"Camp 14, Total Control Zone" di Marc Wiese al Milano Film Festival 2013

Scritto da  Caterina Paolinelli Giovedì, 12 Settembre 2013 

Fuori concorso alla XVIII edizione del Milano Film Fest la pellicola del regista Marc Wiese, che da oltre quindici anni si dedica alla realizzazione di documentari sia per cinema che televisione. Questo lavoro, qui proposto nella categoria “Colpe di Stato”, è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto Film Festival del 2010.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAMP 14, TOTAL CONTROL ZONE
regista Marc Wiese
produzione Engstfeld Film
produttore Axel Engstfeld
distribuzione Global Screen
sceneggiatura Jörg Adams
interpreti Shin Dong Huyk, Hyuk Kwon, Oh Yangnam
montaggio Jean-Marc Lesguillons
fotografia Jörg Adams
sound editor Karl Atteln

 

 

“…anche se sono passati molti anni, non voglio più ricordare questa esperienza” è la frase che torna in mente dopo, usciti dalla sala. La frase che nega completamente ciò che abbiamo visto. Il documentario, documentare, è necessario non solo per testimoniare e denunciare; ma anche per costituire una memoria affinché non possa essere più.
Quella narrata qui è una storia che ci sembra impossibile. O meglio, la nostra mente può reputarla possibile solo se collocata in un passato, non necessariamente remoto, ma passato. E invece accade oggi, accade qui, nel mondo in cui viviamo anche noi.
Il protagonista è un ragazzo, adesso giovane uomo, che è nato e cresciuto in un campo di lavoro nella Corea del nord. Cos’è un campo di lavoro? Un lager, un posto dove chi è prigioniero non ha alcun diritto, solo obblighi. E Shin Dong-Huyk nasce lì. Sua madre era stata data in premio a suo padre per aver lavorato sodo senza disobbedire mai. Il ragazzo racconta: le torture subite, il giorno che ha tradito (per paura di essere ucciso) sua madre e suo fratello che stavano progettando la fuga, il giorno che li ha visti al patibolo, la sua fuga dal campo avvenuta un giorno qualunque mentre raccoglieva la legna. Insieme ad un compagno più vecchio si trovano di fronte al filo spinato e tentano di scavalcarlo. Il compagno di fuga muore fulminato sulla rete elettrica e lui usa il corpo dell’amico per schermarsi dalle scosse elettriche e scappa.
Si ritrova nel mondo, quello reale, che a lui sembra assurdo. Qui servono i soldi che per lui sono solo pezzi di carta. Abituato ad un mondo dove si lotta strenuamente per difendere la propria vita, dove assolutamente non si percepisce il desiderio della morte perché questa è sempre lì pronta a prenderti, si ritrova scaraventato in un reale dove le persone si suicidano per motivi che a lui sembrano assurdi: non corrisposto amore, problemi finanziari, un licenziamento.... Però è anche bello, ci sono tante cose da mangiare, tanti vestiti diversi e di vari colori. Alla fine di tutto però il suo sogno è solo tornare là dove è cresciuto, nella casa in cui è nato e ha dormito per 15 anni sul pavimento senza sapere cosa fosse un letto. Tornare lì a vivere, ma senza le guardie, coltivare la terra ed essere libero. Vengono i brividi, lunghi brividi lungo la schiena e anche un po’ di sincera indignazione. Ma come? Tu sei riuscito a fuggire eppure hai nostalgia di quel luogo? Qui Freud si scatenerebbe con le sue teorie sul rapporto di co-dipendenza tra vittima e carnefice, ma non è questo il luogo per tale riflessione né è questo il mestiere di chi sta scrivendo.
All’interno del documentario abbiamo anche le interviste a due dei responsabili del “Camp 14”, due aguzzini, e ad una delle guardie che lavorava lì. E’ impressionante vederli parlare con naturalezza di torture e omicidi. Solo uno di loro appare fortemente disgustato da se stesso, è l’unico che dichiara che questa che sta rilasciando è la sua ultima intervista sull’argomento. Ma, ci sarebbe da chiedersi: perché queste persone che hanno senza dubbio violato qualunque possibile legge sui diritti umani, sono libere e indossano un completo con tanto di cravatta? E ancora di più, come possiamo permettere che oggi, anno 2013 d.C., esistano ancora dei luoghi come questo? Dei lager, dove persone come noi vivono vite fatte di: terrore, abusi, violenze fisiche pesanti? No, decisamente questa storia non può sembrare reale. Fa troppo male. Fa troppa vergogna. Farebbe prendersi troppa responsabilità, troppo in carico il dire e fare e spaccare qualcosa. Torna feroce il tema del rispetto. Cos’è la mia vita se non rispetto la tua? Cosa sono io se sono incapace di sostenere te? E noi, qui, con tutto quello che abbiamo e ci costruiamo, quanto siamo invisibilmente avvelenati dalla sofferenza che gravita intorno a noi similmente all’aria che respiriamo?
Il protagonista adesso collabora con Link: un’organizzazione statunitense che lotta per la liberazione della Corea del nord e viaggia per il mondo raccontando la sua esperienza.
Nella Corea del nord attualmente ci sono 200.000 detenuti in campi di lavoro.
Il lavoro di Wiese è asciutto e essenziale, interessante la scelta degli inserti a disegni animati per raccontare quelle parti dove la documentazione video non poteva arrivare (l’infanzia del protagonista nel lager, l’esecuzione della madre e del fratello per fare qualche esempio).

 

 

Passaggi al Milano Film Festival
08-09-2013 20:00 / Triennale - Teatro dell'Arte
10-09-2013 17:00 / Teatro Studio

 

 

Articolo di: Caterina Paolinelli
Grazie a: Valentina Calabrese, Ufficio stampa Milano Film Festival
Sul web: www.milanofilmfestival.it

 

 

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