Bianca Maria Cristina di Savoia, a un anno dalla beatificazione

Scritto da  Domenica, 25 Gennaio 2015 

Semplicemente la storia di una donna tra l’austerità piemontese e la goliardia napoletana sullo sfondo di un mondo che cambia.

 

A un anno dalla beatificazione della regina santa, com’era chiamata affettuosamente dal popolo napoletano, i convegni di cultura di Roma Capitale dedicati a questa figura singolare di donna, delicata e potente ad un tempo, hanno organizzato un appuntamento per restituirci la figura nel contesto storico e culturale dell’epoca sullo sfondo della scuola di Posillipo.
Un anno fa in occasione della beatificazione, sempre a Roma c’era stata la rappresentazione di una pièce teatrale dedicata a questa figura scritta e diretta dalla collega giornalista e scrittrice Mariù Safier che abbiamo recensito su queste pagine (http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/maria-cristina-di-savoia-teatro-dell-angelo-roma.html) dove, attraverso lo sguardo delicato e attento ai sentimenti – nello stile dell’autrice – si offre un’attenda ricostruzione storica.
Maria Cristina, vissuta solo 23 anni, non ebbe modo di organizzare intorno a sé un movimento culturale, ma in qualche modo si rispecchiò nella vivacità della Napoli di allora e seppe infondere nuova fiducia a una città che ieri come oggi, accanto a tanto splendore “coltivava” una corte dei miracoli.

Nasce a Cagliari nel 1812, figlia di Vittorio Emanuele I e Maria Teresa d’Asburgo-Este, e in quanto femmina non fu accolta con grande entusiasmo. I Savoia non vivevano uno dei loro periodi migliori dopo che le truppe francesi avevano occupato il Piemonte ed erano stati costretti a ritirarsi sull’isola. Tra i personaggi importanti della vita di Maria Cristina un posto speciale occupa Rosa Bersarelli, sua confidente fino agli ultimi giorni e il padre olivetano Giovanni Battista Terzi ai quali la madre affiderà a bambina. Quest’ultimo la influenzò molto e dopo la morte di lei si sentì anche responsabile di averla spinta ad alcune scelte come il matrimonio.
Maria Cristina cresceva devota, con il desiderio di ritirarsi in convento, accondiscendendo al trotto e al ballo.
Arrivò a Torino nel 1815 dove il ritorno dei Savoia fu accolto con grande esultanza perché la famiglia reale al Congresso di Vienna si era battuta per la cacciata dei francesi, così ebbe in premio l’annessione della Liguria. La vita di corte locale era molto austera, quasi claustrale, monotona, senza modernità. Maria Cristina, detta l’angioletto e da certuni la vecchietta, per la sua attitudine al raccoglimento e ad una maturità che la rendevano più grande della sua età, forse fin troppo, si trovava a suo agio in questo ambiente. Tutto filava liscio o almeno così sembrava senonché i Savoia si mostrarono poco inclini a elargire concessioni liberali come altrove in tutta Europa. Vittorio Emanuele I preferì abdicare in favore di Carlo Felice e, in sua assenza, passare la reggenza a Carlo Alberto pur di non venire a patti con i sudditi.

Nel 1825 Leone XII proclamò l’Anno santo che Cristina non voleva perdersi e così si recò a Roma. Fu per lei un viaggio molto importante - che visse con grande dedizione – sia sotto il profilo spirituale, sia degli incontri perché ebbe modo di conoscere Francesco I di Borbone e sua moglie Maria Isabella nonché la loro corte frizzante e alquanto licenziosa. Maria Cristina fu giudicata un affare in tutti i sensi dal Re di Napoli che la chiese in sposa per il figlio Ferdinando, il quale se ne innamorò subito. All’inizio Cristina non demordeva dai suoi propositi di una missione religiosa, ma con il tempo fu convinta che fosse Dio a volere questo destino per lei.

Si dimostrò una donna di grande lucidità con una personalità spiccata anche se seppe essere dolce, convincente senza grandi gesti né capricci, né prese di posizione eclatanti. Purtroppo sua madre muore e le viene a mancare un appoggio importante anche se un po’ invasivo. Si sposerà senza sfarzo e nel tempo conoscerà una Napoli fatta di miseria, di costumi facili e tanta allegria. Sarà molto amata dal popolo che aiuterà facendo appello alla propria dote e senza mostrarsi come una benefattrice, schiva e discreta. Intercederà spesso presso il suo sovrano per evitare condanne a morte, ascoltare il popolo e perfino riconciliarlo con la madre, la suocera per lei, che avvicinerà con grande dolcezza. Il popolo la chiama la regina santa anche se i pettegolezzi non si fanno attendere per la mancanza, dopo tre anni di matrimonio, quando nel 1835 rimane incinta. Ferdinando è felicissimo e la circonda di ogni premura, ma lei si confida con la sua nutrice e affida ai propri cari il bambino, come cosciente di un triste presagio.
Il 21 gennaio del 1836 muore di emorragia e nel 1859 Pio IX inizia la causa della regina che verrà appellata la Venerabile. I pochi anni del suo regno hanno lasciato una traccia profonda in una moralizzazione dei costumi senza veemenza e nel ripristino dell’eleganza e della bellezza discreta. Qualcuno sostiene che se fosse vissuta più a lungo forse il corso dell’Unità d’Italia sarebbe cambiato.

Per capire cosa fosse Napoli in quel periodo non si può non parlare della Scuola di Posillipo. Troppo poco visse Maria Cristina per lasciare un circolo culturale, ma forse respirò l’aria di Napoli che era a quei tempi e ancora per un po’ la prima città italiana per respiro culturale e per spessore internazionale, la terza d’Europa. Nel contesto del Regno delle Due Sicilie, come ha raccontato Carlo Fabrizio Carli, storico dell’arte, il 1815 fu un anno decisivo, grazie alla restaurazione dei vari stati. Presero avvio infatti la scuola piemontese, lombarda e via dicendo ed in particolare quella toscana, la più importante, da dove sarebbero usciti i Macchiaioli.
La scuola napoletana si divise in due correnti, una più realistica dai toni cupi e drammatici; e una legata alla tradizione del paesaggio che faceva riferimento ad esempio a Gaspar Van Vittel, il padre del Vanvitelli – cognome italianizzato – celebre architetto e autore della Reggia di Caserta.
Della prima corrente fanno parte ad esempio Antonio Mancini, per altro non napoletano e Michele Cammarano; mentre della seconda, più romantica, l’olandese Anto Sminkc van Pitloo, Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi, Filippo Palizzi e Achille Vianelli e anche Pierre Jacques-Antoine Volaire, non proprio della scuola, pittore francese, noto per le sue versioni incendiate del Vesuvio.
Questi artisti, derisi dagli accademici perché realizzavano i dipinti in una sola seduta, erano destinati ad influenzare molto la pittura e a creare un movimento significativo intorno alla città. Innanzi tutto introdussero una novità per l’epoca, la pittura su piccole e piccolissime tele, anche di pochi centimetri, che i turisti si potevano portare via a ricordo della «città dove fioriscono i limoni», per dirla con Goethe e la citazione non è casuale dato che è ancora il tempo del Grand Tour. Fu la luce una delle caratteristiche principali della loro poetica e i toni vivaci, dorati e del rosa.

Articolo di Ilaria Guidantoni

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP