e il fiuto di un fotografo e di un giornalista restano sempre il centro di quello che ci viene restituito.

 

 

 

 

Non è mai stato in Nord Africa. Una frase che mi ha lasciata perplessa e non poteva essere diversamente. Io che la rivolta tunisina l’ho vissuta quasi in diretta e mi chiedo se la mia partecipazione sia stata sufficiente a giustificare di scriverne. Eppure il progetto che ha visto il giovane Giorgio Di Noto vincitore del Premio Pesaresi 2012, assegnato nel 21 esimo Si Fest di Savignano sul Rubicone, racconta la primavera araba. E la racconta bene, perfino in modo emozionante. Non è un fotoreporter e soprattutto non è attratto da quel filone fotografico che presuppone l’istantaneità, il momento colto nel suo stesso passaggio. Ventiduenne, studente di filosofia, Giorgio Di Noto è un fotografo proiettato alla sperimentazione e alla mescolanza di linguaggi differenti. “Ho guardato e studiato su internet centinaia di video – racconta in un’intervista che ho letto - selezionando singoli fotogrammi che ho poi reinquadrato e fotografato dal monitor del mio computer con una macchina Polaroid”. Una ricerca durata diversi mesi, alla fine della quale è nata The Arab Revolt. Un lavoro composto da trenta scatti, che pongono l’accento sul ruolo determinate che hanno svolto i social network durante una delle pagine più significative della storia contemporanea. C’è nel suo lavoro la pazienza dell’emozione che si distilla in una grande raffinatezza, un modo diverso di sentire e in qualche modo, a mio parere, di superare la rete che va così veloce, impedendoci di dissolverci. Paradossalmente partendo dalla tecnologia come contenuto oltre che come mezzo compie un lavoro molto tradizionale, per quanto originale: l’arte del ritocco e la voglia di far dire delle cose ad un’immagine che è un ritrovato non del moderno Photoshop, ma quasi una dimensione ontologica del ritratto fin dalle sue origini.
Questo ragazzo matura la passione per la fotografia nei primi anni di liceo quando inizia a scattare con una macchina fotografica a pellicola. Nei mesi successivi segue una scuola di fotografia e i corsi di camera oscura che organizzavano nel liceo; per poi diventare assistente di uno stampatore che diventa il suo maestro.
Il primo progetto che si possa definire consapevole è stato una serie di paesaggi in bianco e nero, in cui gli elementi urbani e naturali si mischiano e si sovrappongono intitolata “Through”. Ma il primo vero e proprio progetto forse è “Città n. 0”, un lavoro a colori sul rapporto tra uomo e architettura nei nuovi centri urbani.
Venendo a The Arab Revolt, il progetto nasce alla fine del 2011. “In quei mesi – racconta Giorgio Di Noto - ero sempre più interessato ad indagare il rapporto tra linguaggio e contenuto delle immagini. Mi interessava in particolare sperimentare la matericità di alcune tecniche fotografiche con la virtualità delle immagini digitali. Dall’altra parte seguivo con attenzione la primavera araba ed ero molto colpito dal ruolo che i social media svolgevano nel conflitto. Vedevo quanto materiale veniva condiviso sul web e come questo influiva sulla realtà. Spesso era proprio la pubblicazione di un video o di una foto a scatenare le proteste. Decisi così di lavorare su questo livello così influente e spontaneo di rappresentazione per indagare quella sovrapposizione tra documentazione e testimonianza che ha caratterizzato la rivolta. Mi si presentava quindi la possibilità di riportare ad oggetto concreto un’immagine virtuale, che estrapolavo dal flusso di un video attraverso la pellicola istantanea: questo passaggio produceva proprio quel contrasto che cercavo e rappresentava per me quella stessa sovrapposizione”.
A chi contesta l’assenza della prima linea come un difetto, una forma di inautenticità, questo artista risponde di avere grande rispetto per chi magari rischia la vita, sebbene non sia questo un elemento ai fini del successo e del risultato del lavoro. Anzi, a Giorgio interessa il lavoro ‘della giusta distanza’, la dimensione in qualche modo artigianale della ricerca e della cura.
Rispetto al progetto, “The Arab Revolt”, la prima fase è stata svolta lavorando sul mondo del web e su tutto quello che veniva pubblicato e filtrato nella rete. L'idea principale era quella di riportare ad oggetto concreto e reale, attraverso la Polaroid, quel flusso di immagini e video che viaggiano
all'infinito nella realtà virtuale di internet.
La seconda parte del progetto insiste ancora su questo aspetto di trasformazione, cercando di dare
forma al mondo virtuale trasformando in un oggetto reale.
“Ciò che consente di guardare immagini ed informazioni sui propri computer o smartphone, è la luce che illumina lo schermo, precisa Giorgio. La luce è un elemento naturale ed è alla base stessa del processo fotografico.
Partendo da queste premesse, l'idea del progetto è quella di rappresentare e “fissare” su u n supporto
materiale queste luci, che rappresentano proprio quel mondo virtuale in cui la gente può condividere, raccontare, documentare gli eventi di cui è protagonista, come è accaduto ed accade
ancora nelle rivolte dei paesi del Nord Africa”.
Il progetto, portato avanti poi con delle esposizioni, consiste in una performance durante la quale le persone invitate “appoggiano” per alcuni secondi il proprio cellulare o la propria macchina fotografica, con un'immagine da loro scattata sullo schermo, sopra un rotolo di carta fotosensibile: la carta fotografica verrà impressionata dalla luce dello schermo, che lascerà quindi una traccia e dopo il processo di sviluppo chimico verrà rivelata e diventerà visibile, fissata sulla carta.
Il risultato finale sarà una sorta di mosaico disordinato di decine di immagini e silhouette di cellulari e fotocamere, che risalteranno sullo sfondo nero della carta.
Questo processo non rappresenta solo un viaggio artistico ma un progetto sociale e politico, mettendo in evidenza l'importanza e l'influenza dell'esperienza virtuale della popolazione, dei blogger, di giovani e studenti che attraverso internet e i social media svolgono un ruolo fondamentale di comunicazione e informazione per il processo di nascente democrazia nel mondo arabo del sud del Mediterraneo. In tal senso mi pare che il desiderio di progettare un appuntamento in quei paesi, in Tunisia, innanzi tutto – dato che è a noi il luogo più vicino e l’unica rivolta autenticamente compiuta – sia lo sbocco naturale di questo percorso che potrebbe aprire una nuova dialettica in un lavoro che ha il suo maggior pregio nell’essere aperto all’interattività.

 

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni

 

 

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