Francis Bacon and the Existential Condition in Contemporary Art - Palazzo Strozzi (Firenze)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Domenica, 28 Ottobre 2012 
Francis Bacon

Dal 5 ottobre al 27 gennaio. Francis Bacon e gli ‘analisti’ della condizione esistenziale della contemporaneità, in particolare legati al mondo del Nord Europa e del Giappone, testimoniano una volta di più la lontananza dall’armonia, dall’ideale classico dell’arte anche dal punto di vista della fruizione. Qui protagonista è il dolore, il lato grottesco della vita che sembra quello dominante. Una lunga meditazione di sé, a partire dalla corporeità e dalla relazione quasi ossessiva tra l’individuo e la collettività – in Francis Bacon – o una testimonianza del proprio vissuto, emozioni, relazioni con gli altri. Non c’è un messaggio quanto una testimonianza appunto, talora crudele, dove l’adesione alla realtà non è lineare quanto surreale: anche la foto non è una copia più fedele di altre quanto una deformazione per l’occhio comune. La verità secondo l’io stando a quello che sentono questi artisti.

 

A Firenze, Palazzo Strozzi
Dal 5 ottobre 2012 al 27 Gennaio 2013
FRANCIS BACON AND THE EXISTENTIAL CONDITION IN CONTEMPORARY ART
NathalieDjurberg, Arian Ghenie, Arcangelo Sassolino, Chiharu Shiota e Annegret Soltau

 

Si scende di un piano dal bel cortile interno del Palazzo rinascimentale dedicato ad una delle più note famiglie fiorentine del tempo, per entrare in uno spazio a volte dai soffitti bassi: un contrasto metaforico che illustra il cuore della mostra, un’immersione attraverso il corpo (il nostro vestito esterno) all’interno del sé nelle viscere più profonde del reale quale vissuto, autentico e pertanto scabroso e deforme. L’allestimento è di grande respiro e raffinatezza: pareti bianche candide, un pavimento in resina grigio perla, tutto essenziale con le opere ben distanziate – sono lavori che hanno bisogno di spazio e intervalli – dove si lasciano parlare gli autori e raccogliere lo spettatore in una sorta di labirinto, ancora una volta allusivo.
DjurbegLa partenza è con il protagonista dell’esposizione, arcinoto e molto quotato tra i collezionisti, Francis Bacon, nato a Dublino nel 1909 e morto a Madrid nel 1992, da famiglia inglese. La sua riflessione si concentra sull’esistenza, il rapporto tra individuo e collettività, rappresentata dagli altri esseri umani come dalle architetture. Gli ambienti esterni sono ridotti all’essenziale, tracciati da linee geometriche, talora dai colori accesi, che esaltano le asimmetrie e gli elementi che stringono il corpo in situazioni di costrizione. Per Bacon la figura umana è spesso contorta e deformata e il volto è confuso, come dissolto negli elementi costitutivi non più riconoscibili; spesso anche i caratteri sessuali sono esagerati o minimizzati, comunque hanno un qualcosa di grottesco, superano l’elemento di distinzione tra maschile e femminile ed evidenziano il lato caricaturale. La corposità densa, resa talora da una miscela di olio, pastello e sabbia sembra guardare, a mio parere, all’interno. Per un certo verso respinge lo sguardo dell’osservatore che ne è come disgustato a tratti; a tratti lo avvicina, lo trascina, costringendolo a scendere nel gorgo che lo porta dentro l’anima, sarebbe meglio dire dentro le viscere. Protagonista della serie “Seated Figure” (1974) il compagno dell’artista nella seconda metà degli Anni Sessanta, George Dyer, ritratto ossessivamente anche dopo la sua morte, avvenuta a Parigi nel 1971 la sera prima dell’inaugurazione di una mostra importante al Grand Palais. Il suo volto come altri lo ritroviamo anche nella produzione fotografica, sempre ritoccata e lavorata dallo stesso Bacon, che usa la fotografia non tanto per copiare la realtà quanto per restituirla interpretata.
Con Nathalie Djurberg, artista svedese nata nel 1978, si entra nel mondo fiabesco, popolato di elementi ‘neri’ e grotteschi, come spesso le favole, anche se nella sua arte sembra questo l’unico elemento protagonista. Si parte con un video dall’apparenza infantile, legata al pupazzo, che racconta una storia attraverso un film realizzato con foto di figure, per lo più realizzate in plastilina, spostate leggermente in pose successive, quindi rimontate in una sequenza. E’ il caso di “Once Removed On My Mother’s Side” (Rimosso dal fianco di mia madre), con la realizzazione del sonoro a cura di Hans Berg, artista con il quale lavora in un sodalizio permanente, dove una figlia si occupa della madre anziana, di assisterla con amore nelle funzioni corporee più basse e la donna corpulenta finirà per addormentarsi sulla figlia schiacciandola con il proprio corpo, metafora evidentemente di altro. La nota del disgusto è prevalente e trasforma il gioco di bambini in deteriore intimità. Anche in “Das Waldhäuschen” (la casetta nel bosco), abbinata al video “Turn into me” (Trasformati in me), il lato tenero di una casetta in miniatura, riprodotta nei particolari accompagna simultaneamente, a mio avviso, l’immagine della miniatura del gioco a un senso della deformità di ciò che è nano. Maggiormente essenziale, pur sempre con una connotazione di rimando alle forze oscure “Of Course I’am Working with Magic” (Naturalmente mi occupo di magia), una caverna nella quale il visitatore entra per vedere sul fondo un video, come una pittura rupestre animata, e misurarsi con la porta stretta del sé.
ShiotaCon Adrian Ghenie, nato in Romania nel 1977, si entra nel mondo della ritrattistica – celebri le sue rappresentazioni alterate dei dittatori della contemporaneità – dove la pittura non è un esercizio di immediatezza ma la restituzione della realtà dopo un attento lavoro di ricostruzione e studi. Nella sala a lui dedicata alcuni volti e interni ricordano in parte i ritratti dell’americano Chuck Close e per alcuni aspetti gli interventi pittorici di Mimmo Rotella.
L’Italia è rappresentata da Arcangelo Sassolino, del 1967, con le installazioni che ritraggono l’esplorazione degli effetti causati da forze estreme, anch’esse un’allegoria della realtà, con una sorta di macchina infernale anche per il rumore scenico, con corde, legno e metallo.
Annegret Soltau, nata nel 1946 in Germania, utilizza la propria persona e le performance nelle quali si mette al centro per un viaggio all’interno del sé, con un elemento quasi sado-maso, seppur con grande rigore ed essenzialità.
Infine il sogno entra con il Giappone nell’installazione di Chiharu Shiota, del 1972, con un’installazione in filo di lana nero, rete da calcio e porte di legno. Le sue installazioni “Site specific”, disegnano scenografie, con immagini tridimensionali che avvolgono oggetti di uso comune, come in questo caso vecchie porte in disuso. L’artista ha dichiarato che nelle sue opere intende raccontare i sentimenti che prova nel corso del suo lavoro. Anche in questo caso, c’è un elemento noir, al di là del colore, con l’effetto tela di ragno, accompagnato da una grande delicatezza, con un’atmosfera soffusa, quasi impalpabile, molto raffinata.

 

Palazzo Strozzi - piazza Strozzi Firenze
Per informazioni: telefono 055/2645155 – mail
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orari: martedì-domenica: 10-20, giovedì gratuito 18-23, lunedì chiuso

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Lavinia Rinaldi, Ufficio stampa Palazzo Strozzi
Sul web:
www.strozzina.org - www.palazzostrozzi.org

 

TOP