Athena Nike, tecnologia e archeologia si incontrano alla Sorgente

Scritto da  Ilaria Guidantoni Mercoledì, 20 Febbraio 2013 

La tecnologia sposa l'archeologia nel progetto della Fondazione Sorgente Group intorno alla Dea alata. Abbiamo avuto l'occasione di visitare lo spazio espositivo della collezione privata della Fondazione Sorgente Group (realtà senza scopo di lucro che riceve fondi dal Gruppo Sorgente per l’acquisto di opere d’arte) che raccoglie reperti archeologici e dipinti antichi. Si tratta di una collezione privata pressoché unica a livello europeo non essendo facile una raccolta di numerosi pezzi antichi e di qualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il progetto che ruota intorno all'Athena Nike, la Dea della vittoria - della quale abbiamo già dato notizia in questo sito - nasce da un'idea del Vice Presidente della Fondazione, Paola Mainetti con un'esperienza nel settore della scenografia.
Lo stesso allestimento dello spazio che ospiterà in modo temporaneo parti della collezione permanente della Fondazione è del Vice Presidente che ha voluto la valorizzazione della struttura originaria con un tono post-industriale. Sono state recuperate le volte a mattoni lasciate a vista, come le finiture in rame. Il colore delle pareti, sorta di stucco non lezioso, richiama il tufo ed è impreziosito da vetrate liberty. Il cuore dell’esposizione, curata dall'Archeologa Valentina Nicolucci, è la ricostruzione virtuale delle parti mancanti dell'Athena Nike. L'intenzione - pienamente riuscita - è la sintesi tra una lettura e ricostruzione scientifica e una restituzione emozionale che possa avvicinare il pubblico all'archeologia. L’idea, suggerita dalla stessa Archeologa, nasce dalla difficoltà di valorizzare e raccontare un frammento ad un pubblico di non addetti ai lavori.
La ricostruzione e definizione dell'opera sono il frutto del lavoro scientifico di Paco Lanciano (fisico di Quark) e della consulenza scientifica del Docente dell’Università La Sapienza, Eugenio La Rocca. Il busto originario è stato sottoposto ad un’attenta analisi con un approfondimento comparativo con la statua della Nike Pitcairn, del II secolo d. C., di ambito romano, con la quale presenta un’ampia affinità. Il confronto è stato di grande sostegno anche se la statua in mostra presenta un panneggio più morbido e alcuni fori rettangolari sulle scapole hanno fatto dedurre la presenza di ali. Il lavoro ha tenuto conto di aspetti stilistici, iconografici e delle ‘cicatrici’ del tempo che hanno permesso di asserire che la dea è stata per lungo tempo all’aperto. Il panneggio, elemento che resta, è quello di un classico peplo del periodo ateniese, in marmo pario, il più prezioso dell’epoca di Pericle, adatto a statue importanti di medie dimensioni. Il drappeggio evidenzia una piega più ampia sul petto che viene fermata in vita.
La ricostruzione ha permesso di dire che si tratta della dea Athena alata, quindi della vittoria – Nike in greco – che doveva avere un volto giovane con l’elmo corinzio non calato, ma riverso all’indietro; il braccio sinistro alzato con una corona d’alloro in mano; mentre il sinistro lungo il fianco con in mano una palma, anch’essa simbolo di vittoria. Inoltre la figura è ritratta nel momento di planare. Che si tratti della divinità è evidenziato anche da una medaglia ricostruita con la testa di Medusa e due ornamenti, serpentelli, probabilmente in oro. Dal lavoro filologico si ricostruisce inoltre la presenza di una mantellina sul dorso in pelle di capra, la Capra Amaltea che nutrì Zeus e si intuisce che le vesti fossero colorate. Non per nulla Athena è nota come la dea dai cerulei occhi.
Il tema della ricostruzione, seppur più semplice dell’effetto tridimensionale studiato per questa statua, interessa anche altri reperti, in particolare il Loutrophoros di Polystratos, anfora funeraria a ricordo del defunto, da non confondere con l’urna cineraria. In questo caso si tratta infatti solo di un oggetto d’arte celebrativo e non funzionale, pieno all’interno. Quello in mostra raffigura un Oplita che stringe la mano al proprio padre per simboleggiare la continuità del rapporto tra morti e viventi. I particolari non in rilievo mostrano che per essere ben individuati probabilmente erano colorati. In mostra un pannello simula la colorazione del vaso riproponendo i colori più in voga all’epoca tra oggetti affini, sia per le parti decorate, sia per la parte istoriata.
Sempre con la stessa finalità la Lekythos funeraria del 375-350 a.C.. In mostra anche una testina femminile in marmo di Luni, delle cave di Carrara, databile nella seconda metà del I secolo d.C., probabilmente di mano greca o comunque di forte influenza greca, realizzata con una tecnica di assemblamento di parti successive come mostrano i perni antichi ancora conservati. Accanto un busto di matrona romana drappeggiato della prima metà del I secolo d.C.. Particolare il rilievo votivo tessalico in marmo pentelico realizzato tra il 350 e il 325 a.C. di dimensioni contenute ma di grande raffinatezza soprattutto per la complessa prospettiva dei primi e dei secondi piani. Infine una testa di donna velata attribuibile ad un periodo tra il 375 e il 370 a.C.

L’apertura al pubblico è prevista nei giorni martedì e giovedì, alle ore 10.30, 12.30, 15.30, 17.30 su appuntamento (contatti: +39 06.90219051, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).




Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Onelia Onorati, Ufficio stampa Sorgente Group
Sul web: www.fondazionesorgentegroup.com

 

 

 

 

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