Neorealismo in salsa marocchina, con quel tocco di nazional-popolare, tanta musica e frastuono, generazioni a confronto, regole fissate dall’inizio dei tempi e infrante di nascosto. La storia di un gruppo familiare e di vicinato che a modo suo sfida l’occhio di mondo e vive quel tentativo di rinascita degli Anni ’60 tra voglia di emancipazione e credo politico, con molti retaggi antichi e una censura che è soprattutto interiore.

“Gli uccelli migratori”, traduzione letterale in italiano, racconta la storia tenera di un’amicizia tra due bambine, ognuna con le proprie fragilità, anche se l’una è più apparente, costretta in carrozzina. Il pretesto è la cura di un anatroccolo, uccello migratore anche se indifeso che diventa metafora del bisogno di cura e di accudimento di ognuno di noi – essere madri e figli al contempo – e della necessità altrettanto forte di lasciare il nido. Dolce, surreale in certi momenti, eppure credibile, per l’infanzia i giochi sono una cosa seria.

Film per certi aspetti ingenuo ma coraggioso, di denuncia della corruzione in Mali e in generale nell’Africa ex coloniale e della diffusione di pratiche barbare. Un modo per raccontare aspetti arcaici della famiglia e il ruolo determinante delle donne e dei bambini nel progresso della società, a dispetto delle regole codificate.

Una riflessione esistenziale, con il tono della commedia e un finale lieto che dà speranza, senza nessun semplificazione. Un film sulla ricerca autentica di noi stessi e del nostro posto del mondo, oltre qualsiasi falsificazione: il coraggio e l’umiltà di guardarsi dentro in quel nucleo più profondo senza toni di sfida, senza voglia di scandalizzare. Una storia paradossalmente e incredibilmente semplice di valori familiari, di desiderio di famiglia, di fede nonostante tutto e che, in un mondo alla deriva che preferisce la protesta e lo scandalo, vuole proporre che l’amore è ancora possibile anche se la strada è faticosa. Un’analisi attenta dei comportamenti umani, un film sul rispetto dell’altro, sulla complicità che è solidarietà, sulla complessità dell’identità. Interpretato con passione e attenzione dagli attori che non schiacciano mai il personaggio. Belli i dialoghi.

Conferenza Stampa e incontro con l'autore
martedì 8 Marzo 2016 ore 11
al termine proiezione in anteprima

Un film visione con la luce come protagonista, prodotto con sforzi enormi dove l’artigianalità è una sfida. Dalla visione del Sebastiano di Andrea Mantegna, un cammino circolare, di continuità tra spettatore e interprete, tra passato e presente dove il Palatino del martirio è quello “calpestato” dai turisti di oggi, con il colore che cede il posto al bianco e nero. La ricerca incessante di una ripetitività che è sempre tensione all’oltre.

Orso d’Oro a Berlino nel 2016, unico film italiano in questa rassegna, girato in modo sublime, racconta Lampedusa con delicatezza e un certo distacco. Documentario a tutti gli effetti, quasi senza storia, solo piccole storie dall’apparente inconsistenza, disegna un’isola che corre su un doppio binario: due mondi che non si sfiorano, non per l’indifferenza ma semplicemente perché non si conoscono.

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