FILM & NOTFILM, una riflessione sul cinema al Milano Film Fest

Scritto da  Sabato, 24 Settembre 2016 

Un momento epico, prezioso e raro per tutti i cinefili e senza dubbio un'occasione unica di vedere questi due capolavori uno di seguito all'altro in un unico pomeriggio. Dove è successo? Al Milano Film Fest. La domenica milanese è rilassata e stanca, la città riposa sorniona sotto ad un cielo plumbeo che non si decide a piovere e noi di Saltinaria abbiamo deciso di rintanarci allo spazio MIMAT. Oggi si proiettano in successione, per gentile concessione della dottoressa Letizia Gatti di Reading Bloom, FILM e NOTFILM.

 

FILM
regia Alan Schneider
sceneggiatura Samuel Backett
con Buster Keaton, James Karen, Nell Harrison, Susan Reed

 

Questa è la storia di O. e di E.
E. è l'occhio che osserva, la cinepresa, Dio, il giudizio, tutto ciò che vive fuori di noi e ci definisce.
O. è il soggetto, colui che viene osservato.

O. vuole liberarsi di E. Fugge al suo sguardo, si nasconde, tenta di seminarlo, ma è tutto inutile. E. gli sta alle calcagna, è fuori da O. ma sembra esserne l'ombra. La fuga di E., che inizia all'esterno dove O. incrocia anche lo sguardo di una coppia di passanti che inorridiscono alla sua vista, ci porta in un appartamento fatiscente e semi-abbandonato. Qui ci sono vecchi resti che segnano una presenza, una cesta con un gatto e un cagnolino e una sedia a dondolo. Adesso E. sembra non far più caso a O., la sua urgenza è diventata coprire tutto ciò che riguarda la vista, l'essere guardato. Copre lo specchio, toglie dal muro un disegno che raffigura un uomo barbuto dai grandi occhi tondi e caccia di casa il cane e il gatto. Si siede sulla sedia a dondolo, tira fuori dalla tasca del cappotto una busta contenente delle fotografie che ritraggono i momenti salienti della sua vita: nascita, fanciullezza, laurea, matrimonio, nascita di un figlio. O. le osserva, le riosserva e poi le strappa una per una. A questo punto si addormenta e E. coglie subito l'occasione per girargli attorno e mostrare a noi spettatori il volto di O. che fino ad ora aveva sempre agito dandoci le spalle. O. è un uomo anziano dal volto impenetrabile, con una benda sull'occhio stile pirata. E così finisce, con O. che si risveglia per poi ricadere addormentato o forse addirittura morto. Si perché O. incontra il suo doppio che è E. e incontrare il proprio doppio è appunto presagio di morte.

Il lavoro è puramente beckettiano, vogliamo davvero trovarci un senso? Il cuore è nella cosa, ciò che si vede è ciò che è. La condizione dell'uomo. L'inutilità del ricordo alla fine di una vita. Il desiderio di non essere più visti, percepiti, valutati. Il diritto di ognuno a scomparire per trovare finalmente la pace. Non una parola in tutto il tempo, eccetto lo “Schhhh!” che la donna fa al marito nella scena della strada. Rumore messo come a dire: il cinema sonoro c'è, esiste, è possibile. Il non usarlo è una libera scelta. Buster Keaton, protagonista indiscusso (gli altri sono poco più che comparse) è sublime, magnetico e guardarlo è una lezione di recitazione. Di spalle, senza dire una parola, riesce a farci fare un viaggio nella vita di quest'uomo. Ci si emoziona, si è profondamente toccati, si ride di gusto nella gag con gli animali. FILM rappresenta l'unico approccio di Beckett al mezzo cinematografico, il suo interesse per questo strumento, la volontà di indagare e mentre osserviamo viene da pensare a come questo mezzo abbia realmente a che fare con l'indagine stretta dell'Io, dell'interiorità, come la macchina da presa sia un mezzo capace di andare oltre il corpo e cogliere davvero i moti dell'anima.

 

NOTFILM
regia Ross Lipman
sceneggiatura Ross Lipman
con Kevin Brownlow, Judith Douw, S.E. Gontarski, James Karen, Buster Keaton, James Knowlson, Leonard Maltin, Mark Nixon, Barney Rosset, Steve Schapiro, Jean Schneider, Jeannette Seaver, Haskell Wexler, Billie Whitelaw

 

La riflessione sul mezzo cinematografico si amplia e approfondisce in NOTFILM che è un documentario girato da Ross Lipman sicuramente per omaggiare il lavoro di Beckett e per amor di studio e indagine su questo “evento” unico che fu FILM.

La scelta del protagonista è davvero molto divertente. Perché Buster Keaton? Perché Charlie Chaplin disse no. Keaton pare sia stata davvero l'ultima opzione possibile per Beckett. Non si stavano simpatici, Keaton non lo stimava come drammaturgo perché non ne capiva la scrittura (addirittura tempo prima aveva rifiutato un ruolo nella trasposizione filmica di “Aspettando Godot” perché non comprendeva il senso dell'opera). E allora perché accetta di fare FILM? Perché ha bisogno di soldi. La realtà è forte, sempre più forte di tutto. Senza giudizio. E' andata così e proprio per questo FILM è un capolavoro. Buster Keaton si rivela infatti il perfetto attore beckettiano: non ha bisogno di capire, non si lamenta mai, è abituato a sforzarsi molto fisicamente e a farsi male, non mette in discussione le richieste del regista. Esegue semplicemente e rigorosamente quello che gli viene chiesto. Il suo volto inespressivo, pietrificato, è già una maschera in se' e nel suo corpo che recita per quasi la totalità del film di spalle, si vede tutta la sapienza accumulata negli oltre 122 film (tra lungo e cortometraggi) ai quali ha preso parte lungo tutta la sua carriera. Alla luce di questo, fa veramente ridere tutta la scuola di pensiero secondo la quale l'attore deve “sentire” il personaggio per poterlo interpretare in modo pieno e autentico. C'è più verità nel cappello di Buster Keaton che in tanti tanti attori che si vedono lavorare oggi. Ma ritorniamo a NOTFILM! Si parla di Beckett, l'immenso e poetico e maestoso Samuel Beckett. Di origine irlandese, allievo di James Joyce, a un certo punto della sua vita si trasferisce a Parigi e inizia a scrivere prima per il teatro per interessarsi poi anche alla scrittura per la radio, la televisione e infine il cinema. Il lavoro di Beckett si sposta sempre più verso il concetto e il corpo dell'attore, va verso una restrizione e immobilizzazione sempre maggiori. Basti pensare a “Giorni Felici” dove i personaggi sono bloccati dentro a una montagna prima fino alla vita e poi sepolti fino al collo. Per arrivare al punto di assoluta estremizzazione di “Non io” dove vediamo solo la bocca dell'attrice che sproloquia sulla vita. E anche la metodologia di scrittura di Beckett, la sua prosa, non lascia spazio ad una psicologizzazione forzata dei caratteri, ma ci fa pensare piuttosto alla musica. La sua attrice Billie Whitelaw, intervistata da Lipman, dice appunto che quando lavorava per Beckett pensava al ritmo, alla musica e dice inoltre che ogni forma di comprensione logica era inutile. Tutto quello che doveva fare era affidarsi a lui, stare in ascolto e fare del suo meglio per incarnare quello che l'autore le stava chiedendo. Ascoltare. Questo verbo torna costantemente all'interno di tutto il lavoro di Lipman. Curioso no, visto che parliamo di un film sull'occhio e per giunta senza sonoro? Ma di che tipo di ascolto si parla? Forse non esclusivamente di quello meccanico che si fa con l'orecchio. Quello che accade in realtà e che permette a FILM di essere quello che è, è proprio un genere di ascolto che si basa sul non detto, su una comprensione che va ben oltre io che parlo e tu che ricevi. Come viene detto anche in NOTFILM: “Il rigore era alla base dell'umorismo di Keaton come l'umorismo era alla base del rigore di Beckett” per questo è potuto nascere FILM ed essere così perfetto. Per questo questi due mostri sacri, ognuno nella sua categoria, hanno potuto lavorare insieme pur non stimandosi o non legando in apparenza. Avevano in comune qualcosa che va oltre ogni simpatia o antipatia, la si potrebbe chiamare una forma di rispetto, ma forse non ha un nome preciso. E' comunque quel genere di attaccamento e precisione e specifica volontà che ogni artista ha nell'adempiere al proprio lavoro al meglio e il più precisamente possibile. Questa, chiamiamola, assennatezza va oltre le condizioni atmosferiche, i colleghi di lavoro, i problemi personali (che solitamente vengono lasciati in camerino o in albergo) ed è quella spinta interna che distingue il vero artista e professionista da tutti gli avventori della domenica, perditempo e dilettanti.
La visione di questi due lavori in successione è molto interessante, forse per i non appassionati del genere si rischia di cadere nella pedanteria, ma se si resiste alla stanchezza e si resta nel flusso narrativo si è piacevolmente trascinati da Lipman in un mondo interessante che è la poetica di Samuel Beckett.

C'è inoltre da aggiungere un gusto, un appetito che Lipman fa nascere in noi di un certo tipo di cinema fatto di materia, di studio di prospettive, di utilizzo di un mezzo in modo artistico e non puramente narrativo. In FILM infatti la macchina da presa è anche un personaggio, anzi lo è soprattutto. Si pensa alla nascita del cinema. Al potenziale del cinema. Alla attuale banalizzazione del cinema, usato quasi esclusivamente per narrare storie (spesso anche molto belle) in modo lineare e seguendo una logica narrativa. Mentre il cinema nasceva per documentare, scoprire, entrare dentro, avvicinare l'occhio dello spettatore alle cose. Cinema e occhio. Estensione dell'occhio. Iper-occhio. Quasi come se l'io che guarda potesse superare se stesso, le sue doti di essere umano limitate, e andare oltre. E' bello pensare alle infinite possibilità dello sguardo che supera la barriera fisica e materica ed entra nell'anima. In fondo nei primi anni della fotografia non si pensava forse che lasciandosi fotografare l'essenza del soggetto ritratto, la sua anima appunto, restasse imprigionata dentro la fotografia? E così un po' accade. In FILM e NOTFILM ci sono due anime meravigliose e diverse nella loro bellezza che non ci dicono niente eppure ci lasciano vedere tutto.

 

Articolo di: Caterina Paolinelli
Sul web: www.milanofilmfestival.it

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