Colore, architettura e città: una riflessione sulla cultura del progetto sostenibile

Scritto da  Ilaria Guidantoni Sabato, 20 Luglio 2013 

Un grande simposio sul colore e l’ambiente urbano tra arte e architettura si è tenuto alla Casa dell’Architettura di Roma, promosso dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia e dalla Consulta per il Progetto sostenibile e l’efficienza energetica, con il sostegno di Eurosolar Italia (Main sponsor OIKOS e sponsor MV Resilienti).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Patrizia Colletta, una delle anime del dibattito, Consigliere dell’Ordine e Presidente della Consulta Progetto sostenibile ed efficienza energetica, introducendo i lavori ha sottolineato come l’appuntamento rappresenti una sfida per gli architetti a livello internazionale, in particolare in un momento di crisi. Il colore infatti è sinonimo di riuso, riqualificazione, restauro a costi contenuti e in tempi rapidi; inoltre riveste un ruolo importante per l’aspetto della sostenibilità, considerato che l’uso sapiente favorisce il risparmio energetico. Dovrebbe pertanto essere inserito nelle agende dei politici e degli amministratori della città perché rappresenta uno dei parametri della vivibilità. Un esempio per tutti è la Tirana riveduta dove il colore, sebbene in un’opera di spontaneismo, ha cambiato il volto e il corpo di un’urbanizzazione dopo anni di architettura sovietica.
Ripensare la città come un’opera d’arte, “far funzionare il cervello in termini di creatività”, ha detto il nuovo Assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Estella Marino, “è uno dei modi migliori per combattere la scarsità di risorse con la quale fa i conti il patrimonio pubblico storico-artistico.
Oggi, direi purtroppo, il colore è percepito soprattutto come gusto e a livello emozionale per induzione della logica del mercato, ma originariamente era dotato di valore altamente simbolico, anche se soggetto a cambiamenti nel tempo e secondo il contesto.
Basti pensare al colore nero che, come ha raccontato Teresa Sapey, Architetto e Designer torinese, da molti anni residente in Spagna, è stato importato con la scoperta dell’America nel 1492 perché originato da un batterio che cresce sulle piante tropicali. La prima a indossarlo fu Isabella di Castiglia e dopo di lei i reali di Francia; finché successivamente passo come divisa di servizio per ché non si sporca. Fu così fino all’inizio del Novecento quando Coco Chanel lo rimise in uso come colore della moda elegante e per il guardaroba femminile, con la famosa Petite robe noire.
Attualmente è la moda a guidare il gusto e le tendenze in generale, ad esempio anche nella percezione del corpo e nella rivisitazione del femminile e maschile che con il colore gioca un'attribuzione importante. In un mondo che si sta femminilizzando, dove i parametri dell’accoglienza e della creatività, della fluidità ma anche dell’indeterminatezza crescono, il mondo dei colori conquista il pubblico e l’abbigliamento maschile e sposa forma architettoniche più vicine all’arte, talora perfino bizzarre e antifunzionali. Gli edifici giocano, ad esempio, sempre più su opacità e trasparenze.
Ma cosa accade nel 2013? Le tendenze della moda propongono tutte le sfumature di rosa ma non il rosso, troppo aggressivo, rischioso: non è certamente il momento; oltre l’arancio e il verde.
I primi due colori sono di facile lettura: nella crisi generale è importante vedere “la vita in rosa”, mentre l’arancio racconta il bisogno di energia rinnovata e di prendere respiro. Più complessa è l’analisi del verde. E' il colore più diffuso in natura e forse proprio per questo non così diffuso in architettura e in generale e tardivo nella cultura occidentale, una sorta di venerazione. C'è una distinzione netta tra la vita in campagna e quella nelle moderne città dove prevale l'uniformità del grigio dell'asfalto, che è il colore più diffuso attorno a noi. E’ anche la tonalità che fa risaltare meglio gli altri colori e quindi molto usata nei musei e negli allestimenti artistici.
Tornando al verde, questa tinta fino a Napoleone non entra nella moda e nell'arredamento con l'episodio paradossale della natura matrigna, quando il Francese si fa dipingere le pareti della cella di Sant'Elena di verde e si avvelena perché la sostanza dalla quale era ricavato è tossica.
In Occidente la natura e il verde sono sempre delimitati e 'isolati' dal costruito, diversamente dal continuum orientale e in particolare giapponese.
In architettura prevale ormai la forma, la tecnologia e la prestazione, rispetto al colore e al decoro; l'architetto sul decoratore e le maestranze e si privilegia l'edificio trasformabile e implementabile, con episodi che toccano perfino le opere d’arte: le performance, opere che in breve tempo cambiano. Un nuovo uso del verde, sono le pareti attrezzate con i giardini che promuovono anche la sostenibilità, rese celebri dall’architetto francese Jean Nouvel che le ha utilizzate ad esempio a Parigi al Musée de Quai Branly dedicato alle civiltà extra-europee.
Qualche parola vale la pena spenderla per il bianco, la somma di tutti i colori, prediletto o svilito a seconda dei momenti e declinato in molte tonalità, basti pensare agli Inuit che vivono in un mondo di bianco ghiaccio e ne conoscono più sfumature e nomi. Nell’era del monoteismo e nel Mediterraneo il bianco diventa il simbolo della sacralità abbinato alla materia del Marmo bianco di Carrara, detto ‘assoluto’, veste i templi ebraici ma soprattutto chiese cristiane e moschee musulmane, mentre l’antichità politeista vuole il trionfo del colore. Il monoteismo sposa il monocromatismo.
In ultimo allarghiamo lo sguardo sul Mediterraneo dove possiamo tracciare un confine legato alla ceramica colorata da rivestimento architettonico, all’interno e nei mosaici; mentre all’esterno domina la semplicità dell’essenzialità. E’ questa una concezione estetica di derivazione islamica che chiede sobrietà all’esterno, discrezione, nell’abito come nell’abitazione, ma anche nei luoghi di culto e la ricchezza nell’intimità del patio, dei giardini, delle opere ornamentali. In questo si contrappone all’idea europea dell’esibizione del monumento e del palazzo con la facciata protagonista, basti pensare che perfino nelle chiese l’altare ha un fronte (il paliotto), più importante e un retro, più semplice. Tornando al verde, colore sacro dell’Islam, va da sé che il suo uso è differente dal resto del mondo e non lo si trova diffuso, se non per i tetti, qualcosa che sta in alto e copre, protegge, come il cielo; e nei tappeti, non di uso comune che si ‘calpestano’, ma su quelli detti appunto ‘preghiera’.

 

 

COLORE FUNZIONALE: IL BENESSERE PSICOFISICO NEGLI AMBIENTI SANITARI
di Daniela De Biase, architetto

 

La qualità ambientale è un presupposto fondamentale per la validità delle costruzioni, superando i limiti dell’“edilizia malata” e garantendo anche un’architettura ecosostenibile. Si esprime soprattutto attraverso la corretta percezione degli elementi sensoriali e il colore, insieme alla luce, rappresenta un elemento chiave nel rapporto tra gli esseri umani e il loro habitat. Gli stimoli visivi che riceviamo dall’esterno producono effetti e reazioni di tipo fisico, intellettuale, emozionale che collaborano positivamente a migliorare la qualità della vita, soprattutto in ambienti particolarmente disagiati come quelli sanitari. Pertanto “Il colore non può essere considerato soltanto una questione di arte e bellezza o un semplice elemento decorativo” (Frank Mahnke). In realtà la funzione del colore, specialmente se finalizzato al benessere ambientale, è molto più importante poiché implica fattori umani e psicologici. Sebbene la qualità dell’ambiente da sola non abbia ovviamente il potere di far guarire, l’uso corretto e mirato dei toni cromatici può essere un aiuto terapeutico di grande rendimento, intervenendo sui parametri biologici, psicologici, culturali e simbolici. La relazione tra colore e agio psicologico sono noti universalmente: colore e luce giocano un ruolo fondamentale per il benessere psico-fisico degli utilizzatori degli spazi e l’arte ha indubbiamente saputo sfruttare un enorme potenziale in tal senso.
Il colore è un linguaggio di comunicazione non verbale che informa, fa intervenire le emozioni, condiziona l’umore, contribuisce a valorizzare la qualità dell’offerta: è un efficace mezzo espressivo e uno strumento di sottile persuasione, che influenza la relazione tra l’individuo, l’ambiente e i suoi interlocutori.
L’influenza psicofisiologica è subita inconsapevolmente. Il colore è portatore attraverso la luce di stati di benessere, ma anche di tensioni. Per questo è necessario riflettere sull’uso del colore soprattutto negli ambienti della salute, poiché può diventare elemento di disturbo, di aggressione fisica e visiva, che può condurre al rifiuto dei cromatismi. Grazie all’uso del colore funzionale è possibile realizzare uno scenario ambientale che faccia cogliere agli utenti una maggiore sensibilità e partecipazione umana insieme alla professionalità degli operatori e a un elevato grado di tecnologia. Le nuove tecnologie hanno aumentato le possibilità di guarigione e la durata della vita, modificando le aspettative dell’offerta sanitaria. Il paziente diventa attore cosciente e partecipativo, al quale si richiede di collaborare e reagire per una rapida guarigione, che accorci i tempi di cura e ottimizzi la produttività dell’azienda sanitaria. Per contro, si rende necessario un cambiamento dell’ambiente che diventi un luogo più sensibile alle esigenze degli utilizzatori, che sono in grado di osservarlo e giudicarlo prima ancora di verificare la qualità del servizio offerto. Tale ambiente “curato” crea benefìci anche per il personale sanitario, sottoposto ad attività, orari e rapporti con la struttura e con i pazienti molto stressanti. Ne deriva un’esigenza di “umanizzazione ambientale” che si concreta nel predisporre uno spazio armonioso in cui profondere attenzione e qualità ambientale, insieme a linguaggi e contenuti emozionali positivi, stemperando gli aspetti freddi della tecnologia: “Più alta è la tecnologia intorno a noi, più si ha bisogno di un tocco umano” (John Naisbitt).
La rilevanza del progetto del colore funzionale è data dallo studio degli effetti che il colore, nella qualità fisica di onda elettromagnetica, produce sull’individuo e nell’ambiente, in particolare: gli effetti fotobiologici (visione, luce, variazioni del sistema nervoso autonomo), comunicativi (informazioni verbali e non verbali, interazione sensoriale), psicologici (comportamenti, modelli culturali, sinestesie percettive, scelta dell’abbigliamento o dell’appartenenza), terapeutici (medicina psicosomatica, cromoterapia, tecniche antistress, benessere da contesto ambientale).
Il colore stimola associazioni di tipo emotivo, simbolico ed estetico. Le gradazioni cromatiche, determinate dalla lunghezza d’onda elettromagnetica corrispondente, agiscono in modi differenti sulle funzioni dell’organismo, sulla mente, sulle emozioni: sono esperienze sensoriali che, interagendo con quelle connesse con gli altri sensi, producono delle percezioni concomitanti: i fenomeni sinestesici. Questi, se usati in modo consapevole, possono essere finalizzati ad ottenere sensazioni a catena quali, ad esempio, l’aumento del senso di respirabilità, (l’arancione), la stimolazione dell’appetito (i rossi), l’attenuazione della percezione di rumore (l’indaco), la predisposizione al riposo (il blu) o, al contrario, la capacità di concentrazione (il giallo), la sensazione di fresco (il blu e i verdi) o di calore (il rosso e i colori caldi), l’attitudine alla socializzazione (il turchese) o all’intimità (i rosati) e altre. E’ così che il colore si manifesta come un grande illusionista dai mille volti, in grado di indurci a provare una sensazione per un’altra. Attraverso il colore funzionale, utilizzato in base alla destinazione d'uso degli ambienti e del tipo di fruitore, creiamo nell’ambiente il “clima” più opportuno, adeguato al nostro fisico e alla nostra emotività, che può influenzare l’umore, trasmettere serenità, disponibilità ai rapporti interpersonali e predisporre a sentimenti positivi.
I differenti colori e gli abbinamenti cromatici servono a rilevare le diverse funzioni per il raggiungimento degli obiettivi che, ovviamente, variano secondo il reparto o il tipo di servizio. Tutte le cromaticità devono essere modulate con saturazioni e luminosità tali da non disturbare il particolare stato del paziente.
La manipolazione della luce moltiplica le proprietà fisiche del colore, arricchendo emotivamente lo spazio e cancellando il più evidente e sconfortante squallore. Le luci naturali e artificiali dovrebbero essere ubicate per non creare dannosi abbagliamenti e disturbi visivi. L’illuminazione, realizzata con opportuni calcoli illuminotecnici che tengano conto delle funzioni degli ambienti, dei colori usati, della tipologia di utenti e della loro visuale, differenzia le zone anche attraverso l’uso di diverse temperature colore delle lampade, calde o fredde all’interno dei corpi illuminanti. Variando in tal modo i gradi Kelvin si ottiene un progetto delle ombre, da affiancare a quello delle luci, in grado di proteggere l’utente da abbagliamenti nocivi e di produrre risparmio economico ed energetico.
Il colore può diventare così uno strumento di progettazione, che modifica le proporzioni e le percezioni degli spazi, determina aspettative, differenzia situazioni di attenzione segnalando usi e funzioni. Pertanto, per ogni spazio architettonico è fondamentale studiare, scegliere e applicare non “un colore”, ma il “suo colore”, quello più adatto, cioè, ad armonizzarsi allo scopo e all’uso di quello spazio, con l’obiettivo finale di perseguire un’ergonomia sensoriale.
E’ indispensabile studiare e considerare dapprima il “teatro del colore”, e cioè l’azione e la relazione tra i colori, riflettendo sui processi che ne determinano le scelte, poiché i complessi fenomeni, le ambiguità e gli inganni cromatici sono tali per cui nessun colore appare come sembra nella sua realtà fisica, ma è modificato da contrasti, rapporti quantitativi e di vicinanza con le altre tinte. L’organo visivo trasforma, quindi, i toni di colore attraverso l’influsso di quelli circostanti.
L’uso superficiale del colore, un rapporto incoerente con l’architettura, interventi slegati tra loro, effettuati anche in modi e in tempi differenti, possono portare ad abusi e inquinamenti cromatici realizzando atmosfere esageratamente colorate, squilibri tra immagine e sostanza, monotonia o eccessi di stimoli, causando disturbo e condizioni ambientali non ottimali.
Funzione e bellezza, dunque, camminano insieme di pari passo e la dimensione puramente estetica della scelta cromatica viene a essere sostituita da quella funzionale, finalizzata alla definizione della qualità ambientale.
Di conseguenza, bisogna concentrarsi sulla “cultura del colore”, sulla divulgazione e sulla formazione specifica per scegliere qualità e dosi cromatiche idonee, finalizzate alla realizzazione di una corretta umanizzazione degli ambienti sanitari, a garanzia di un effettivo comfort ambientale.
Il colore funzionale deve servire gli scopi umani” (Faber Birren).

 

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Sul web: www.coloree.it - www.casadellarchitettura.it

 

 

 

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