Forum mediterraneo della fotografia – La maison des jeunes (el-Haouria, Tunisia)

Scritto da  Martedì, 01 Maggio 2018 

Verso il “dito della Tunisia”, quel nord che tocca l’estremo sud italiano si è tenuto “The Mediterranean forum for Photography” sul tema “le culture del Mediterraneo”, con l’intenzione di riunire artisti internazionali – il Marocco ospite d’onore – per promuovere il dialogo in quest’area attraverso l’arte e rivalutare una zona emarginata del Paese.

 

A Nord della famosa spiaggia bianca di Kelibia, verso Cap Bon, il cosiddetto dito della Tunisia, il villaggio di el-Haouaria, di fronte all’isola di Pantelleria dove dal 27 al 29 aprile 2018 è organizzata la prima edizione di una manifestazione internazionale dedicata alla fotografia sul tema ampio e un po’ generale delle culture del Mediterraneo, con un’attenzione alle credenze, tra sacro e profano. Saltinaria è stata invitata tra i media partner e la testata è andata sul posto per respirare l’atmosfera di un incontro di genti mediterranee prima che di artisti. “Gli incontri mediterranei di fotografia – ha raccontato Oussama Bel Hadj Fradj, Promotore degli incontri– sono stati organizzati alla scopo di valorizzare el-Haouaria, il suo potenziale culturale e ambientale e sono stati promossi dall’Associazione forum Hermaea Elhaouaria, giovane organizzazione, nata il 16 ottobre del 2011, con un obiettivo meramente culturale e artistico; in collaborazione con la Casa della gioventù locale. La manifestazione ha avuto il patrocinio del Ministero degli Affari Culturali e il Ministero dei Giovani e dello Sport e affianca, accanto alla mostra dei fotografi selezionati, una serie di workshop e alcune escursioni nelle quali i fotografi si misureranno sul campo facendo esperienza condivisa del luogo.” La giuria riflette l’internazionalità multidisciplinare che incarna lo spirito del forum, composta da Marianne Catzaras, fotografa e poetessa, tunisina di origine greca (ospitata già sul quotidiano); Slim Gomri, fotografo e visual artist, direttore del Centro delle Arti di Rades (Tunisi); Ryadh Gharbi, foto-giornalista tunisino; Med Elid Tijani, fotografo algerino; Amine Bousofara, fotografo e visual artist, algerino; Rossella Paolicchi, fotografa e designer italiana. Tema dell’esposizione la cultura attraverso il Mediterraneo e il suo ruolo di cucitura di legami di amicizia tra i diversi paesi.

Abbiamo incontrato, tra gli altri artisti, Lilia Benzid, fotografa tunisina, nata e cresciuta a Tunisi, di madre tedesca e padre tunisino. “E’ grazie a mio padre, ci ha raccontato, nato nel sud, a el-Jem e che già molto giovane si è interessato al patrimonio locale, che io mi sono appassionata alla storia del Paese. Mio padre ha conservato per la famiglia alcuni prodotti di artigianato locale, gioielli e tessuti antichi, perché una serie di mestieri legati all’artigianato artistico stavano sparendo e oggi sono sempre più rari. Sono cresciuta in una famiglia con il gusto della conservazione della tradizione artistica e artigianale.”

Era un artista?
“A dire il vero un giurista che, dopo gli studi a Sousse, ha avuto una Borsa di studio a Parigi ma la sua passione è l’archeologia e l’arte.”

E per te com’è nata questa passione?
“Mio nonno materno era fotografo amatoriale ma appassionato e mio padre che amava a sua volta la fotografia mi ha regalato il mio primo apparecchio fotografico intorno ai dodici anni e così ho cominciato.”

Ora è il tuo mestiere?
“Non esattamente. Ho introdotto la fotografia nella mia attività, introducendo video e interessandomi a tutto quello che è antropologia. Mi occupo della comunicazione e in particolare della comunicazione di genere nell’ambito di un’organizzazione intergovernativa nell’ambito ambientale, l’Observatoire du Sahara et su Sahel.”

In quale termini?
“La fotografia mi serve per documentare quello che facciamo sul campo e per raccogliere l’immediatezza dello stato di cose e comunicarlo in modo diretto semplice, al di là dei rapporti scritti.”

Come hai messo insieme la passione per il patrimonio storico e quello naturale?
“Credo che la natura influenza la storia e la vita di un luogo, il clima ci spiega molte cose. La fotografia riesce a cogliere l’istante il lato naturale e quello dell’intervento umano.”

Interessante il lavoro sociale di Salwa Jaouadi, presidente dell’Associazione Tunisina delle Donne Fotografe, nata nel 2014, con lo spirito di lavorare con le donne fotografe che non hanno molte occasioni soprattutto all’interno del Paese di esprimersi pubblicamente. “Siamo un’organizzazione – ha precisato – che eroga formazione e organizza esposizioni in particolare sulla donna e il femminile. Ad esempio nel 2017 abbiamo realizzato una mostra sulla violenza contro le donne, con il titolo curioso di “Violenza ed eleganza”.”

Cosa presentate a el-Haouaria?
“El-kahena, la Kahina, l’eroina berbera che si oppose alla colonizzazione arabe, simbolo della donna forte del Mediterraneo del sud.
Abbiamo voluto mettere l’accento sulla donna tamazigh e sul recupero di una femminilità negata, che abbiamo scelto per mettere insieme la tradizione del nostro Paese con la modernità delle sfide dei movimenti femminili e femministi. Abbiamo scelto di presentare al Forum questo soggetto perché il contesto ci sembrava opportuno: identità del Mediterraneo e recupero della tradizione che rischia di essere dispersa.”

Avete altri progetti in cantieri?
“Purtroppo le associazioni non hanno grandi supporti e sono costrette a vivere i propri fondi, pertanto dobbiamo ridimensionare le ambizioni. Al momento stiamo lavorando su donne che hanno subito mobbing sul luogo di lavoro, soprattutto a sfondo sessuale con un progetto di formazione nell’ambito della fotografia per poi far sì che queste donna possano esprimere l’accaduto attraverso la fotografia. In cantiere anche un progetto sui minori, in particolare ragazze, che si trovano emarginati a causa dell’ambiente nel quale vivono. L’idea è attraverso foto e murales di migliorare l’ambiente pubblico circostante.”

Il rappresentante italiano al Forum, Serafino Fasulo ha sposato la filosofia del flâneur. Non nasce come fotografico ma come documentarista, sebbene la sua formazione lo porti, come ci ha raccontato, “a un’attenzione particolare all’inquadratura anche per il cinema che ho amato e che oggi non fa più questo tipo di ricerca. In passato la fotografia era l’alfabeto del cinema. Oggi mi dedico totalmente alla fotografia sia come fotografo sia come organizzatore. In questo momento in particolare sto lavorando per Fondazione Carlo Laviosa di Livorno per un progetto di relazione tra foto e ambiente di lavoro.”

A quali altri progetti stai lavorando?
“Sto seguendo una serie di progetti personali, quali un reportage del mondo dell’autismo che presto andrà in stampa a breve, con il titolo Noi, Filippide che fa riferimento ad un’attività sportiva che si svolge a livello nazionale, essenzialmente podistica perché i ragazzi autistici attraverso la maratona scoprono loro stessi, le proprie potenzialità e cominciano a socializzare. L’altro progetto è un’indagine fotografica sul concetto di confine che parte dall’incontro, scontro, tra fiume e mare e diventa una metafora più ampia. Recentemente ad esempio sono stato sulla zona del Danubio e il Mar Nero, confine tra civiltà e barbarie dove le barbarie sono sempre quelle dell’altro.”

Qui cosa presenti?
“Una foto dove il mare non si vede ma lo si può fotografare anche dandogli le spalle e nel Meridione d’Italia ci sono angoli nei quali il sentore del Mediterraneo e della sua identità sono molto forti anche se non si vede, dove ad esempio il sacro e profano si mescolano e questo impasto di religione aulica, strutturata e allo stesso tempo rituale, piena di credenze magiche e superstiziose è tipica delle nostre sponde.”

Come sei diventato fotografo?
“Per la scelta che sottintende: la fotografia mi permette di lavorare in beata solitudine, con tempi lunghi e la possibilità di osservare prima di scattare, senza i tempi stretti della produzione del documentario-fiction. Il mio processo è stato graduale: da spettatore, a studioso di cinema sono diventato attore.”

Articolo di Ilaria Guidantoni

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